Quando Silvio Ursini entra in Bvlgari nel 1989, in qualità di Group Marketing Director, il brand è ancora una maison familiare con una decina di boutique, un’identità fortissima e un futuro tutto da immaginare. Nessuno, nemmeno lui, può prevedere che diventerà la figura capace di guidare Bvlgari oltre il perimetro del prodotto, trasformandola nel marchio che oggi conosciamo: un universo di luoghi, atmosfere e architetture che interpretano la stessa visione di bellezza nata dai suoi gioielli.
Nato a Napoli e cresciuto tra l’Italia e la Svizzera, porta inBvlgariuno sguardo allenato alla contaminazione culturale e alla precisione svizzera. In quegli anni osserva dall’interno un’azienda piccola ma solidissima, riconoscendone la forza identitaria e le possibilità di evoluzione. Nel 1992 diventa Group Creative Director, ruolo che ricoprirà per diciassette anni, ampliando il perimetro del marchio con nuove categorie – profumi, oggetti per la casa, accessori – sempre con una cautela quasi devota, consapevole che Bvlgari non è un brand che tollera diluizioni. È in questo periodo che matura l’intuizione decisiva: il lusso si sta trasformando in esperienza, non più solo possesso. Non basta vedere un gioiello: bisogna sentirne il mondo.
Da questa visione prenderanno forma i progetti che segneranno il futuro del brand. Nel 2009 Ursini assume la guida della divisione Hotels and Resorts come Silvio Ursini Group Executive Vice President of Bvlgari + President of Bvlgari Hotels & Resorts Division, avviando la definizione di un’idea di ospitalità Bvlgari intesa come estensione architettonica e narrativa dell’identità del marchio: luoghi plasmati con la stessa disciplina, la stessa precisione materica e la stessa sensualità che definiscono i suoi gioielli.
Questa evoluzione, però, affonda le sue radici negli anni precedenti. È infatti da quella stessa intuizione che erano nati il primo ristorante Bvlgari, aperto nel 2002 a Tokyo, e il primo Bvlgari Hotel, inaugurato nel 2004 a Milano in un palazzo settecentesco con un giardino segreto progettato da Antonio Citterio e Patricia Viel. Non un semplice albergo, ma il primo tentativo di tradurre in spazio l’eleganza e la misura del brand: una “casa di Bvlgari”, intima, calibrata, cesellata fin nel dettaglio di un bracciolo o di una maniglia.
La collezione cresce lentissima, quasi ostinata: nove hotel in venticinque anni. Mentre altre catene si moltiplicano in decine di città, Ursini difende una visione opposta: pochi indirizzi, scelti con rigore maniacale. Per Roma e Parigi ci sono voluti più di dieci anni solo per trovare l’edificio giusto. Per Tokyo, inaugurato nel 2023, nove anni di attesa prima che si liberasse il gruppo di piani perfetto in un grattacielo di Yaesu. Il risultato è un manifesto: un giardino italiano sospeso nel cielo, gelsomini e zagare che sfidano la verticalità compatta dei palazzi giapponesi. Una sintesi della sua filosofia: sorprendere senza tradire, restare italiani senza essere prevedibili, osare senza perdere eleganza.
Roma, soprattutto, è per lui molto più di una destinazione. Non è una città da “aprire”: è la culla del brand, il suo codice genetico. Progettare il Bvlgari Hotel Roma significa confrontarsi con l’origine stessa del marchio, con la romanità colta e aristocratica che ha definito la sua estetica. L’edificio razionalista affacciato sul Mausoleo di Augusto diventa così un ponte tra epoche: la monumentalità antica e la leggerezza contemporanea del design italiano. Ursini qui non costruisce un hotel: compie un ritorno simbolico, un atto identitario.
Se Roma è l’origine, Milano, Parigi e Tokyo formano una trilogia architettonica che racconta l’espansione culturale del brand. Milano è la radice: discreta, sofisticata, quasi trattenuta. Parigi è la grazia: il culto della luce, della misura, dell’intimità. Tokyo è il futuro: una lingua nuova in cui tradurre l’italianità senza smarrirne la profondità. Per Ursini, questi hotel non sono aperture ma conversazioni: ciascuno risponde all’altro, uniti da un filo di coerenza fatto di proporzioni, materiali, silenzi progettati. È così che si costruisce un marchio globale senza diventare generico.
Tutti gli hotel Bvlgari sono progettati da ACPV ARCHITECTS Antonio Citterio Patricia Viel, perché per Ursini l’architettura non è un involucro, ma la continuazione naturale dell’identità del brand. La collaborazione con Antonio Citterio e Patricia Viel dura da oltre venticinque anni – una rarità nell’hôtellerie contemporanea – e si fonda su un dialogo estetico tanto intuitivo quanto rigoroso. I materiali sono scelti come vocaboli: travertini, marmi policromi, legni e metalli che compongono una grammatica riconoscibile. Ogni hotel custodisce un gesto ricorrente, un codice segreto: il bar ovale, cuore sociale e scenografico, reinterpretato ogni volta come un gioiello montato su una pietra diversa. Ursini non cerca la quantità. Dice apertamente che un marchio come Bulgari non deve inseguire la logica dell’hôtellerie commerciale.
L’obiettivo non è diventare leader di mercato, ma proteggere un’aura. Per questo accetta stagioni a bassa occupazione pur di non abbassare i prezzi, mantiene tariffe coerenti in tutto il mondo e rifiuta qualsiasi co-branding: nei Bvlgari Hotels non compare mai il nome Marriott, pur essendo quest’ultima a gestire le operazioni. Ogni dettaglio deve parlare solo la lingua di Bvlgari.
E se un hotel è un mondo, il tempo è il suo primo materiale.
Ursini progetta per sottrazione, per lentezza, per scelta. Ripete spesso che, se l’edificio giusto non esiste, si aspetta. Che anche cinquecento metri possono cambiare il destino di un progetto. Questa disciplina quasi ascetica è ciò che dà agli hotel Bvlgari quella qualità sospesa, misurata, come se appartenessero a un tempo più ampio.
Ogni nuova apertura è un racconto. Roma dialoga con le cromie dell’antica città imperiale evitando la nostalgia decorativa. Parigi offre un’intimità quasi domestica, fatta di luci morbide, opere d’arte e libri scelti personalmente da Ursini. Tokyo mescola miele d’olmo giapponese e romanità luminosa, segnando una delle interpretazioni più audaci del duo ACPV.
Su un piano parallelo si muove il progetto che più rivela il futuro del brand: le branded residences. Non semplici abitazioni di lusso, ma luoghi da vivere, progettati, gestiti e concepiti come estensioni organiche dell’hotel. Non sono appartamenti firmati: sono comunità curate, microcosmi in cui architettura, servizi e stile di vita parlano la stessa lingua dell’ospitalità Bvlgari.
Per Ursini le branded residences non rappresentano un’operazione immobiliare: sono un ecosistema. Permettono di ampliare la scala del progetto, di far nascere quartieri eleganti e coerenti, di rafforzare l’identità del marchio attraverso servizi, piazze, giardini, marina, artigianato, gastronomia. “Se un luogo porta il nostro nome, deve essere controllato in ogni dettaglio”, ripete spesso. È un’estensione dell’hotel, non una sua appendice: senza questo dialogo diretto, per lui, non avrebbe senso.
In Bali, Londra e Dubai, dove le residenze sono già operative, questa visione ha creato comunità sofisticate che vivono lo stile Bvlgari quotidianamente, con accesso ai servizi dell’hotel e alla cura estetica che definisce ogni spazio del brand. Ma il passo più ambizioso sarà Bodrum: oltre cento ville adagiate su baie naturali, costruite con pietra locale, immerse in giardini mediterranei, integrate con una marina e spazi dedicati all’artigianato. Non un resort, ma una nuova declinazione dell’arte di vivere italiana portata sulle coste turche.
Ancora più radicale è la visione di Cave Cay, nelle Bahamas: un’intera isola trasformata in un progetto urbano contemporaneo. Una micro-città con servizi, aree agricole, strutture tecniche, spazi culturali, un corpo dei pompieri, persino un kennel per animali.
Qui la branded residence diventa un’idea totale di mondo: una geografia autonoma in cui ospitalità, vita quotidiana e natura convivono in un disegno unico. Non case da vendere, ma ambienti da immaginare, costruiti dalle fondamenta per garantire coerenza estetica, funzionale e culturale.
Per Ursini esistono due sole categorie di branded residences: quelle autentiche e quelle decorative. Le prime nascono accanto a un hotel perché ne condividono ritmo e visione. Le seconde applicano un marchio a un edificio esistente. Le prime creano valore culturale e longevità. Le seconde, per lui, semplicemente non appartengono al mondo Bvlgari.
Nel percorso di definizione dell’identità gastronomica dei ristoranti Bulgari, Ursini incontra una sintonia profonda con Niko Romito, che lui stesso definisce “uno dei miracoli italiani contemporanei”. La loro collaborazione non nasce per aggiungere un servizio, ma per dare alla narrazione Bvlgari un linguaggio gastronomico coerente con la sua filosofia: essenzialità, equilibrio, profondità. Nei Bvlgari Restaurants non si consuma semplicemente un pasto: si entra in una coreografia sensoriale che dialoga con lo spazio. La cucina di Romito, rigorosa ed essenziale, diventa un contrappunto naturale al design, una struttura di gusto che riflette la stessa tensione verso la purezza formale.
Accanto a questa dimensione ultralusso, Ursini conserva una vena sorprendentemente pop, quasi giocosa: è il fondatore di Obicà Mozzarella Bar, il primo “mozzarella bar” al mondo nato da un’intuizione colta durante un viaggio in Giappone. In quel gesto – elevare un prodotto semplice come la mozzarella di bufala a esperienza contemporanea – si ritrova la stessa sensibilità che guida il suo lavoro negli hotel: la capacità di rendere desiderabile ciò che è essenziale, di orchestrare atmosfere, di trasformare un dettaglio in un rituale.
Negli ultimi anni, intrecciando il mondo del vino alla filosofia dell’ospitalità, ha introdotto nei ristoranti del marchio Bvlgari una carta dedicata alle Donne del Vino eroico, produttrici che lavorano in biologico e naturale affrontando condizioni climatiche e burocratiche sempre più complesse. Una scelta che racconta ancora una volta il suo modo di intendere il lusso: non una vetrina distante, ma un ecosistema di storie vere, di coraggio quotidiano, di territori da custodire.
Il ritratto che emerge è quello di un uomo disciplinato e riservato, quasi minimalista nel portamento, ma visionario nella capacità di immaginare mondi. Ogni sua decisione è calibrata, ogni dettaglio ha un peso. Ursini non costruisce hotel: costruisce narrazioni. Non cerca ospiti: cerca interlocutori sensibili. Non punta a stupire: punta a rivelare. La sua è un’italianità colta, mai folkloristica, che attraversa la materia con rispetto e la trasforma in esperienza.
Oggi, osservando il percorso di Silvio Ursini, si coglie la coerenza di un uomo che ha trasformato un marchio senza mai tradirlo. Ha preso l’heritage della gioielleria e lo ha spinto in territori nuovi, costruendo luoghi che non replicano un format ma incarnano un carattere: spazi che parlano la lingua della materia, della luce, del silenzio e dell’arte italiana di accogliere.
E mentre la collezione degli hotel cresce con la lentezza disciplinata delle cose preziose, rimane chiaro che ogni futura apertura – a Miami, alle Maldive, in Turchia – rappresenterà prima di tutto un nuovo capitolo narrativo. Più che un indirizzo, un racconto. Più che una struttura, un’estensione del modo in cui Bvlgari immagina il mondo.
Foto Giorgio Bani

