Teatro romano di Ostia 18 – 19 luglio 2025

Teatro romano di Ostia

18 – 19 luglio 2025

 

Roberto Latini illumina il secondo appuntamento a cielo aperto del

TEATRO OSTIA ANTICA FESTIVAL con l’Antigone di Anouilh, potente metafora di resistenza e

intimo dialogo sull’essere umano, per esplorare il conflitto eterno tra legge e coscienza

 

ANTIGONE

di Jean Anouilh

traduzione Andrea Rodighiero

personaggi e interpreti

Silvia Battaglio – ISMENE e IL MESSAGGERO

Ilaria Drago – EMONE e GUARDIE

Manuela Kustermann – LA NUTRICE e CORO

Roberto Latini – ANTIGONE

Francesca Mazza – CREONTE

scena Gregorio Zurla

costumi Gianluca Sbicca

musica e suono Gianluca Misiti

luci e direzione tecnica Max Mugnai

in collaborazione con Bàste Sartoria

assistente alla regia Rebeca Rivero

 

regia Roberto Latini

 

Produzione La Fabbrica dell’Attore teatro Vascello e Teatro di Roma – Teatro Nazionale

Orario spettacoli: ore 21,15

Sul palcoscenico a cielo aperto del Teatro romano di Ostia, dove le pietre antiche respirano ancora echi di drammi passati, Roberto Latini debutta con Antigone, che Jean Anouilh scrisse nella Francia stretta nella morsa del Nazismo, ispirandosi all’omonimo lavoro di Sofocle. Un mito eterno restituito nella profonda essenza dell’essere attraverso un’anima che pulsa nel presente, in scena il 18 e il 19 luglio, sotto la volta stellata della programmazione del Teatro Ostia Antica Festival – “Il senso del passato”, dove la domanda “essere uomini o essere umani” si eleva oltre la retorica per diventare interrogativo condiviso tra platea e palco.

Ambientata nella Francia occupata, la tragedia si trasforma in una potente metafora della resistenza contro l’autorità, indagando l’eterno conflitto tra legge e coscienza. Antigone, figura archetipica che sfida i confini del tempo, diventa un simbolo universale di ribellione e un’indagine intima sull’esistenza. Mentre, la regia crea un dialogo fluido tra attori e spettatori, dove la parola si fa corpo, gesto e riflessione collettiva sul significato di “essere uomini” ed “essere umani”, sovrapponendo identità e ruoli per esplorare la memoria e il presente.

Un dialogo sull’umano che il regista – interprete egli stesso nel ruolo di Antigone – concepisce come un soliloquio a più voci, una confessione intima e segreta che svela le contraddizioni umane in un confronto continuo con noi stessi, tra ragione e giustizia, leggi umane e leggi morali, portato in scena insieme all’interpretazione di Manuela Kustermann (Nutrice e coro), Silvia Battaglio (Ismene e messaggero), Ilaria Drago (Emone e guardie) e Francesca Mazza (Creonte), per una coproduzione de La Fabbrica dell’Attore teatro Vascello con Teatro di Roma.

La regia esplora, così, la natura archetipica del testo attraverso un suggestivo gioco di specchi tra Antigone e Creonte, dove l’uno è il riflesso dell’altro, invitando il pubblico a riflettere sulla domanda: «Siamo Antigone e Creonte insieme, o lo siamo già stati più volte?». Questa scelta invita anche a interrogarsi sulla natura della legge rispetto alla vita stessa, lasciando aperta la questione fondamentale: «Le leggi devono regolare il vivere o la vita dovrebbe regolare le leggi che regolano la vita? Uno di fronte all’altro, a farsi carico di una ragione giusta, di una giustizia, o di un’altra giustizia, incontriamo noi di fronte a noi, a scegliere le domande da infilare nelle tasche del tempo, dell’età, della speranza; ad aspettare le risposte che il tempo, guardandoci, sceglierà di farci dire. Penso a questo testo come a un soliloquio a più voci. Una confessione intima e segreta, nella verità vera, scomoda, incapace, parziale, che ci dice che la nostalgia del vivere è precedente a tutti noi, perché sappiamo da sempre che quel corpo insepolto siamo noi mentre siamo ancora vivi. Anche per questo, ho distribuito i ruoli in due modalità diverse e complementari. Alcuni personaggi corrispondono a sé stessi, altri al proprio riflesso. Antigone e Creonte, come di fronte a uno specchio: chi è Antigone è il riflesso di Creonte e chi è Creonte è il riflesso di Antigone. A Teatro parliamo sempre di questo: Essere uomini o essere umani».

Nelle sue note di regia Roberto Latini continua la sua riflessione, definendo la tragedia come «uno dei modelli archetipici che ci accompagnano a prescindere dalla nostra storia, cultura, religione, visione. È filosofia scesa intorno a noi, che ci cammina accanto, che ci chiede, che ci ascolta. È una delle prove del nostro essere umani, una di quelle poche che abbiamo scelto di portarci attraverso i secoli, per affermarci e riconoscerci. Per consolarci, promettendo a noi stessi di averne cura. L’abbiamo evocata, immaginata, misurata al nostro poco. L’abbiamo trattenuta, pregata, liberata nel cuore. L’abbiamo raccontata, ogni volta che abbiamo potuto. L’abbiamo riscritta con le parole nuove che abbiamo imparato vivendo, morendo nel quotidiano fallire, sapendo che ogni variazione è già Teatro. Come quando lo spettacolo incontra un altro palcoscenico oltre quello del debutto, la misura, l’accordo, la messa in voce di suoni e corpi, si conclamano dallo spazio successivo a quello della prima. Le parole sono in movimento, avanti e indietro e intorno al punto di percezione di quando siamo spettatori. Come quando lo spettacolo incontra un’altra platea oltre quella del debutto. Il dono che portiamo è una promessa e quella di Anouilh è un’Antigone che ci parla da così vicino che quasi quasi potremmo abbracciarla. La sentiamo dire di noi in tutte le lingue, e capiamo tutto, ogni sfumatura, silenzio, respiro. Di Antigone, Anouilh, non ha riscritto le parole, ha scritto la voce. Antigone o della disputa della ragione, delle ragioni. Di quelle trasversali, dimesse dall’identità individuale a favore di un corpo-coro che le comprenda tutte. Oltre l’appartenenza, l’anagrafica, il genere, sono parole che vengono da noi stessi: le ascoltiamo nella nostra stessa voce: siamo Antigone e Creonte insieme, o lo siamo già stati più volte, di più in certe fasi della vita e meno in altre e viceversa o in alternanza.  Le leggi devono regolare il vivere o la vita dovrebbe regolare le leggi che regolano la vita?».

La programmazione del TEATRO OSTIA ANTICA FESTIVAL prosegue con Antigone di Alan Lucien Oyen, in prima mondiale dal 22 al 24 luglio, eccezionalmente al Teatro Argentina; mentre il Festival si concluderà, il 25 e 26 luglio tornando al Teatro romano di Ostia, con Ifigenia di Silvia Zarco, per la regia di Eva Romero.

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