LA FERITA TRA UMANO E DIVINO

LA FERITA TRA UMANO E DIVINO

Arte antica e contemporanea a confronto

da Francesco da Rimini a Lucio Fontana

Non esiste periodo storico che non sia attraversato da ferite sociali, culturali, antropologiche.

Non esiste uomo che non abbia provato l’esperienza della ferita, sia essa fisica che interiore.

Non esiste artista che non si sia confrontato con il tema della ferita, quale paradigma della fragilità umana.

Apre il 30 novembre alle ore 18 la mostra dal titolo La ferita, tra umano e divino. Arte antica e contemporanea a confronto. Da Francesco da Rimini a Lucio Fontana a cura di Andrea Dall’Asta SJ, direttore della Galleria San Fedele di Milano e di Sara Tassi, storica dell’arte e conservatrice presso il Museo Diocesano di Jesi.

L’evento è stato organizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi insieme al Museo Diocesano di Jesi, la cui collaborazione e stima reciproca più che decennale, ha portato all’ideazione di questo progetto con finalità culturale e pastorale. Sulla scia della rassegna d’arte sacra Biblia Pauperum, ideata da Don Vittorio Magnanelli, che nelle sei edizioni ha visto artisti locali e non confrontarsi con alcuni testi biblici per ispirare la produzione di opere d’arte create ad hoc, si è voluto costruire un spazio dove arte contemporanea e sacro potessero ancora convivere in un rinnovato e fiorente dialogo. La mostra è stata realizzata con prestiti di importanti istituzioni italiane, per riflettere su un archetipo della storia dell’Occidente – la ferita – secondo un approccio interdisciplinare, senza il quale si rischierebbe di rimanere confinati in un ambito puramente estetico.

Sono 15 i capolavori di arte medievale, moderna e contemporanea scelti per raccontare questo tema, disposti in una dimensione dialogica che metta in luce il collegamento fra esse, pur appartenenti a epoche differenti e distanti culturalmente. La ferita è un fil rouge che lega gli uomini alla vita e che può rimanere relegata ad una dimensione dolorosa se l’individuo non riesce a cogliere l’anelito all’assoluto che ogni ferita ha il potere di aprire. Nel mondo occidentale la ferita ha da sempre costituito un leitmotiv fondamentale dell’uomo. Quale emblema della fragilità umana, la ferita-squarcio introduce infatti la dimensione del dolore fisico, tanto rifuggito dalla società contemporanea, quanto connaturato alla vita con forza e insistenza sin dal momento della nascita.

Se a livello esistenziale la ferita richiama la sofferenza, dal punto di vista simbolico essa si presenta come fenditura, come passaggio a un oltre con cui dare nuova luce al senso più profondo della vita umana. La ferita può così trasformarsi in apertura al mistero, in occasione perché ci schiudiamo al mondo intorno a noi, agli altri e all’assoluto.

Alcune ferite hanno segnato in maniera paradigmatica la cultura, la spiritualità, le modalità stesse con le quali la società ha determinato e compreso se stessa. Ci sono ferite che hanno tracciato un itinerario simbolico, dallo squarcio del velo del Tempio di Gerusalemme alle piaghe di Cristo in croce, sulle quali ha profondamente meditato la tradizione cristiana, così come l’arte che ha prodotto una molteplicità di iconografie dedicate a questo soggetto. Le opere di arte antica in mostra appartengono al periodo arte medievale e rinascimentale: dalla Crocifissione con Vergine Annunciata di Francesco da Rimini alla Crocifissione di Lorenzo de Carris detto il Giuda, dal Volto di Cristo di Giuliano da Rimini al Cristo morto nel sarcofago sorretto da due angeli di Nicola di maestro Antonio. Alle opere citate se ne affiancano altre tre, provenienti dal patrimonio artistico della nostra Diocesi, di artisti minori ma ugualmente di grande pregio e valore: la commuovente scultura del Cristo morto e l’imponente Cristo deposto appartenenti entrambi alla collezione del Museo Diocesano, e la splendida tavola dell’Annunciazione della Chiesa Collegiata SS. Annunziata di Montecarotto, appena restaurata e riportata alla bellezza originaria. Ogni opera deve essere letta come unicum artistico e medium tematico con le altre, per delineare un percorso in cui la ferita, pur nella sua tragicità, diventa luogo di bellezza artistica, estetica, esistenziale e teologica.

Anche nella modernità, in una prospettiva puramente laica, la ferita ha ispirato artisti come Lucio Fontana, dove il taglio nelle diventa l’accesso a un oltre che attende di essere esplorato. La tela subisce

una lacerazione volontaria da parte dell’artista, nel momento stesso in cui sembra fendersi irreparabilmente la materia si costruisce una nuova dimensione, un anelito verso l’infinito, il mistero della terza dimensione che si affaccia alla realtà.

Alberto Burri e Maria Lai hanno poi declinato la ferita come oggetto di ricucitura e di ricomposizione, per creare nuove armonie, inedite relazioni, intensi legami concettuali.

Nelle opere di Burri la povertà dei materiali utilizzati contiene dignità di significato e la scelta della tecnica rappresenta una catartica riformulazione del dolore che lavorato, bruciato, fuso, cucito, assemblato, ri-plasmato dona alla materia una nuova veste.

Maria Lai ha concentrato sul gesto del tessere il cuore della sua poetica artistica.

Il filo nelle opere è estensione dell’essere umano, prolungamento, quel tendere verso l’altro da se. Il suo legare non è mai stringere ma collegare, creare reti, ponti come le opere presentate dimostrano.

Infine, all’artista contemporaneo Ettore Frani è stata commissionata un’opera appositamente creata per l’occasione, quale personale interpretazione della ferita tra umano e divino, che completa l’allestimento con la sensibilità del presente. La ferita è interpretata dall’autore attraverso un intenso e drammatico chiaroscuro. Frani rappresenta il punto di vista del presente, l’artista che si confronta con l’archetipo della ferita per restituirci una visione trasfigurata del tema che tende all’ineffabile.

La mostra è stata concepita con l’intento di meditare sulla finitezza umana come possibile varco verso l’ineffabile, affinché le ferite si trasformino da chiusure individuali ad aperture trasfigurate sul mondo, sugli altri, sull’assoluto e tessute di divina-umanità. L’arte ha la vocazione di svelare il senso più profondo dell’esistenza e di rendere visibile il mistero dell’ineffabile che si cela dentro la rappresentazione figurativa. La ferita diventa così il passaggio dalla sofferenza alla consolazione, dall’ombra alla luce, dal vuoto alla pienezza. Quando l’uomo è disposto a modificare il proprio punto di vista e leggere gli eventi secondo una prospettiva ribaltata, avviene una trasformazione sostanziale, una metamorfosi del corpo e dello spirito: le ferite non sono più il luogo dove si coglie l’umano ma lo spazio dove il divino si manifesta.

Sara Tassi

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LA FERITA TRA UMANO E DIVINO

Arte antica e contemporanea a confronto da Francesco da Rimini a Lucio Fontana

a cura di Andrea Dall’Asta e Sara Tassi

30 novembre 2019 – 29 febbraio 2020

Inaugurazione sabato 30 novembre ore 18

Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi

Palazzo Bisaccioni – Piazza Colocci 4 -Jesi (AN)

Progetto sostenuto dalla Fondazione Cariplo

Con il patrocinio di MIBAC, Regione Marche, AMEI

Ingresso libero

Orari di apertura: lunedì – domenica 9:30-13:00 / 15:30-19:30

Visite guidate gratuite su prenotazione

Tel 0731 207523 – email info@fondazionecrj.it – www.fondazionecrj.it

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