IGOR TROCCHIA, UN CALCIO AL RAZZISMO “Nessuna coppa e nessun torneo valgono la dignità di un ragazzino”

IGOR TROCCHIA, UN CALCIO AL RAZZISMO

Nessuna coppa e nessun torneo valgono la dignità di un ragazzino”

MODENA – Proprio al termine della settimana in cui è stata ufficializzata la partnership tra Fuori Campo 11 e MABASTA, il primo movimento anti-bullismo e cyberbullismo animato prevalentemente da adolescenti, “Fuori Campo alle 11” ritorna con una puntata a tema dedicata alla storia di Igor Trocchia, allenatore di calcio e dal 2019 Commissario Tecnico della Nazionale Italiana di Calcio FFSI. Per la sua lotta contro razzismo e bullismo si è guadagnato il soprannome di “mister fair-play” ed è stato insignito dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, del titolo onorifico di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana «per il suo esempio e la sua determinazione nel rifiuto e contrasto a manifestazioni di carattere razzista», entrando anche nella Hall of Fame della Federcalcio.

L’EPISODIO – Il primo maggio del 2018, nel corso di un torneo giovanile a Rozzano, il Pontisola, la compagine allenata da Igor Trocchia, si ritrova a disputare la semifinale della competizione. Al termine del match, tra l’altro vinta dai suoi ragazzi, mister Trocchia decide di ritirare la sua compagine a causa di diversi insulti razzisti diretti nel corso della partita a Yassine Sankara, un ragazzo italiano di origini burkinabè.

L’INTERVISTA – Di seguito riportiamo le dichiarazioni riportate da mister Trocchia nel corso dell’ottava puntata di “Fuori Campo alle 11”, il quale ha commentato tra presente e futuro la sua attività di educatore e il suo lavoro di allenatore della Nazionale di Calcio Sordi in vista dei Campionati Mondiali a cui i suoi ragazzi avrebbero dovuto partecipare lo scorso anno in Corea.

Mister, partiamo dal tuo metodo di allenamento.
«
Il ruolo dell’allenatore giovanile è molto importante perché oltre ad insegnare calcio deve educare ed essere modelli per i propri ragazzi. Allenare significa più di ogni altra cosa guidare i ragazzi, tramite un rapporto di fiducia che va coltivato con loro. Pertanto il mio metodo è induttivo-partecipativo, attraverso domande alle quali i miei ragazzi avrebbero dovuto rispondere per trovare soluzioni. In occasione delle partite, invece, chiedo ad ognuno di fare una autovalutazione della propria gara, aiutato dalle mie domande specifiche e tenendo conto dei 4 fattori della prestazione, tecnico, tattico, condizionale ed emotivo.
Questo permette al ragazzo, di individuare i punti da migliorare e quelli di forza da consolidare, togliendo in tal modo la cultura dell’alibi e avendo il coraggio di ammettere i propri errori. Così facendo comincia il processo di consapevolezza che lo porterà a migliorarsi piano piano anche nella vita».

Cosa pensi dell’agonismo tra i bambini? Secondo te può essere un fattore in grado di diffondere il bullismo?
«
Alcuni bambini o ragazzi hanno per natura questa propensione, ma a volte l’agonismo invece di motivare stressa il giocatore, che si convince della sua incapacità perché il bambino non ha ancora le capacità emotive per saper affrontare l’ansia da prestazione, che diventa quindi disfunzionale. In seguito, specialmente in età adolescenziale, questo porta i bambini, che nel frattempo sono diventati ragazzi, ad abbandonare lo sport perché sono logori e saturi di agonismo. Riguardo al bullismo e al razzismo, certo, talvolta l’agonismo può contribuire, ma non penso vi sia una correlazione evidente, molto dipende dalle scelte e dalle azioni che si fanno».

Quale ruolo possono avere i genitori?

«I genitori hanno un ruolo determinante, a volte possono sbagliare ma molte volte non vengono nemmeno coinvolti. Perciò, personalmente cerco sempre di renderli partecipi di quanto viene fatto da me e dai miei ragazzi in campo per costruire insieme un filo educativo unico».

Perché hai deciso di ritirare la tua squadra dal torneo? E come hanno reagito i tuoi ragazzi?
«
Eravamo ad un torneo giovanile e, dopo la fase di qualificazione del mattino, eravamo arrivati sino alla semifinale. Tuttavia, alla fine della partita, che per altro avevamo agevolmente vinto, mi accorgo che Yassine si rifiutava di stringere la mano ai suoi avversari. Immediatamente vado per rimproverarlo, quando, però, i compagni mi avvisano di quanto era successo in campo tra lui e un avversario. A quel punto, visto che era già successo, vado dall’allenatore della squadra avversaria e mi accorgo fin da subito che l’altro mister non era interessato a fare nulla in relazione a quanto aveva fatto il suo giocatore. Di conseguenza, dopo aver subito un pessimo trattamento, convocai i miei ragazzi nello spogliatoio e proposi loro di ritirarci perché quello non era divertimento e, nonostante le prime titubanze, visto che eravamo ad un passo dalla coppa che probabilmente avremmo vinto, i miei ragazzi con grande coraggio si sono alzati e tutti insieme si sono stretti attorno a Yassine accettando la mia proposta, dando una lezione diversa e dimostrando a tutti di essere già degli uomini».

Ti saresti aspettato l’onorificenza del presidente Mattarella?

«Mi aspettavo lo scalpore della comunità locale, ma ovviamente non mi sarei mai aspettato di ricevere una simile onorificenza e di entrare nella Hall of Fame del Calcio Italiano, perché per me quello che ho fatto e il mio modo di approcciarmi allo sport è qualcosa di spontaneo e di normale».

Successivamente sei stato nominato Commissario Tecnico della Nazionale Italiana di Calcio Sordomuti, cosa ha significato per te?

«Dopo essere stato inaspettatamente isolato dalla comunità calcistica bergamasca, fui contattato dalla Nazionale Italiana di Calcio FFSI e per me fu sin da subito un onore indescrivibile. Inizialmente ho avuto paura, e non mi vergogno a dirlo, perché temevo di non riuscire più ad essere così efficace nei miei metodi di allenamento. Tuttavia, quando sono sceso in campo con loro, ogni barriera è stata superata, tant’è vero che non ho praticamente cambiato il mio metodo di allenamento».

Alla luce dell’ultimo anno, quali sono i vostri obiettivi futuri?

«Nel 2019 abbiamo conquistato brillantemente la qualificazione ai Mondiali di Corea 2020, vincendo quattro partite consecutivamente, ma a causa della recente pandemia la data è stata rimandata ancora a data a destinarsi. Nonostante ciò, spero si possa trovare al più presto perché siamo un gruppo forte e ci teniamo particolarmente a partecipare, visto che la vittoria in un torneo internazionale manca alla nostra Nazionale da tanto tempo. Le Deaflips, le Olimpiadi dei Sordi, invece, sono in programma per l’1-15 maggio 2022 e sono il nostro obiettivo principale. Non sarà facile, ma siamo consapevoli delle nostre individualità e proveremo a conquistare qualche medaglia. Inoltre, riguardo al futuro, uno degli obiettivi più grandi da raggiungere è la possibilità di aprire una scuola calcio inclusiva in cui i ragazzi sordi possano allenarsi insieme a tutti gli altri ma anche insieme a noi per avere anche loro la possibilità di arrivare a vestire la maglia azzurra. Un altro fine di questo ambizioso progetto è quello di dare la giusta consapevolezza della diversità sia per i normodotati che per i sordi per superare insieme la grande barriera dell’imbarazzo che paralizza tutti i nostri sforzi».

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