Friedrich Andreoni e Roberto Casti Fernweh – /ˈfɛɾnˌveː/ – II Atto

Friedrich Andreoni e Roberto Casti

Fernweh – /ˈfɛɾnˌveː/ – II Atto

 

a cura di

Caterina Angelucci e Andrea Elia Zanini

 

24 gennaio – 6 febbraio 2025

 

opening

giovedì 23 gennaio h. 18.00

 

 

Le opere in mostra

 

Friedrich Andreoni

L’artista si ispira all’iconico uovo che Piero della Francesca dipinge tra il 1472 e il 1474 nella Pala di Brera proponendo Ending Times (2023), un’installazione sonora multi-canale, composta dalla successione di campioni audio degli ultimi cinque secondi di diverse colonne sonore cinematografiche. Un altoparlante, posto al centro dello spazio espositivo come nella Sacra Conversazione francescana, riproduce in loop una composizione di 30 minuti, creando un’atmosfera senza fine, caratterizzata da echi distanti e malinconici. Richiamando l’idea del viaggio, la successione di ogni traccia si delinea come un ciclo ininterrotto di partenze, arrivi e ripartenze: ogni confine è sfumato, in una sequenza continua di finali. Ending Times simboleggia il perpetuo e il metamorfico invitando i visitatori a perdersi in un non-luogo che non hanno mai vissuto: Se non dovessi tornare, / sappiate che non sono mai / partito. / Il mio viaggiare / è stato tutto un restare / qua, dove non fui mai. (Giorgio Caproni).

 

In mostra è presente anche I’m ready (2022), una ricetrasmittente radio, utilizzata dalle forze di sicurezza negli Stati Uniti, collocata a terra come fosse abbandonata. Il dispositivo riproduce in loop la registrazione audio di un musicista che pronuncia la frase “I’m ready” prima di iniziare a registrare un brano. La frase è diventata ormai un elemento distintivo nel gergo comune grazie alla cultura cinematografica e pop americana. Nei film, nelle serie TV e nei video musicali, questa espressione incarna un momento di tensione o di preparazione, spesso carico di aspettative. Ha assunto una valenza archetipica, rappresentando il passaggio simbolico tra l’attesa e l’azione, tra il potenziale e la realizzazione. L’espressione inglese, stigmatizzata, solleva la domanda: pronto per cosa? Un’aspettativa continua.

 

Segue l’opera Untitled (2022), tre fusioni in alluminio di piccole antenne chiamate in gergo “a pinna”, originariamente progettate per le automobili. Queste forme eleganti e aerodinamiche, generalmente utilizzate per la ricezione del segnale, vengono rimosse dal loro contesto funzionale e immaginate come oggetti scultorei. Installate in una disposizione minimalista, le fusioni evocano un senso di movimento e precisione tecnologica, mettendo in risalto la loro forma organica, simile a una pinna.

 

Conclude la serie di Andreoni Untitled (2024), la fusione in bronzo di una tipica antenna a frusta, flessibile e lunga, utilizzata nei convogli militari per comunicazioni radio a medio e lungo raggio. Quando il veicolo è in stazionamento, l’antenna viene sollevata in posizione verticale per massimizzare la capacità di trasmissione e ricezione del segnale radio. Durante il movimento del veicolo, invece, l’antenna viene inclinata e fissata con un cavo o un supporto elastico ancorato alla parte anteriore del mezzo. Andreoni fonde l’antenna nell’attimo di tensione, momento che protegge il dispositivo da possibili danni causati da vibrazioni e urti. Ne risulta una linea nello spazio, che ricorda quasi una scritta ma anche un ponte o l’inizio di un arco, quest’ultimo elemento caratterizzante della ricerca dell’artista. 

 

 

Roberto Casti

In occasione della mostra a Casa degli Artisti, Roberto Casti continua la sua ricerca sulle connessioni marginali che legano l’interno e l’esterno portando avanti la serie Aleph (2023 – on going), iniziata durante il primo capitolo di Fernweh a Berlino. Per la realizzazione di queste opere, l’artista ha collezionato registrazioni sue o appartenenti ad amici provenienti da città lontane tra loro, andando poi a modificarle e rallentarle fino a creare dei tappeti sonori ambient in cui ogni dato spaziale e temporale viene schermato. Le tracce sono solitamente riprodotte attraverso dei display che l’artista definisce non-oggetti, dei dispositivi che abitano i margini di qualsiasi ambiente domestico o commerciale come scatole di derivazione, tubi di scarico o dell’acqua e condotti per l’aerazione, strumenti funzionali che solitamente servono a nascondere dei “passaggi”, siano essi di energia, di aria o di informazioni. Utilizzando questi dispositivi come casse di risonanza anomale, l’artista mette in evidenza ciò che abita ai margini degli spazi quotidiani, re-interpretando le connessioni che legano l’interno abitativo all’esterno, il micro al macro, l’individuo al pianeta in cui vive. In stretta relazione con lo spazio di Casa degli Artisti, Roberto Casti proporrà una nuova versione di Aleph collaborando con Maya Aghniadis, musicista di origine Libanese che vive ad Atene, in Grecia. L’opera funge da cassa di risonanza per una composizione realizzata rallentando alcune registrazioni effettuate in Libano.

 

Della stessa serie fa parte anche l’installazione performativa Aleph (Milano-Berlino-Lisbona-Milano). Quest’ultima è una macchina da scrivere che il pubblico può utilizzare per contribuire a una lista di domande – iniziata in occasione della mostra di Berlino e poi continuata durante la residenza artistica Hangar a Lisbona – che riflettono sulla propria posizione nel mondo e nel proprio tempo storico. Il testo/opera in continua espansione è un dispositivo di consapevolezza spazio-temporale, un tentativo di immedesimazione impossibile che sposta però l’attenzione dall’individuale al collettivo, presumendo un ribaltamento della propria condizione esistenziale legata alla sfera personale. Durante l’opening è prevista una performance/reading del testo.

 

Accompagnano i lavori appartenenti alla serie ARIA (2024 – on going) partiture caotiche realizzate attraverso una veloce traduzione in segno grafico del suono proveniente dall’esterno dello studio dell’artista. Roberto Casti scandisce con una grafite il tempo e i movimenti spaziali su tela o tessuto e, nel caso dei tendaggi, avviene una seconda e lenta lavorazione in cui i segni vengono ricamati. Il risultato è un apparente monocromo bianco che rivela la complessità dei suoi elementi compositivi solamente da vicino, ricordando un attimo di improvvisa rivelazione. Come quando si intravede il pulviscolo danzare in controluce accanto a una finestra.

 

Friedrich Andreoni

L’artista si ispira all’iconico uovo che Piero della Francesca dipinge tra il 1472 e il 1474 nella Pala di Brera proponendo Ending Times (2023), un’installazione sonora multi-canale, composta dalla successione di campioni audio degli ultimi cinque secondi di diverse colonne sonore cinematografiche. Un altoparlante, posto al centro dello spazio espositivo come nella Sacra Conversazione francescana, riproduce in loop una composizione di 30 minuti, creando un’atmosfera senza fine, caratterizzata da echi distanti e malinconici. Richiamando l’idea del viaggio, la successione di ogni traccia si delinea come un ciclo ininterrotto di partenze, arrivi e ripartenze: ogni confine è sfumato, in una sequenza continua di finali. Ending Times simboleggia il perpetuo e il metamorfico invitando i visitatori a perdersi in un non-luogo che non hanno mai vissuto: Se non dovessi tornare, / sappiate che non sono mai / partito. / Il mio viaggiare / è stato tutto un restare / qua, dove non fui mai. (Giorgio Caproni).

 

In mostra è presente anche I’m ready (2022), una ricetrasmittente radio, utilizzata dalle forze di sicurezza negli Stati Uniti, collocata a terra come fosse abbandonata. Il dispositivo riproduce in loop la registrazione audio di un musicista che pronuncia la frase “I’m ready” prima di iniziare a registrare un brano. La frase è diventata ormai un elemento distintivo nel gergo comune grazie alla cultura cinematografica e pop americana. Nei film, nelle serie TV e nei video musicali, questa espressione incarna un momento di tensione o di preparazione, spesso carico di aspettative. Ha assunto una valenza archetipica, rappresentando il passaggio simbolico tra l’attesa e l’azione, tra il potenziale e la realizzazione. L’espressione inglese, stigmatizzata, solleva la domanda: pronto per cosa? Un’aspettativa continua.

 

Segue l’opera Untitled (2022), tre fusioni in alluminio di piccole antenne chiamate in gergo “a pinna”, originariamente progettate per le automobili. Queste forme eleganti e aerodinamiche, generalmente utilizzate per la ricezione del segnale, vengono rimosse dal loro contesto funzionale e immaginate come oggetti scultorei. Installate in una disposizione minimalista, le fusioni evocano un senso di movimento e precisione tecnologica, mettendo in risalto la loro forma organica, simile a una pinna.

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