#GOT: cosa dovrebbe insegnarci l’epilogo di Danaerys sull’idea di “giustezza” delle condanne a morte

Sono passati ormai due mesi da quando Game of Thrones, la serie tv tradotta in italiano come “Trono di Spade” e basata sui romanzi (incompiuti) di George R. Martin “Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco” ha raggiunto la sua conclusione, con la sesta puntata dell’ottava stagione. Eppure polemiche, proposte di finali alternativi, opinioni in merito, non si placano. Questa non vuole, però, essere l’ennesima sede di discussione sull’idea di chiusura immaginata dagli sceneggiatori principali, David Benioff e Daniel B. Weiss, e nemmeno l’avvio di ulteriore dibattito sulla bontà o meno del prodotto in sé.

Ciò che si vuole affrontare è una riflessione più ad ampio spettro sul concetto di “giustezza” delle morti altrui per condanna istituzionale, messo in enorme discussione e, contemporaneamente, fonte di cocente delusione per molti fan, per le vicende che hanno interessato il personaggio di Daenerys Thargarien, la Khaleesi, madre dei draghi, eccetera eccetera, interpretata da Emilia Clarke. Analizziamo i fatti, finti, immaginati dal serial, per ragionare su situazioni legate più che mai alla vita reale.

Nella seconda parte dell’ottava stagione Daenerys arriva alle porte di Approdo del Re. Quando la battaglia ha inizio, la Khaleesi riesce, cavalcando Drogon, a distruggere la flotta dei Greyjoy e la maggior parte dell’esercito a difesa di Cercei. Ma, quando sia i soldati rimasti che il resto della città segnalano la loro resa suonando le campane, la sua furia non si ferma e, in sella al suo drago-figlio, rade al suolo la Capitale uccidendo, insieme ai suoi storici nemici, anche migliaia di cittadini innocenti, tra cui molte donne e bambini. Anche Verme Grigio, distrutto dal dolore per l’esecuzione di Missandei per mano della regina Lannister, sgozza personalmente decine di prigionieri di guerra che pure si erano arresi all’esercito degli Immacolati. La furia cieca della vendetta si è definitivamente impadronita delle menti di due personaggi inizialmente colorati come “positivi”, costretti a uccidere o a comandare di farlo solo per un bene superiore. E qui parte, secondo chi vi scrive, la riflessione sulla morte e il suo fine, soprattutto se operata da chi si trovi nella posizione di governare.

Poco importa se, nel corso del passare delle stagioni (televisive) Daenerys abbia più volte mostrato i segni di una follia avanzante, nonché apertamente dichiarato le sue intenzioni di vendetta per quanto accaduto alla sua famiglia. Aveva le simpatie della maggior parte degli spettatori di “Game of Thrones” perché tutte le uccisioni da lei comandate erano, in qualche modo, operate a discapito di “cattivi”.

L’erede di Casa Thargarien aveva ampiamente dimostrato di essere in grado di compiere delle vere e proprie stragi già in passato ma, invece che insulti e dolore, si era guadagnata gli applausi e il benestare di molti. Quando ad Astapor dà il comando ai suoi draghi e agli Immacolati appena “acquistati” (prima di farli decidere da sé delle loro sorti) di sterminare gli schiavisti, in molti abbiamo gioito con lei: se lo meritavano. Stessa cosa per i Grandi Padroni di Meereen. Chi più di loro era degno di una morte dolorosa e crudele, quanto quelle da essi inflitte soprattutto ad innocenti bambini?

E così facendo, Daenerys è andata avanti, trovando sempre un condivisibile motivo di superiorità morale per eliminare persone. Sì, qualche discutibile singolo caso c’è stato, come l’esecuzione di Dickon e Randyll Tarly per essersi rifiutati di inginocchiarsi a lei in quanto legittima regina. Ma, si raccontavano sia i suoi più stretti collaboratori (finti) che i fan (veri), un piccolo attacco di megalomania in cambio di una regina che liberi da pessimi dittatori ci può anche stare.

Fino agli eventi Approdo del Re. E fino a quel discorso, davanti alle sue armate, che fa capire che non sarebbe finita lì. Che pur di distruggere tutto il “vecchio mondo” e le altre casate era giusto continuare a combattere ed uccidere persone innocenti. Radere al suolo per ricominciare da zero, in un mondo “ripulito” e forgiato in base alla sua idea di giustizia. Sorpresi? No. Ingenui. Perché il punto è tutto lì: chiunque si

arroghi il diritto di uccidere un altro essere umano per imporre la propria visione commette un errore, anche se quello che stiamo decidendo di ammazzare è un terribile assassino. Non siamo migliori di lui. Ci stiamo solo macchiando dello stesso crimine, però ci stiamo raccontando la favola che il fine giustifichi i mezzi per sentirci migliori. È cattivo, ha sbagliato, “merita” di morire, è giusto ucciderlo. Ma per chi ritenga valido questo modo di agire, il concetto di “giustezza” della morte altrui troverà sempre una ragion d’essere. Ci sarà sempre un presupposto legittimo per privare un altro essere umano della sua vita. E non siamo parlando solo dell’inventata Westeros, ma anche del nostro realissimo pianeta Terra. Allora, come stabilire quando un certo limite viene oltrepassato? Quando è “giusto” uccidere o condannare a morte e quando non lo è? Quando si iniziano ad ammazzare anche persone che non hanno commesso nulla di male, dirà qualcuno. Ma a chi spetta il ruolo di decidere la differenza tra il male ed il bene?

Ecco perché, a differenza di altre riflessioni sul tema, chi vi scrive non crede che Game of Thrones abbia voluto mettere in guardia dalla pericolosità delle rivoluzioni o diffondere – “sessisticamente” – idee di inadeguatezza delle donne al comando. Ha voluto forse, far ragionare sul fatto che, come diceva Gabriel Garcia Màrquez nel suo “Dell’amore e di altri demoni”, «Nessun pazzo è pazzo se ci si adatta alle sue ragioni», e che trovarsi d’accordo con una condanna a morte non può farci indignare quando quell’accordo viene meno in base unicamente alla nostra idea di morale, e non di quella del suo decisore.

Ogni volta che gioiamo per la morte violenta di un criminale, ogni volta che ammettiamo con leggerezza che “per certi soggetti ci vorrebbe la pena di morte”, ogni volta che giustifichiamo l’uccisione istituzionale di una categoria di persone, dovremmo ricordarci che non è impossibile che tale condizioni degeneri e che, prima o poi, qualcun altro potrebbe trovare giusto condannare a morte anche noi per un qualsiasi motivo in quel momento storico, politico e culturale, ritenuto valido.

Ecco cosa dovrebbe insegnarci la parabola discendente di Daenerys Thargarien, uccisa per impedire che uccidesse ancora a sua volta, in nome di un’idea di “giustizia” che non ci ha messo molto a passare da universale a personale: ogni essere umano ha le sue ragioni per ammazzarne un altro – vendetta, potere, libertà – ma alle istituzioni, a chi “comanda”, spetta mettere un freno a tutto questo, e non farsi mai fautrici di morte in nome di un ideale, labile, fallibile e imperfetto quanto l’umanità che lo ha prodotto.

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