Uscire? Rimanere? E come? A pochi giorni dalla deadline, in Theresa May e nel parlamento inglese vige solo caos e confusione

Brexit sì, Brexit no, Brexit boh. Il caos regna sovrano in Inghilterra, che sa che deve uscire, a breve, dalla Ue, ma non sa ancora come. Il timing sta scadendo, il tempo corre velocemente, ma la politica anglosassone sembra non rendersene conto e gioca con il fuoco, rischiando solo di rimanere con il cerino in mano, dopo aver dato fuoco all’intero sistema.

Per capire la vacuità della politica inglese, bisogna fare un salto indietro nel tempo, circa un paio d’anni fa, quando il premier Cameron, in preda ai fumi della stupidità politica, durante la campagna elettorale promise il referendum sulla Brexit. Vinse e si ritrovò a pagare pegno, annunciando un referendum scomodo, con lui stesso che si ritrova a boicottarlo in qualche modo. Vincono coloro che vogliono andarsene (ahia, i populisti!)? E lui rassegna le dimissioni e lascia la patata bollente a Theresa May, che, in questi due anni, è apparsa come un vaso di coccio tra vasi di ferro, stretta tra interessi inglesi, quelli europei, con un orologio che scandiva inesorabilmente il tempo.

Non contenta, la premier, pur avendo una solida maggioranza, ha commesso una ingenuità delle sue: andare alle elezioni subito per avere la ‘sua’ maggioranza parlamentare. Mal le ne incolse, visto che ha comunque vinto, ma con una maggioranza più debole.

E così si è avviata lungo il periglioso cammino della Brexit. La trattativa è stata lunga ed estenuante, difficile e problematica, ma comunque uno straccio di piano-Brexit lo ha raggiunto, lo scorso anno, con la Ue.

Solo che il suo bel piano, scritto nel libro bianco, quando è stato proposto al voto parlamentare, è stato sonoramente bocciato; pure tantissimi deputati del suo stesso schieramento gli hanno voltato le spalle.

Sola e sempre più azzoppata, ha tentato di imbastire un nuovo piano d’uscita con la Ue, che più o meno ricalca ovviamente il precedente già scritto, ma lo modifica in alcuni suoi punti dirimenti.

E pure questo piano è stato bocciato con il voto di martedì scorso. Anche qui, tanti deputati del suo partito (in un numero minore, rispetto alla volta precedente, però) le hanno votato contro.

E ieri il parlamento inglese ha votato una mozione, per nulla vincolante per il governo, con la quale si chiede comunque una uscita morbida, scongiurando il No Deal, cioè l’uscita senza accordo.

OK, quindi si deve uscire dalla Ue, ma con un accordo, che allo stato dei fatti non c’è, visto che quello proposto e riproposto dalla May è stato bocciato; e la data del 29 marzo si avvicina sempre più pericolosamente.

Il problema è che la Camera dei deputati inglese è una babele di voci e di interessi inconcilianti tra loro. C’è chi vuole l’uscita senza accordi, chi non vuole più l’uscita e spera in un nuovo referendum, chi vuole un’uscita alle migliori condizioni possibili, chi chiede una deroga alla data di scadenza imminente, e chi propone alla Ue un accordo à la carte, scegliendo quello che più piace, con buona pace degli interessi della Ue stessa.

Ognuno ha le sue ‘lobby’ da proteggere, ognuno guarda al proprio orticello elettorale, ognuno persegue i propri scopi politici e affossa sempre più una May debole, fragile e quasi sull’orlo di una crisi di nervi, una specie di ‘dead woman walking’, sempre più zombie e meno premier.

Lei, poverina, tiene duro e pone una sola scelta sul tavolo: o il mio accordo o l’uscita traumatica (che sarebbe lo scenario più catastrofico per l’UK).

D’altra parte la Ue concederebbe pure una deroga, ma dovrebbe avere garanzie certe sulla buona riuscita delle nuove trattative in corso, certezza, questa che la May non può oggi garantire, visto che non riesce neanche a gestire i suoi deputati di partito e di maggioranza.

Tempo per un nuovo referendum? Non ce n’è, e neanche c’è poi, tutta questa voglia.

Allora che fare? Impossibile capire dove andrà a sbattere la Gran Bretagna, da qui a breve. Non ci sono certezze, non ci sono volontà granitiche a cui appigliarsi, e c’è una premier che appare un ramoscello in balia dei forti venti. E la situazione è sempre più ingarbugliata che dirimerla, trovando il bandolo della matassa, appare impresa quasi titanica.

Questo è accaduto perché la politica inglese ha inseguito vigliaccamente gli umori populisti senza governarli; questo è accaduto perché in questa situazione difficile la politica ha mostrato il suo volto più debole, più vigliacco ed egoista, che bada al tornaconto personale piuttosto che al dramma che si paventa all’orizzonte.

E anche per questo, qualcuno, se non dio, salvi Theresa May e la tolga da questo guaio che non è in grado di gestire con polso fermo. Lo faccia per il popolo anglosassone che rischia seriamente di farsi male. Perché al 29 marzo, purtroppo per loro, mancano solo pochi giorni!

Related Posts

di
Previous Post Next Post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

1 share