U. K.: BYE, BYE EUROPA!

“Remain or not remain”, questa, parafrasando l’amletico dilemma shakespeariano, è stata la domanda referendaria posta ai sudditi di sua Maestà.

La risposta c’è stata giovedì, dopo la chiusura delle urne, ed ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.La Brexit è divenuta realtà, dopo lo scrutinio delle schede, terremotando tutta l’Europa delle tecnocrazie, allarmardo i mercati finanziari, aprendo scenari futuri oscuri, facendo festeggiare tutti quei movimenti antieuropeisti, e sono tanti, che cavalcano l’onda populista, come surfisti esperti, e, di contro, spaventando tutti quei politici che con questo esito referendario dovranno pur sempre fare i conti e temono di essere messi a nudo dalle loro fragilità.Partiamo da un presupposto ben chiaro: quando il popolo esprime un voto, esso va accettato anche se scomodo, anche se non piace: è la democrazia!brrr

Lo statista inglese Wiston Churchill disse che “la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”, ed è vero. Può non piacere, ma è giusto che un popolo possa esprimere il proprio parere liberamente, utilizzando una scheda ed una matita, che è sempre, comunque meglio di un forcone o di una baionetta usati spesso in passato, e tale parere deve essere analizzato, giudicato, ma comunque rispettato.

Invece, sembra che, poiché l’esito della consultazione non piace, oggi si avverte il prurito di dover trovare un modo per ripetere il voto, e questo oltre che profondamente sbagliato è pura follia.

C’è chi poi, ha sentito il bisogno di intervenire sull’argomento affermando con sicumera certezza che su alcuni argomenti il popolo non dovrebbe mai essere chiamato alle urne. Basterebbe leggere le interviste post Brexit del senatore a vita Mario Monti e dell’ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per notare questa lezione di democrazia, come se si potesse considerare il popolo un semplice suddito beone ed ignorante, buono a dar preferenze politiche a questo o quel partito, buono per votare in materia di trivellazioni o di energia nucleare, o sulla fecondazione assistita ma non certamente sul restare o meno in Europa.

E qui veniamo al nocciolo della questione: la politica e la sua ignoranza/arroganza, che distorce la realtà.

Infatti, tutta la campagna referendaria è stata segnata da una costante alterazione della realtà dei fatti, allarmando continuamente il popolo e non informandolo adeguatamente su ciò che si andava a decidere.

Una campagna d’informazione che si è trasformata in disinformazione, con i due schieramenti opposti che lanciavano ogni giorno allarmismi e frasi ad effetto per spaventare l’opinione pubblica e condizionarla nel voto, senza spiegare chiaramente quali erano gli effetti positivi e negativi di una loro eventuale scelta, quali scenari si sarebbero potuti aprire, quali difficoltà si sarebbero potute incontrare.

Chi voleva l’uscita del Regno Unito ha parlato di un pericolo di immigrazione clandestina, ha parlato di forti tasse che lo Stato inglese deve pagare all’Europa, alterando cifre e realtà di fatti, soldi utili, a loro parere, per far ripartire l’economia inglese se fossero rimasti in tasche britanniche invece che andare a Bruxelles; addirittura si ha avuto il coraggio di tirar fuori le parole nazismo o terzo Reich, alzando cosi, la soglia di paura, gettando nella mischia verbale fatti di storia, inquietanti sì, ma che non hanno nulla a che fare con la Brexit.

Di contro, chi voleva il “remain”, il restare all’interno della Comunità Europea, dipingeva scenari economici foschi, fatti di povertà e miseria, con la perdita di competitività, se si usciva dall’Europa, mentre rimanendoci tutto era più bello, tutto più facile, magari tutti più ricchi.

Politici che hanno avuto solo il dono dello sproloquio, analisti finanziari che sono divenuti neri corvi portatori di oscuri presagi, gli stessi appelli che giungevano da Bruxelles sembravano carichi di minacce, più o meno velate, tutti pronti a spaventare, ma nessuno capace di informare seriamente i sudditi di sua Maestà.

Pure l’omicidio della povera deputata laburista Jo Cox, impegnata attivamente nella campagna referendaria pro “remain”, da parte di uno squilibrato con farneticanti idee nazionaliste, ha macchiato questa campagna referendaria, ma non ha zittito il vociare stridulo di chi ha pensato di guidare la scelta popolare con la paura ed il terrore; anzi, tale evento efferato ha solo aggiunto ulteriore pathos, in una campagna già di per se carica, aggiungendo pure il sospetto di un disegno segreto per condurre la campagna in una determinata direzione ad ogni costo; le solite potenti mani oscure che hanno armato la follia di un uomo, per disegnare il loro scenario politico più ottimale?

Neanche la morte di una innocente, neanche l’uccisione di una persona che lottava per un proprio ideale politico, ha fermato questa pericolosa china su cui stava scivolando la politica inglese.

Il popolo britannico, confuso e terrorizzato, è andato così al voto, ed ha, inevitabilmente, utilizzato più il cuore e la pancia che la testa. Hanno vinto, con uno scarto minimo, i “leave”, coloro che hanno voluto uscire dalla comunità europea; hanno prevalso le identità nazionaliste, ha prevalso la paura sulla ragione.

E per l’Inghilterra si aprono nuovi scenari economici, finanziari e politici, una nuova fase di crescita, con tutti i timori naturali che la transizione comporta, ma sicuramente con le capacità di poter affrontare i nuovi ed imprevedibili scenari futuri.

Se poi analizziamo il trend del voto, notiamo una spaccatura significativa nella società, che dovrebbe porre qualche domanda.

Infatti, se Londra ed i grandi distretti volevano rimanere, nei distretti più piccoli, in quelli rurali, la volontà è stata quella di uscire.

Una spaccatura evidente, questa, che mette in luce tutte le difficoltà economiche di questa Europa: la City ed i grandi distretti hanno un’economia prevalentemente finanziaria, che con questa Europa va a nozze, mentre nei distretti rurali, invece, l’economia è dettata dal commercio e dall’industria, che con questa Europa troppo burocratica hanno sofferto tremendamente la crisi economica che stiamo vivendo.

Inoltre, sempre analizzando i dati, notiamo che il voto per il “remain” è stato schiacciante nella fascia under cinquanta, per poi colare a picco man mano che saliva la fascia d’età.

Una spaccatura sociale evidente, questa, che dovrebbe far riflettere tutti: i giovani hanno visto nell’Europa il loro futuro, non avvertono le difficoltà economiche perché credono nelle opportunità che l’Europa possa loro offrire; di contro, la generazione più anziana sente tutto il peso della crisi economica, sono stanchi di sacrifici imposti da Bruxelles, rimpiangono i bei tempi andati, e tra passato e futuro hanno scelto il primo.

La generazione anziana ha tolto il futuro ai giovani? Difficile dirlo così, ma è certo che il peso del loro voto ha spostato gli equilibri elettorali, la loro paura ha giocato la sua forza, ed ha spinto il Regno Unito fuori dall’Europa.

Questo dovrebbe far riflettere la politica, inglese ed europea: le loro scelte economiche, l’eccesso di burocrazia e di leggi, spesso pure incomprensibili, gli obblighi a cui ogni Stato appartenente è sottoposto, spesso legando mani e piedi i Governi nazionali, bloccandoli nelle loro decisioni, ha spaccato la società, facendo sparire la classe cosiddetta borghese, trasformando i ricchi in più ricchi, e la classe media sempre più povera, vessata, impaurita, e quando il popolo vessato e spaventato ha il potere di decidere, è capace di rovesciare il tavolo e mandare tutto all’aria.

Bruxelles ora chiede un divorzio veloce, un’apertura delle trattative per regolamentare l’uscita inglese, mentre il Regno Unito sembra voler prendere tempo prima di avviare le trattative.

C’è da ricordare che la Brexit ha sancito pure la fine politica del Premier Cameron, che ha agito senza avere idee chiare e progetti credibili, facendo fare all’Inghilterra un vero salto nel buio.

Partiamo con il fatto che il Regno Unito già godeva di privilegi e certi vantaggi: aveva ancora la propria moneta, la sterlina, senza essere stata costretta ad adottare l’euro, godeva di diversi privilegi in materia fiscale ed economica, a differenza di tutti gli altri Stati membri che sono sottoposti, invece, a vincoli stringenti e ad obblighi anche pesanti.

Cameron in campagna elettorale ha proposto il referendum sulla Brexit, e forse anche grazie a questo, è riuscito a conquistare la fiducia degli elettori, divenendo Primo Ministro.

Ha mantenuto la promessa, calendarizzando il referendum, ma già a maggio di quest’anno lo stesso Cameron ha trattato con Bruxelles ulteriori vantaggi, proprio per stimolare l’economia inglese.

Un mese dopo la trattativa, si ritrova con la patata bollente del referendum, che non poteva disconoscere, né ha tentato di evitare. Ha lasciato libertà di coscienza nel suo partito, ha evitato di entrare nel merito della questione, e soltanto alla fine, quando i sondaggi pro Brexit erano maggiori di quelli contro l’uscita, è intervenuto, sperando di salvare il salvabile, senza però riuscirci.

Una linea politica, la sua, folle e distruttiva, senza certezze, senza idee, senza capacità, per cui inevitabilmente rassegna le dimissioni, aprendo una crisi politica in un Paese che è già spaventato per le innumerevoli incognite che il futuro riserverà loro, e da pavido, non apre neanche le trattative per l’uscita inglese, lasciando il gravoso compito a chi gli succederà a settembre.

E caso più unico che raro, la Brexit con il suo esito referendario potrà aprire anche altri fronti più spinosi e preoccupanti, per il Regno Unito. Infatti, in Galles, nell’Irlanda del Nord, in Scozia, il voto è stato schiacciante per il “remain”, per restare ancorati al progetto europeo, ma la vittoria di “leave”, li costringerà ad uscire da questo progetto, a meno che non propongano un referendum per separarsi dal Regno Unito, riaprendo così antiche ferite, antiche identità nazionaliste mai sopite del tutto e che con questo esito referendario possono di nuovo riprendere vigore. Un problema in più soprattutto per la Regina Elisabetta, che oltre a detenere il record di Regina più longeva sul trono, non vuole minimamente passare alla storia come colei che perse gran parte del suo regno. Per questo le toccherà a novant’anni suonati diversi viaggi nei territori del suo regno per rassicurare e tranquillizzare i suoi sudditi, per intrattenere nuove relazioni politiche al fine di spegnere sul nascere ogni progetto di secessione. Certamente una gran bella fatica, questa, che potrebbe aprire un nuovo fronte, quello della successione dinastica: abdicare in favore di suo figlio Carlo, così poco amato nel Regno Unito, o di suo nipote William?

Ma il problema sarà anche per l’Europa stessa: perde un pezzo importante del suo puzzle, e questo dovrà essere digerito anche in fretta, ma deve fare pure i conti con i sentimenti antieuropeisti che serpeggiano in ogni Stato membro, e che la Brexit potrà divenire la giusta miccia per farli esplodere. La fine del progetto politico di Comunità Europea sarebbe una tragedia, un fallimento incredibile, e da Bruxelles dovranno partire segnali importanti e forti: segnali di cambiamento nella linea politica, in quella economica, in cui dovrebbe trovare posto maggiore crescita e minore burocrazia, tecnicismi e rigore. Un’Europa finalmente dei popoli, non un’Europa in cui c’è chi detta le regole e chi le subisce, in cui ci sono imposizioni, spesso anche assurde, e poi, su temi delicati come l’immigrazione, il welfare, la crescita economica ognuno segue il proprio egoistico programma politico, senza alcuna concertazione.

La Brexit può essere un segnale forte ed una opportunità: l’Europa recupera credibilità cambiando modus operandi, l’Inghilterra, fuori dall’Europa, può trovare nuove strade di sviluppo economico. D’altra parte, anche la Norvegia e la Svizzera sono fuori dall’area euro e intrattengono relazioni politiche e commerciali con tutti gli Stati membri, hanno un’economia viva e non sono isolati dal resto del mondo. Perché cambiare si può e si deve, basta mantenere il self control, of course!

Raffaele Zoppo

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