Risultati dei Test INVALSI fotografano una scuola fatta di troppi somari e capre. Ma perché?

Ieri, alla Camera, sono stati resi noti i risultati nazionali del Test Invalsi 2019 che quest’anno, ed è la novità, è stato svolto anche dagli studenti delle scuole superiori.

Ed è un pianto greco, un grido d’allarme che fotografa una situazione molto preoccupante.

Le Prove Invalsi, elaborate dall’Istituto Nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione, (INVALSI, appunto), sono un appuntamento fisso annuale per gli studenti delle elementari, medie e, da quest’anno, pure superiori, frequentanti il loro ultimo anno scolastico, e consistono in test standardizzati, cioè uguali per tutti gli studenti, allo scopo di valutare il loro livello di apprendimento.

Essi si svolgono negli ultimi mesi dell’anno scolastico, a ridosso dei futuri esami, anche se non interferiscono con le valutazioni finali per l’ammissione all’esame, e interessano le tre discipline fondamentali: italiano, matematica e inglese. Per le prime due è previsto un test a risposta chiusa e domande a risposta aperta, mentre per l’inglese è prevista una prova di comprensione scritta (lettura) e un’altra di comprensione orale (ascolto).

E i risultati pubblicati non lasciano adito a dubbi: la nostra scuola sta formando generazioni di studenti sempre più ignoranti, e, cosa più grave, fotografa un Paese spaccato in due: gli studenti del Nord decisamente più preparati, quelli del Sud molto, ma molto, di meno.

Saper leggere, far di conto e parlare inglese, sembrano queste, regole abbastanza semplici per i nostri studenti, per andare bene a scuola, eppure i risultati dei test svolti mostrano invece enormi difficoltà.

Primo dato su cui riflettere: il 35% degli studenti di terza media e degli studenti di quinto superiore non raggiungono le competenze minime richieste in italiano.

Mostrano, infatti, evidenti difficoltà nella comprensione di un testo scritto, e se ci ragioniamo su un momento, i calcoli statistici evidenziano che più di uno studente su tre, in pratica, prende la licenza media o il diploma di maturità pur avendo tali difficoltà, e la cosa è di per sé, abbastanza grave.

Ma se in italiano si zoppica un po’, in matematica la situazione si complica parecchio: non raggiunge un livello minimo richiesto il 39% dei ragazzi di terza media e il 42% dei ragazzi del quinto superiore.

Se, invece, osserviamo il dato a livello nazionale, osserviamo che quasi il 40% degli studenti non raggiunge i traguardi previsti nei test di matematica.

Guardando i dati a livello regionale, allora è il caso di mettersi le mani nei capelli, perché tale percentuale supera ampiamente il 50% in Campania, Sicilia e Sardegna, sino a sfiorare il 60% in Calabria.

Sul versante di inglese? Situazione molto sconfortante, perché sembra proprio che la lingua straniera sia una vera bestia nera per molti nostri studenti.

Il test si divide in listening e reading, ascolto e lettura, e la valutazione risponde ai sei livelli di competenza (A1, A2, B1, B2, C1, C2) del QCER (Quadro Comune Europeo).

In terza media, il livello minimo richiesto A2, non viene raggiunto dal 23% degli studenti, per quanto riguarda la lettura, e dal 41% per quanto riguarda l’ascolto.

Salendo di grado, tra gli studenti delle superiori, la situazione si fa più critica: il 49% degli studenti non raggiunge neanche il livello B2 nella lettura, e, addirittura, il 65% di loro non raggiunge il livello B2 nell’ascolto.

Anche qui, se spostiamo la lente d’ingrandimento dai dati nazionali a quelli regionali, osserviamo come i livelli minimi vengono raggiunti da meno del 20% degli studenti calabresi, campani e siciliani.

“Sebbene in leggero miglioramento rispetto al 2018, gli esiti degli studenti al termine della terza media – hanno spiegto i ricercatori Invalsi – non paiono particolarmente brillanti, poiché ancora larghe quote di allievi non raggiungono quanto sarebbe previsto dai programmi nazionali. Tuttavia, il problema maggiore rimane soprattutto la differenza molto rilevante tra le regioni. Differenza che nei fatti vanifica l’uguaglianza di opportunità formativa per tutti, mostrando che la vera inclusione, ossia quella che garantisce buoni livelli di competenza a molti, se non proprio a tutti, è ancora un traguardo lontano”.

Ed è interessante anche l’analisi fatta dal ministro Bussetti: “Questi dati evidenziano innegabili motivi di preoccupazione, ma anche di novità e interesse.”

La nuova scuola, prima che cercare di essere ‘buona’ o sperimentare nuove riforme, dovrebbe piuttosto impegnarsi a recuperare il gap tra studenti del Nord e quelli del Sud, perché queste differenze cosi marcate mostrano solo una sorta di analfabetismo 2.0 che colpisce i ragazzi delle regioni del sud Italia, condannandoli a un destino segnato da occasioni perse, sia culturali che professionali.

La scuola dovrà ritornare a investire massicciamente in istruzione e cultura, per offrire la possibilità di un futuro migliore alle nuove generazioni che dovranno per forza, confrontarsi, in un mondo globale, con ragazzi provenienti da Paesi che tali investimenti li fanno già da anni, e con evidente successo.

E, se guardiamo alla scuola, e agli investimenti che andranno fatti seriamente, il primo sarà pure l’assunzione di nuovo personale docente per abbassare l’età media, che è decisamente ancora alta, e avvicinare così l’insegnante al linguaggio moderno e tecnologico degli studenti, piuttosto che restare fermi a quello ottocentesco. Ma questo, da solo però, non basta; lo stipendio del docente dovrebbe recuperare anche una certa dignità economica, che negli anni è stata fin troppo mortificata.

Perché senza cultura non c’è nessuna evoluzione. E vedere che il Paese che diede i natali a Dante, a Leonardo da Vinci, a Galileo Galilei, a Michelangelo, oggi crea studenti ignoranti, fa veramente male, e dovrebbe porci più di qualche seria riflessione.

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