Nel silenzio assorto della Città del Vaticano, avvolta dalla luce rarefatta del Lunedì dell’Angelo, giorno che la tradizione cristiana dedica alla memoria della Risurrezione e all’annuncio della speranza, il 21 aprile 2025, si è spento Jorge Mario Bergoglio, 266esimo vescovo di Roma, conosciuto al mondo come Papa Francesco. Aveva 88 anni. Si è congedato nel riserbo austero della sua residenza, Casa Santa Marta, poco dopo l’alba, accompagnato dalla discreta solennità che aveva contraddistinto l’intero suo pontificato. La diagnosi ufficiale ha parlato di ictus cerebrale seguito da un collasso cardiocircolatorio, ma la sua uscita di scena ha assunto da subito una dimensione più ampia, capace di toccare corde che superano la cronaca medica.
Era tornato appena un mese prima da un lungo ricovero al Policlinico Gemelli, dove aveva combattuto con tenacia una polmonite bilaterale causata da un’infezione polimicrobica. Fragile ma ancora presente, aveva voluto apparire un’ultima volta in pubblico nella domenica di Pasqua, affacciandosi su Piazza San Pietro per benedire i fedeli con l’”Urbi et Orbi”. Quella mano tremante alzata verso la folla, il volto segnato dalla fatica ma attraversato da un sorriso mite, è ora immagine indelebile di un addio già scolpito nel cuore dei credenti.
Il primo papa gesuita, il primo pontefice proveniente dall’America Latina, ha guidato la Chiesa universale per dodici anni con una visione profonda e rivoluzionaria, non priva di contrasti ma carica di umanità. Nato a Buenos Aires nel 1936, figlio di emigranti piemontesi, Papa Francesco ha portato con sé la memoria delle periferie e la cultura del discernimento. Al rigore teologico ha unito uno sguardo pastorale inedito, capace di attraversare i confini, di affacciarsi sui margini, di restituire centralità agli ultimi.
Dalla sera del 13 marzo 2013, quando si affacciò per la prima volta dalla Loggia centrale della Basilica Vaticana, la sua presenza fu subito segnata dalla discontinuità rispetto ai predecessori. Scelse il nome Francesco in omaggio al Poverello d’Assisi, tracciando una traiettoria spirituale fatta di semplicità, vicinanza e attenzione agli esclusi. La sua prima visita fuori Roma fu a Lampedusa, nel luglio 2013, dove denunciò con forza la “globalizzazione dell’indifferenza” di fronte alle tragedie del Mediterraneo. Fu il preludio a un pontificato in cui la mobilità umana, il destino dei migranti, le guerre dimenticate, divennero priorità morali.
Negli anni successivi, ha attuato riforme significative della Curia romana con la costituzione apostolica Praedicate Evangelium, che ha ridisegnato il profilo della macchina vaticana, spostando l’accento dalla burocrazia alla missione evangelica. Ha fortemente voluto una maggiore corresponsabilità dei laici, delle donne e delle chiese locali, sostenendo un cammino sinodale che culminerà, come da lui auspicato, in una Chiesa “più partecipativa e meno clericale”.
Con l’enciclica Laudato si’, pubblicata nel 2015, ha innalzato la questione ecologica a imperativo spirituale e politico, parlando di “cura della casa comune” in un linguaggio accessibile e penetrante. Nel 2020, con Fratelli tutti, ha proposto un manifesto di fraternità universale che non elude i conflitti, ma li affronta come spazi possibili di riconciliazione.
Sul piano internazionale, è stato protagonista di delicati percorsi diplomatici: dallo storico riavvicinamento tra Cuba e Stati Uniti, favorito da una mediazione riservata, alla storica firma del Documento sulla Fratellanza Umana ad Abu Dhabi, nel 2019, insieme al Grande Imam di al-Azhar. Ha visitato Paesi mai toccati prima da un pontefice, come l’Iraq, nel marzo 2021, dove ha incontrato il leader sciita al-Sistani, portando un messaggio di pace in una terra martoriata da decenni.
Ha affrontato con fermezza lo scandalo degli abusi nella Chiesa, istituendo nuove norme per la prevenzione, la denuncia e la punizione dei reati. Un cammino difficile, segnato da resistenze interne, ma che ha aperto spiragli concreti di rinnovamento. Ha pianto con le vittime, chiesto perdono più volte, e avviato un processo di purificazione che ha posto la Chiesa di fronte alle sue ferite più profonde.
La notizia della sua morte ha scatenato una reazione globale che va oltre le appartenenze religiose. Le più alte cariche politiche e spirituali del mondo hanno espresso il loro cordoglio. Antonio Guterres lo ha definito “una delle coscienze morali del nostro tempo“. Emmanuel Macron ha ricordato la sua “prossimità ai più deboli“. Persino Vladimir Putin, con parole con parole misurate e rispettose, ha sottolineato il suo ruolo di mediatore di pace. In Italia, il Presidente Mattarella ha parlato di “guida spirituale che ha saputo incarnare la misericordia evangelica con forza e dolcezza”, mentre la premier Meloni ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.
Il corpo di Papa Francesco sarà esposto per tre giorni nella Basilica di San Pietro, dove è previsto l’omaggio di centinaia di migliaia di fedeli. I funerali avranno luogo sabato 26 aprile, secondo un rito che unirà sobrietà e solennità, fede e memoria storica. Come da sue volontà, riposerà nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dove tante volte aveva pregato in silenzio prima e dopo i suoi viaggi apostolici. Nessun sarcofago monumentale, nessuna tomba dorata: un sepolcro semplice, quasi anonimo, come a voler scomparire nel grembo della Chiesa universale che ha tanto amato.
Con la sua scomparsa si apre il periodo di sede vacante. Il Conclave verrà convocato tra il 5 e il 10 maggio. Si percepisce già l’eco del dibattito che animerà le prossime settimane: chi raccoglierà l’eredità di un uomo che ha cambiato il modo di essere pontefice? Che ha riformato, pur tra ostacoli, la Curia romana, che ha reso visibili gli invisibili?
Il vuoto che lascia non è solo quello istituzionale, ma è lo spazio emotivo che si apre ogni volta che una voce autentica si spegne. Non un santo da altare, ma un uomo che ha tentato, con ostinata fede, di abitare il tempo presente con le lenti del Vangelo. Con la sua partenza si chiude un capitolo che ha saputo essere, al contempo, radicato e profetico, antico e attuale.
Resterà il suo sguardo mite, la sua voce roca e affaticata, le sue parole di misericordia, gli abbracci ai carcerati, ai profughi, ai bambini. Resteranno le sue encicliche, i suoi silenzi, la sua coerenza. Ma soprattutto resterà il ricordo di un uomo che ha voluto essere Francesco non per scelta estetica, ma come forma di vita. E oggi che non c’è più, il suo nome suona come un lascito: un invito, forse, a non smettere di cercare l’essenziale.
