C’è un punto esatto in cui la città si mostra per quello che è davvero: non nei monumenti celebri o nelle piazze affollate, ma in quei luoghi in cui la memoria si posa come un fiore fragile, esposta al vento e all’indifferenza. Piazza Re di Roma, punto nevralgico e sfuggente della Capitale, è uno di questi luoghi. Lì, dove la quotidianità corre veloce e gli sguardi si sfiorano senza lasciarsi traccia, qualcuno ha deciso che il ricordo di Pamela Mastropietro non meritasse di resistere. Lo ha fatto con la brutalità muta di un gesto che ferisce: uno striscione strappato con le parole “Infinitamente manchi… ma ci sei”, una panchina rossa, simbolo di lotta contro la violenza di genere, rigata per cancellarne il senso, fiori calpestati e gettati via. Azioni codarde che raccontano un abisso di insensibilità e rivelano qualcosa di ancora più inquietante: non ci troviamo solo di fronte a una società distratta, anestetizzata al dolore, ma forse anche a una società che, in alcuni suoi angoli più oscuri, coltiva un odio attivo, una volontà deliberata di oltraggio.
Pamela Mastropietro aveva diciotto anni quando, il 30 gennaio 2018, fu uccisa a Macerata. Il suo corpo, smembrato e chiuso in due valigie, fu ritrovato il giorno successivo nelle campagne di Pollenza. L’autore del crimine, Innocent Oseghale, è stato condannato all’ergastolo nel gennaio 2025, al termine di un iter giudiziario lungo e doloroso per la famiglia. Ma l’orrore non si è fermato alla ferocia dell’assassinio: Pamela fu drogata, violentata, colpita con due coltellate al fegato, e infine smembrata con l’uso di varechina nel tentativo di cancellare ogni traccia del crimine. La battaglia processuale, scandita da tentativi della difesa di negare la violenza sessuale e la responsabilità diretta dell’omicidio, si è trascinata per anni, mentre la madre, Alessandra Verni, cercava giustizia in un’aula di tribunale e dignità per la memoria della figlia.
Quella stessa madre, oggi, si trova costretta a denunciare nuovi oltraggi. Lo ha fatto con voce ferma ma colma di stanchezza e dolore, dichiarando pubblicamente: ”Ogni atto vandalico è un colpo al ricordo, alla lotta per la giustizia e alla speranza di un mondo migliore”. E ancora: “Non saranno questi atti intimidatori e oltraggiosi a fermarmi!”. Le sue parole, lucide e vibranti, richiamano l’urgenza di non lasciare che l’indifferenza diventi consuetudine. “Facciamo sentire la nostra voce! Uniti possiamo creare consapevolezza, sensibilizzare e combattere per un cambiamento. Non lasciamo che l’indifferenza prevalga. La memoria è una luce che non deve spegnersi”.
Non è la prima volta che il ricordo di Pamela viene profanato. Appena pochi giorni prima dell’episodio di Roma, a luglio, l’installazione commemorativa di via Spalato 124 a Macerata, proprio di fronte alla casa in cui la ragazza fu uccisa, era stata vandalizzata. La madre aveva chiesto al Comune un intervento urgente per il ripristino.
Da anni, la memoria di Pamela subisce oltraggi e atti vandalici, ma in questa circostanza il gesto ha avuto un impatto ancora più doloroso e grave. Dal legno della panchina erano state cancellate le parole che facevano riferimento alla figlia, come se qualcuno volesse eliminare ogni traccia della sua esistenza e di ciò che rappresenta.
Tutto questo ci costringe a interrogarci su una verità difficile da accettare: non si tratta solo di passività, di distrazione, di cecità emotiva. In molti di questi gesti vandalici si intravede qualcosa di più aggressivo e disturbante. Come se esistesse un rancore non dichiarato, un disprezzo silenzioso eppure attivo verso la memoria di una giovane donna che ha subito una delle morti più atroci del nostro tempo. Ciò che fa paura non è solo l’indifferenza, ma l’eventualità che esista chi agisca con fredda determinazione per offendere, per colpire ancora, per infliggere simbolicamente nuove ferite. Come se il solo ricordo di Pamela fosse una presenza scomoda, qualcosa da cancellare, da zittire.
Chi deturpa un monumento alla memoria, chi cancella una dedica, non sta solo ignorando il dolore altrui: sta scegliendo di colpire. E in questa scelta si rivela una povertà morale allarmante, una pericolosa inclinazione a voler negare non solo la storia, ma anche i valori fondamentali del rispetto e dell’umanità. Ricordare Pamela non è un fatto privato. È un atto pubblico, necessario, perché dietro la sua storia si intrecciano drammi sociali ancora aperti: la violenza di genere, la tossicodipendenza, l’emarginazione, le falle del sistema giudiziario. Ogni pietra divelta, ogni fiore calpestato, ogni parola cancellata è una ferita nuova, inferta non solo a una madre, ma a un Paese intero.
La memoria non è una concessione. È un dovere. Lo è per le istituzioni, chiamate non solo a garantire il rispetto fisico di questi luoghi ma anche a farsi promotrici di una cultura del ricordo consapevole. Lo è per ciascun cittadino, perché in ogni atto di vandalismo c’è una domanda che ci riguarda tutti: che società stiamo costruendo? Siamo ancora capaci di indignarci? O ci stiamo abituando anche all’odio?
La voce di Alessandra Verni, che si leva instancabile contro l’oblio, è oggi più che mai necessaria. Perché non è solo la madre di Pamela, ma il simbolo di una battaglia più ampia: quella per il diritto al ricordo, per la dignità della memoria, per la costruzione di una cultura che non volti lo sguardo davanti all’ingiustizia, e che non accetti mai che l’odio prenda il posto della compassione.
Finché esisteranno persone capaci di deturpare i luoghi dedicati alle vittime, significa che il nostro lavoro di costruzione di una società più consapevole e rispettosa non sarà mai davvero concluso. Ma è proprio in questa consapevolezza che deve nascere la nostra responsabilità: custodire la memoria non è un gesto rituale, ma un atto di coraggio civile.

