Open e il caso Sacchi: quando il giornalismo diventa pettegolezzo

Fatto di cronaca in questione: A Roma, quartiere Appio Latino (posto piuttosto tranquillo), un ragazzo è rimasto ucciso nel tentativo di difendere la propria fidanzata da uno scippo. Due malviventi hanno pensato bene che il furto di uno zainetto fosse meritevole dell’uso di una pistola e hanno deciso di sparare in testa al povero Luca, 24 anni, che aveva l’unica colpa di essere intervenuto a difesa della persona che amava frapponendosi fra i ladri e il bottino.

Il dramma, già di per sé una notizia data la sua assurdità e gravità, avrebbe suggerito alla penna di un giornalista che approccia il suo mestiere con una certa deontologia professionale riserbo e rispetto. A quanto pare queste due caratteristiche non animano Enrico Mentana e la testata che la sua mente cerchiobottista ha partorito (Open), che per realizzare due click in più decidono, con una sensibilità degna del peggior magazine da coiffeur, di pubblicare un inutile e inappropriato focus sulla persona di Luca Sacchi, la vittima dell’aggressione. L’autrice, non contenta di questa indebita intromissione nella privacy di un ragazzo morto, sposta il focus non sull’omicidio di un giovane che voleva proteggere la sua ragazza, ma su quanto di più vile possa esistere, i vecchi post pubblici sui social del ragazzo, e li sbatte in prima pagina, come a dire «ecco a voi la vittima, un “becero sovranista”, uno “sbruffone” (parole sue eh!)», come a denigrare una persona ormai morta svilendone la figura solo perché portatrice di un certo ideale. Dopo aver fatto la bulletta sui social però, forse resasi conto della gravità delle sue affermazioni (che trovate qui sotto in allegato, giusto per non dimenticarcele…), l’autrice del pezzo cancella tutto e in pieno damage control rende il suo profilo privato per ripararsi dalle critiche.

Pur riconoscendo il fatto che le idee sbandierate pubblicamente tre anni fa da Luca fossero esecrabili, quello che mi colpisce è la bieca sottomissione al profitto della mia “collega” che, pur di far fare due click in più al suo pezzo (chissà, magari ha degli obblighi di risultato, lo spero per lei…), ha ben pensato di andare a scavare nel passato della vittima come una comare di paese, coprendo di ridicolo la sua persona e di vergogna chi fra i suoi colleghi ha deciso di approcciarsi alla professione con la schiena dritta, con quella deontologia professionale dietro cui l’autrice del pezzo arrogantemente si nasconde senza averne minimamente diritto.

Perché se è vero che la professione del giornalista impone di raccontare la verità, è altrettanto vero che il modo in cui questa viene raccontata fa la differenza fra una testata giornalistica seria e un prodotto utile ad accendere il camino d’inverno o a incartare il pesce al mercato.

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