OGGI, OGNUNO DI NOI DEVE URLARE: “JE SUIS CHARLIE”

Ero a casa, la mia casa è nel centro di Manhattan, e verso le 9 ho avuto la sensazione d’un pericolo che forse non mi avrebbe toccato ma che certo mi riguardava. Sai, la sensazione che si prova alla guerra, anzi in combattimento, quando con ogni poro della pelle senti la pallottola o il razzo che arriva, e tendi le orecchie e gridi a chi ti sta accanto: «Down! Get down! Giù! Buttati giù». L’ho respinta. Non ero mica in Vietnam, mi son detta. Non ero mica in una delle tante e fottutissime guerre che sin dalla Seconda Guerra Mondiale hanno seviziato la mia vita! Ero a New York, perbacco, in un meraviglioso mattino di settembre. L’11 settembre 2001. Ma la sensazione ha continuato a possedermi, inspiegabile, e allora ho fatto ciò che al mattino non faccio mai. Ho acceso la Tv. Bè, l’audio non funzionava. Lo schermo, sì. E su ogni canale, qui di canali ve ne sono quasi cento, vedevi una torre del World Trade Center che bruciava come un gigantesco fiammifero“, così disse Oriana Fallaci quella maledetta mattina dell’11 settembre, testimone oculare di uno dei più feroci attacchi terroristici all’Occidente nel nome del fanatismo islamico. Joseph E. Stiglitz, Premio Nobel per l’Economia nel 2001, successivamente affermò: “l’11 settembre ha rivelato l’altra faccia della globalizzazione. E’ il terrorismo che varca le frontiere“.

Oggi a distanza di quattordici anni ci troviamo a dover guardare e commentare il feroce attacco alla redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. Al grido di “Vendicheremo il Profeta” due uomini incappucciati e vestiti di nero hanno fatto irruzione nella reception del settimanale satirico e hanno aperto il fuoco, lasciando a terra dodici persone, dodici cadaveri crivellati di colpi.La loro colpa? Quella di aver pubblicato vignette satiriche sull’Islam, sul Profeta Maometto; vignette satiriche, appunto, feroci, persino brutali, per certi versi, criticabili quanto si vuole, ma certamente non meritevoli di questa sorta di spedizione punitiva per lavare un’onta. Una strage assurda, nel cuore della Francia, quella Francia che ha fatto del multiculturalismo una propria bandiera, visti i tantissimi suoi figli nati in Francia, ma con culture diverse, frutto di quel colonialismo dei tempi passati. Sono tantissimi i franco-algerini, i franco-marocchini o i franco-tunisini, che sono nati in Francia, e qui vivono, studiano, lavorano regolarmente, dando vita a quella forma di società multietnica, che rende lo Stato francese così “moderno”, così tollerante, nascondendo, però, tra le pieghe di una società che è in continua evoluzione, tutte quelle forme di intolleranza e di razzismo, che ogni tanto esplodono nei sobborghi francesi, e subito prontamente additate come piccoli episodi di rabbia sociale e nulla più.Poi ci si sveglia una mattina sconvolti da un attentato come quello alla redazione di Charlie Hebdo, così come successe nel luglio del 2007, a Londra, quando la City fu ferita dagli attentati esplosivi, che colpirono il suo sistema di trasporti pubblici, causando 55 morti e moltissimi feriti. Londra, appunto, un’altra città che ha fatto del multiculturalismo il suo vessillo, e sono stati proprio i figli di Londra, fomentati e armati da Al Qaida, a colpirla nel suo cuore. Lo stesso che successe con l’attacco alle Torri Gemelle, nel 2001, a New York.Figli di una società multietnica falsa e finta, che non li ha mai veramente accettati e resi partecipi della vita sociale, tenuti sempre ai margini della stessa, si sono sentiti vivi nell’ideologia fondamentalista islamica, sono stati armati dagli stessi, e questi hanno colpito la loro matrigna, sfogando tutta una rabbia, che da sempre covavano, una rabbia distruttiva e punitiva.Un allarme che espresse in una nostra recente intervista lo stesso On. Stefano Dambruoso, quando ci disse: “credo che oggi in Europa esista un rischio attentati, soprattutto da parte dei cosiddetti “foreign fighters”, i reduci dalle esperienze belliche in Siria e in Nord Iraq. Oggi in Italia ci sono soprattutto Arabi di seconda generazione e Italiani che sono stati reclutati via web per andare a combattere in Siria e che oggi sono tornati a casa o sono in procinto di farlo, con il rischio quindi di trovarci in casa un potenziale terrorista. Quindi dobbiamo continuare a monitorare con grande attenzione questo fenomeno“. Sono loro, i foreign fighters, i combattenti stranieri, che vengono reclutati dai fondamentalisti, sono loro i figli di un dio minore, che trovano un senso di vivere proprio ascoltando i proclami dei fondamentalisti, sono loro che lasciano tutto e tutti per andare a combattere guerre non loro, solo per sentirsi finalmente parte di una collettività che li accetta; sono loro che, poi, rientrano tra i confini natii e lì diventano potenziali cellule dormienti pronte ad esplodere.“Prima di tutto voglio sottolineare come la lotta contro il terrorismo non debba essere trasformata in una campagna contro l’Islam. E in questo l’establishment mediatico ha una grande responsabilità“, ha puntualizzato la giornalista Antonella Appiano, in una nostra recente intervista; ed è vero, non possiamo minimamente confondere l’Islam con il fondamentalismo, che sfrutta la ragion sacra per combattere una propria personale guerra al mondo occidentale ma anche a quello arabo, sconvolgendo i già precari equilibri politici.Così come è altrettanto vero che la risposta che il mondo occidentale dovrebbe dare di fronte a siffatti eventi tragici, deve essere la più ferma e decisa possibile.Non possiamo accettare l’editoriale pubblicato online del Financial Times, che accusa la redazione di Charlie Hebdo di aver peccato di “stupidità editoriale” nell’attaccare l’Islam.“Anche se il magazine si ferma poco prima degli insulti veri e propri – si legge ancora nell’editoriale – non è comunque il più convincente campione della libertà di espressione“.Questo attacco vile alla redazione della rivista satirica francese deve svegliare tutto il mondo occidentale; non si possono trovare né giustificazioni nè accuse generiche: in un sistema democratico vige la regola della critica, non quella degli attentati.Ma se i media hanno le loro colpe o nell’alimentare una sorta di fobia per il musulmano, facendo così un discorso puramente generico, senza un’analisi profonda, oppure nel cercare di trovare presunte giustificazioni a siffatti atti di terrorismo, e se la politica internazionale ha le sue colpe, perchè si mostra miope di fronte agli scenari mondiali, luogo di profonde crisi, spesso anche divisa su come operare e quali proposte avanzare per trovare soluzioni pacifiche durature, salvo poi scegliere il male minore, quell’interventismo militare mascherato da azioni di pace, che spesso è più utile a salvaguardare certi interessi economici e politici, piuttosto che portare benefici alle popolazioni civili; non possiamo, però, salvare tutta la nostra società civile: siamo noi che dobbiamo fare di più; siamo noi, società civile, che dobbiamo accogliere e far sentire queste persone, figlie di una generazione che ha già vissuto tutte le difficoltà dell’integrazione, non più figli di un dio minore, ma parte di una grande famiglia, quello Stato in cui sono nati e di cui hanno la cittadinanza. Solo in questo modo, solo se queste persone, oggi spesso ai margini della società civile, si sentono invece, parte integrante di essa, e non vengono ghettizzati, allora perderanno tutto l’interesse nell’ascolatre via web i proclami farneticanti delle organizzazioni terroristiche, perderanno tutto l’interesse nell’andare a combattere guerre non loro, smetteranno di odiarci, e non si trasformeranno in cellule dormienti pronte a svegliarci con un grande botto.Perché se Oriana Fallaci, nel libro “La rabbia e l’orgoglio” disse che “vi sono dei momenti, nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo“, forse per tutti noi, società civile, è giunto il momento di agire fattivamente affinché fatti del genere non possano più sconvolgerci la nostra esistenza, e un giornalista non muoia più per aver disegnato una stupida vignetta satirica.

 

Raffaele Zoppo
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