I nuovi scenari politici e parlamentari, tra vuoti poteri arroccati, leader giovani e rampanti, e la caduta degli dei

Le elezioni del 4 marzo ci hanno consegnato uno scenario politico completamente mutato, trasformato nelle sue viscere, e i cui punti di riferimento di sempre, sono divenuti puntini inutili per disegnare ogni progetto politico.

Allo stato attuale, dopo la prima vera prova parlamentare, l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, tutto ciò appare maggiormente evidente.

Ci sono i due giovani rampanti, Salvini e Di Maio, che hanno portato in trionfo i loro rispettivi partiti, Lega e M5S, ma che non hanno ancora i numeri giusti per governare autonomamente, e ci sono i due vecchi, Berlusconi e Renzi, che sono stati messi all’angolo dai loro errori politici.

I due giovani, rampanti e ambiziosi non vogliono sprecare minimamente l’occasione capitatagli, perché unica, non vogliono sprecare l’attestato di fiducia che gli elettori gli hanno donato, perché sanno che non è eterno, e soprattutto, piuttosto che sognare utopie vivono nel pragmatismo più concreto.

Così hanno dato vita ad un accordo politico per l’elezione dei due Presidenti, scegliendo un metodo condiviso, piuttosto che scontri e forzature, e, altra grande novità, agendo sotto la luce del sole, nelle aule parlamentari, che è il luogo deputato per tali trattative politiche.

Qui non ci sono più incontri privati, né Nazareni, né Palazzi Grazioli vari, non ci sono patti della crostata, né cene, né pranzi; qui c’è stata una trattativa vera, forte nei toni, ma limpida, informando gli elettori sempre di ogni passo in avanti fatto.

Hanno mantenuto la barra dritta ed il primo risultato è stato raggiunto, guardando agli interessi dei cittadini, non ai propri tornaconto di bottega.

Di contro ci sono i due vecchi leader che avvertono su di sé il sorpasso della gioventù, e la perdita della loro centralità nelle trattative politiche.

Renzi, che anagraficamente non è vecchio, ma, più o meno coetaneo di Salvini e Di Maio, è vecchio dentro, per il modo di concepire la politica. Arrogante, saccente e divisivo, ha preso un partito al 20% e lo ha condotto al 18%. Si è auto elogiato per tutta la campagna elettorale, non accorgendosi che stava perdendo il suo elettorato.

Oggi il suo è il terzo partito italiano, non ha più la centralità, e soprattutto al suo interno c’è un dibattito feroce tra correnti, che sta assumendo i contorni di una redde rationem.

Renzi ha arroccato il suo partito nel ruolo di opposizione, spegnendo ogni margine di trattativa. Rifiuto ad ogni incontro, ad ogni partecipazione, sperando di ricompattare il proprio partito sui fallimenti altrui. E, forse, non ha compreso la lezione severa inflittagli dai suoi elettori: si può fare opposizione, ma in modo responsabile, partecipando al dibattito, discutendo, sedendosi al tavolo con gli avversari, con l’obiettivo di dare un futuro al proprio Paese, piuttosto che cercare una riconferma nel proprio partito.

L’altro leader messo all’angolo è Berlusconi. Anagraficamente può essere il vecchio saggio piuttosto che il giovane rampante, ma il suo status non è frutto del tempo che è passato, piuttosto degli errori commessi.

La Lega di Salvini ha divorato gli elettori di Forza Italia, l’ha superata, in termini percentuali, ed ora ha lo scettro del centrodestra unito, quello che un tempo era appannaggio solo e soltanto di Berlusconi.

A lui non manca certamente credibilità e carisma, ma ha un partito che si è imbolsito, che non ha mordente, e che lo porta ad accumulare errori politici rilevanti. Inoltre, a differenza di Di Maio, Salvini e Renzi, Berlusconi non può neanche sedere nell’aula parlamentare, per via di una condanna passata in giudicato, quindi non può controllare il polso politico del suo partito, ma semplicemente, attendere a Palazzo Grazioli, nella sua residenza romana, ciò che gli riferiscono i suoi colonnelli.

Per questo sul senatore Romani si è montato un casus che poteva e doveva essere gestito da altri in modo più accorto.

Se tutto il centrodestra unito propone il nome del Senatore forzista alla presidenza di Palazzo Madama, ma il nome non trova, immediatamente il sostegno dei cinque stelle, perché insistere, ostinatamente? Per una questione di principio o per un atto di forza all’interno della coalizione?

Salvini visto l’impasse, e l’arroccamento delle posizioni, ha sparigliato le carte, ha forzato la mano e ha ottenuto il massimo: il rispetto del metodo condiviso per l’elezione dei presidenti, l’unità del centrodestra, e l’elezione allo scranno più alto del Senato di un esponente di Forza Italia, com’era negli accordi, con il placet però di tutti.

Salvini ha dimostrato qualità di leadership e capacità di gestione politica, anche nella complessità nel trattare, da una parte con i niet dei pentastellati, e dall’altra con l’arroganza di un partito allo sbando, com’è Forza Italia.

C’è chi ha visto nell’atto di Salvini una umiliazione politica verso Berlusconi, ma sbaglia clamorosamente. Non c’è stata umiliazione, ma accortezza: certamente non si poteva permettere di far saltare il banco per il capriccio di un nome, e ben immaginava i cattivi consigli che Berlusconi stava ricevendo dai suoi colonnelli.

Inoltre, l’eleggere Romani alla Presidenza del Senato, contro tutto e tutti, avrebbe dato il là ai cinque stelle ad una campagna martellante per aver eletto una persona con una condanna. Salvini se vuol ridimensionare il valore del M5S non può offrirgli pure le cartucce per sparare.

Il suo è stato un colpo di frusta utile a risvegliare tutti dai giochini di palazzo; i nomi passano, è il credo di Salvini, certe occasioni no.

Berlusconi si deve fidare del leghista per un ottimo motivo: Salvini senza coalizione non conta nulla, Salvini in coalizione ha una forza parlamentare maggiore rispetto al M5S. Quindi non ha alcuna intenzione di rompere l’alleanza, ma di guidarla verso un obiettivo politico credibile.

Berlusconi non si deve fidare, invece, dei vecchi colonnelli del suo partito, gente che in questi anni hanno vissuto di rendita, brillando della luce carismatica del suo leader, ma senza dare grandi apporti personali. Sono loro il motivo principe del fallimento elettorale di Forza Italia.

Dietro Berlusconi c’è il vuoto, non ci sono giovani rampanti, leader credibili, sostenitori capaci di portare acqua al loro mulino; dietro di lui non c’è nulla.

Ora che Berlusconi è fuori dal palazzo, ma non fuori dalla politica, ora che la guida della coalizione è in mani sicure e credibili, ora si impergni fortemente nella ricostruzione del suo partito. Un confronto interno, un dibattito interno, aperto e alla luce del sole, servirebbe come bagno catartico per ripartire. In seno a Forza Italia ci sono serpi pericolose, esponenti che mirano ad un partito unico a marchio leghista, personalità che vivono, invece, nell’ombra del

loro leader senza prendere mai voce, e personalità che vivono nelle loro posizioni di potere, e non mollano neanche quando la barca affonda.

Berlusconi ha una chance, ridare volto e credibilità al proprio partito, ritrovando la base, quella che s’impegna nella politica sul territorio, porta a porta, come fanno i grillini o i leghisti; quella che ascolta le istanze dei cittadini arrabbiati, offrendo loro risposte certe e credibili, non chiudendosi nei dorati palazzi del potere; quella che vive per il partito e non grazie al partito.

Se compirà questo passo ritroverà una centralità nello schieramento del centrodestra, altrimenti, verrà pensionato prima del previsto, mentre Salvini fagociterà quel poco che rimarrà di Forza Italia.

Perché, tutto sommato, l’Italia è un Paese moderato, dove estremismi e populismi, di norma hanno vita breve, se non vengono continuamente alimentati dalla mala politica.

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