Muhammad Iqbal e l’esperienza religiosa come ponte tra Occidente e Oriente

I tempi sembrano oggi ormai maturi per scambi culturali capaci di andar oltre le secolari barriere fra le diverse culture del mondo, barriere che sono state tanto più resistenti quanto più sono state fondate sulle religioni.
Muhammad Iqbal grande personaggio pakistano, dopo avere illuminato col proprio pensiero il suo Paese, ha sicuramente qualcosa da dire anche agli europei. Nato nel Punjab nel 1877 e formatosi a Lahore e, fra 1905 e 1908, in Inghilterra (Cambridge) e in Germania (Heidelberg), Iqbal ebbe modo di comprendere quanto fossero rischiose le forme di nazionalismo che dominavano allora la politica di molte nazioni europee: la capacità di fondere la conoscenza della cultura europea col sentimento profondo della tradizione islamica caratterizzò da allora tanto la produzione letteraria e filosofica quanto l’azione politica di Iqbal, che non a caso nel 1932 fu fautore della proposta della creazione pacifica del Pakistan come stato separato dall’India, nel rispetto dell’autonomia delle due culture e delle due religioni che segnavano quegli immensi territori. Colpisce, in rapporto all’Italia, l’esperienza del viaggio di Iqbal a Roma nel 1931, nel corso del quale egli fu latore di un’istanza – assai avanzata per quell’epoca – di apertura e di scambio tra l’Islam e l’Occidente, un incontro reciproco che Iqbal considerava non solo possibile ma auspicabile e anzi inevitabile, in quanto egli scorgeva nel cammino spirituale dell’Occidente l’evoluzione di quei semi culturali che l’Islam – al tempo della sua grande fioritura – aveva piantato in tutta l’Europa. Purtroppo sappiamo che questo, come tanti altri messaggi di pace, rimase inascoltato nell’Italia fascista di allora. Naturalmente Iqbal, morendo nell’aprile del 1938, non poté assistere al tracollo del sistema culturale occidentale che ebbe il suo triste sigillo nella Seconda Guerra mondiale; tuttavia, resosi conto dell’ottusa crudeltà culturale dei governanti europei, riuscì a prevedere ampiamente la catastrofe spirituale che si sarebbe abbattuta sull’umanità, e invano continuò ad esortare quest’ultima a perseguire il valore della fratellanza.Iqbal
In tal senso è doveroso riconoscere il posto di Iqbal fra i grandi pacifisti del Novecento. All’interno di questa prospettiva si situa peraltro la difficile sintesi operata da Muhammad Iqbal, su una base paritaria, fra la mistica islamica e il pensiero filosofico occidentale: questa sintesi, di difficile divulgazione a causa della sua complessa articolazione, oltre a riconoscere la parentela fra le grandi culture religiose e spirituali mediterranee e mediorientali, aveva innanzitutto lo scopo di riformulare, oltre che la filosofia, anche l’esperienza religiosa musulmana entro una prospettiva che potesse assumere una stampo blandamente razionalistico il quale tuttavia preservasse la spiritualità e la sacralità del testo coranico. Nello scenario del più che prevedibile crollo del sistema di valori occidentali, il testo sacro musulmano diviene un’alternativa piena tanto alla filosofia quanto alla teologia del mondo cristiano, laddove gli sviluppi culturali postmoderni offrono spunti per operare una serie di collegamenti fecondi e stimolanti per le due grandi religioni. La concezione della natura e della storia presente nel Corano, all’interno della quale la libertà umana gioca un ruolo attivo e responsabile nel conseguimento del Taqdir (destino), può esser più adeguatamente proiettata entro lo scenario della cultura occidentale post-classica, la quale ha minato la concezione unitaria della storia, della filosofia e del soggetto, chiudendo l’epoca della metafisica, e aprendo una fase assai tormentata della storia del pensiero, in cui l’uomo è alienato al proprio lavoro, al proprio “io”, al proprio destino storico. Quello che Iqbal propone, nella ricchezza e nella varietà della sua teoria, è in sostanza di riformulare il rapporto esistente tra Uomo e Dio il quale deve procedere di concerto, lunog i percorso della Storia e che diviene frutto di una consonanza profonda e non razionalizzabile fra Creatore e Creatura.
Iqbal con la sua incredibile modernità, ha lasciato quindi, sia nel mondo occidentale che quello islamico, un insegnamento valido ieri come oggi. Il vate-filosofo pakistano nel suo celebre verso diceva: “La religione non ci insegna a nutrire odio l’un l’altro”. E in questa breve frase si riassume la filosofia e l’umanità di un uomo straordinario. La religione vista non come barriera, ma come ponte tra due culture che devono e possono trovare il modo di dialogare pacificamente arricchendosi l’un con l’altra in un viaggio che deve portare alla fratellanza e allo scambio reciproco.

Barbara Gallo

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