A partire dal secondo mandato di Donald Trump, iniziato nel gennaio 2025, gli Stati Uniti hanno rilanciato una politica commerciale aggressiva basata sui dazi, con tariffe significative su acciaio, alluminio e beni provenienti da Canada, Messico, Cina e potenzialmente dall’Unione Europea. Queste misure, giustificate dall’amministrazione con motivazioni economiche e di sicurezza nazionale, stanno ridisegnando il panorama del commercio globale. Ma quali sono i reali vantaggi e svantaggi per l’America e gli altri paesi? Quali precedenti storici illuminano questa strategia? E come potrebbe l’Italia, pilastro dell’export europeo, reagire a questa nuova “era dei dazi”?
Per gli Stati Uniti, I dazi promettono di rilanciare l’industria americana. Con tariffe del 25% su acciaio e alluminio e del 20% su beni cinesi. Le imprese locali potrebbero guadagnare competitività, proteggendo posti di lavoro in settori chiave come la manifattura. Trump ha anche legato queste misure alla sicurezza, mirando a ridurre la dipendenza da importazioni provenienti dai paesi considerati a rischio, come la Cina, e a contrastare il traffico di droga dal Messico. Inoltre, i dazi offrono una leva negoziale per ottenere concessioni da partner commerciali. Tuttavia, i costi non sono trascurabili. I consumatori americani affrontano prezzi più alti per i beni importati, dall’elettronica alle automobili. Le ritorsioni straniere, come quelle dell’UE su prodotti agricoli USA, potrebbero colpire gli esportatori americani, mentre un protezionismo eccessivo rischia di soffocare l’innovazione interna.
Per le nazioni esportatrici come Canada, Messico e Cina, i dazi riducono l’accesso al mercato statunitense, il più grande al mondo, spingendo a cercare alternative o a subire perdite economiche. L’UE, ad esempio, ha visto minacciate le sue esportazioni di acciaio e auto, con un impatto stimato di miliardi di euro. D’altro canto, alcuni paesi potrebbero trarre vantaggio reindirizzando i flussi commerciali verso mercati emergenti o rafforzando accordi regionali, come il CPTPP (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership – accordo di libero scambio tra undici paesi della regione Asia-Pacifico). Il rischio, però, è una spirale di ritorsioni che trasformi i dazi in una guerra commerciale globale.
L’uso dei dazi non è una novità nella storia americana. Alexander Hamilton, primo Segretario del Tesoro, li promosse per proteggere le neonate industrie nazionali. Nel 1828, il “Tariff of Abominations” di Andrew Jackson scatenò tensioni con il Sud, culminate nella Crisi di Nullificazione. Abraham Lincoln, durante la Guerra Civile, firmò il Morrill Tariff per finanziare lo sforzo bellico e sostenere la manifattura. Più controverso fu lo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, sotto Herbert Hoover, che alzò i dazi su oltre 20.000 beni, contribuendo – secondo molti economisti – ad aggravare la Grande Depressione con ritorsioni globali. Trump si distingue per l’uso dei dazi non solo come strumento economico, ma anche geopolitico, legandoli a temi come immigrazione e narcotraffico, un approccio che richiama meno i precedenti storici e più una visione nazionalista moderna.
L’Italia, con un export verso gli USA di 70,9 miliardi di dollari nel 2023 (fonte: OEC – Observatory of Economic Complexity), è vulnerabile. I dazi su acciaio e alluminio colpiscono un settore già competitivo, mentre eventuali tariffe sulle auto – pilastro dell’export con 5,09 miliardi di dollari – potrebbero danneggiare giganti come Stellantis. Anche i prodotti farmaceutici (5,47 miliardi di dollari) rischiano contraccolpi indiretti se i costi aumentano. Come membro dell’UE, l’Italia è coinvolta nella risposta collettiva: Bruxelles ha già
promesso tariffe di ritorsione su beni americani per 26 miliardi di euro a partire da aprile 2025. Questo potrebbe innescare una guerra commerciale transatlantica, con l’Italia costretta a bilanciare i propri interessi nazionali e la solidarietà europea.
Un’intesa bilaterale diretta tra Italia e Stati Uniti è improbabile, data la competenza dell’UE in materia commerciale. Tuttavia, l’Italia potrebbe spingere per esenzioni settoriali nell’ambito di negoziati più ampi tra Washington e Bruxelles. Un precedente esiste: nel 2021, l’amministrazione Biden sospese temporaneamente i dazi su acciaio e alluminio europei in cambio di quote di esportazione concordate. Un accordo simile potrebbe limitare i danni, magari includendo deroghe per auto e prodotti farmaceutici italiani, a patto che l’UE offra concessioni su temi cari a Trump, come la sicurezza o gli acquisti di energia americana. La chiave sarà la diplomazia. Senza un compromesso, il rischio è un’escalation che danneggerà entrambi i lati dell’Atlantico, con l’Italia tra i paesi più esposti.
I dazi di Trump incarnano una scommessa audace: proteggere l’economia americana a costo di tensioni globali. Per gli USA, i benefici a breve termine potrebbero cedere il passo a svantaggi duraturi; per il resto del mondo, l’adattamento sarà inevitabile ma costoso. L’Italia, intrappolata tra le ambizioni di Trump e la strategia UE, dovrà navigare con pragmatismo per evitare il peggio. La storia insegna che i dazi possono essere un’arma a doppio taglio: il loro successo dipenderà da quanto Trump sarà disposto a negoziare, anziché imporre.