Il gesto estremo di Luigi Vecchione dopo aver denunciato un concorso truccato. Il mondo universitario è di nuovo nell’occhio del ciclone

Ci sono notizie di cronaca che suscitano, rabbia, indignazione, ma anche sentimenti contrastanti come frustrazione, sfiducia, rassegnazione. Per una realtà che non cambia, non muta, non si converte al meglio; per una realtà che continua pervicacemente e ostinatamente a compiere sempre il medesimo delitto e a mietere vittime innocenti, ragazzi che hanno creduto nell’esistenza di un bene supremo, la giustizia e l’onestà, ma si sono alla fine arresi.

Come è accaduto proprio a Luigi Vecchione, il giovane ingegnere di Alatri, in provincia di Frosinone, che si è tolto la vita per la disperazione.

Lui, 43 anni, alla fine si è arreso e si è suicidato in casa, sparandosi con una pistola che lui stesso si era costruito, e che aveva un solo colpo in canna, quello diretto a lui.

Così lo hanno rinvenuto i suoi genitori, ma sul movente del suicidio c’è poco da fantasticare, Luigi Vecchione ha lasciato un biglietto che a rileggerlo fa gelare il sangue: “Mamma, papà, scusatemi. Mi hanno trattato come un mafioso”.

E qui bisognerebbe fare un bel salto indietro nel tempo per capire chi era Luigi Vecchione e cosa l’ha spinto a togliersi la vita.

Luigi non è stato uno studente universitario ‘figlio di papà’, di quelli la cui unica preoccupazione è impegnare il troppo tempo libero tra un esame e l’altro, tanto a tutto poi ci pensa la famiglia; Luigi no, ha invece, avuto un percorso da studente-lavoratore, uno che si è sudato tutto, impegnandosi moltissimo. Dopo la maturità è entrato in polizia, per l’anno militare, poi ha iniziato tanti lavoretti: come riparatore di cellulari per un negozio della zona, poi il meccanico, l’operaio in una fabbrica, e ancora, installatore di antenne a partita Iva; tutto questo mentre portava avanti, con impegno e sacrificio, il suo percorso universitario, laureandosi, alla Sapienza, nel 2011, a 36 anni; dopo ha scelto di proseguire il dottorato presso l’Università della Tuscia.

Per la Sapienza aveva seguito ricerche per la produzione di idrogeno dall’ammoniaca, e quando si era stanziato a Viterbo aveva anche affrontato il concorso da tecnico, rimanendo però fuori dalla graduatoria.

Aveva compreso benissimo che quel concorso era truccato, un concorso fatto apposta per far vincere i soliti noti. E lo aveva detto, lo aveva dichiarato persino mercoledì scorso quando, accompagnato dal suo avvocato, si era recato in questura per una formale denuncia – tutto questo prima di decidere di togliersi la vita.

Agli inquirenti ha dichiarato che a quel concorso avevano partecipato in quattordici, ma appena fu chiaro a tutti che già si conosceva il nome del vincitore e dei tre che sarebbero finiti alle sue spalle, in graduatoria, in nove si ritirarono. Gli chiesero di ritirarsi anche a lui, visto che non aveva nessuna protezione, ma Luigi Vecchione ha partecipato comunque, nonostante tutto.

Ed è finito quarto, a pari merito, ma escluso per anzianità. Uno smacco bello e buono, per chi si era sudato quella posizione, e si è visto scavalcare dalla prepotenza delle leggi non scritte dei baroni; una sconfitta per lui che credeva nella meritocrazia, illudendosi, e rimanendoci poi deluso dai fatti accaduti.

Ma non si è arreso lo stesso, Luigi. Aveva registrato molte di quelle chiacchierate, aveva prove inconfutabili che schiacciavano tutti alle proprie responsabilità. E ha denunciato tutto, Luigi, rivolgendosi all’Autorità nazionale anticorruzione, la stessa che, il 9 novembre 2016, ha inviato le carte e le prove prodotte alla procura sia di Roma che di Viterbo, ravvisando gli “estremi di reato”. Inchieste, queste, che in questi anni hanno però faticato a decollare.

Nel frattempo Luigi Vecchione aveva iniziato a seguire un nuovo progetto di energia alternativa interno alla Sapienza: combinazione di idrogeno ed etanolo a fini energetici.

Ma il contratto di ricerca che lo legava all’ateneo è stato risolto improvvisamente a fine estate.

Luigi aveva capito che la voce della sua denuncia era giunta alle orecchie dei baroni, e per questo lo avevano allontanato dal suo progetto di ricerca, anche se c’era in essere ancora un altro intero anno di contratto.

E allora, Luigi Vecchione ha iniziato ad arrendersi, si è incupito, assalito dalla depressione e dallo sconforto di chi non ce l’ha fatta a combattere il sistema marcio delle università, e si sente sconfitto e abbandonato.

Ha raccolto e messo in ordine, in questi mesi, carte e fascicoli che dimostrano la verità di ciò che afferma, e con queste si è recato in questura per una formale denuncia. Ma non ha creduto più in un destino migliore per lui, ha smesso di avere fiducia e si è tolto la vita, il giorno stesso.

È per lui, e per i tanti ragazzi che si sono dovuti reinventare una nuova vita perché per loro non era previsto comunque un posto nelle università, che la battaglia civile deve proseguire; perché finiscano per sempre le baronie, perché si smetta con quel criterio, già denunciato da Matteo Fini nel saggio ‘Università e puttane’: “contrariamente a quello che sembra, non è il candidato a vincere un concorso, ma è il concorso a vincere il candidato”, perché funziona così, “si sceglie il vincitore. Si bandisce un concorso su misura per farlo vincere”.

Perché tanta passione e ardore di ragazzi come Luigi Vecchione, che si sono costruiti la propria strada da soli, mattone dopo mattone, non venga più spazzata via da questi ricatti morali e perversi giochini universitari.

Non è più possibile accettare la morte di un ragazzo, che si è sentito, finito, sconfitto, perché fuori da questi schemi.

Perché le università dovrebbero disegnare i nostri futuri, le nostre speranze, e non più le nostre disillusioni e inganni. E per questo è ora di iniziare a riformarle seriamente, eliminando tutti quei privilegi e servilismi che le stanno solamente soffocando.

E sarebbe bastato solo aver ascoltato in tempo il grido disperato di Luigi per iniziare questo cambiamento, senza attendere il suo suicidio.

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