Attentato terroristico a Strasburgo, paura e dolore continuano ad accompagnare le nostre misere esistenze

Notte di paura, ieri a Strasburgo. Erano le otto di sera quando un folle ha sparato una ventina di colpi di pistola sulla folle inerme, che passeggiava in centro, nei pressi dei mercatini di Natale, a pochi isolati dalla sede del Parlamento europeo, ieri aperto per la seduta plenaria.

Attimi di panico e terrore, con le persone che tentavano la disperata fuga, nascondendosi nei ristoranti ancora aperti, o cercando ricovero nelle vicine abitazioni.

A terra restano 2 vittime e 14 feriti, di cui 11 gravi, e tra questi c’è anche il giornalista italiano Antonio Megalizzi, colpito alla testa da un proiettile.

A sparare è stato Chérif Chekatt, ventinovenne nato a Strasburgo da genitori marocchini, un malvivente comune, già noto alle forze dell’ordine per reati minori, come lo spaccio e piccoli furti.

Chérif Chekatt è l’ennesimo cane sciolto, che si è radicalizzato in carcere, si è imbevuto di terrorismo, e ha dato anima, poi, al suo progetto folle di morte.

Anche se la polizia finora non parla esplicitamente di matrice terroristica, non la esclude, però, tra le ipotesi scatenanti l’attentato, valutandola come la più plausibile.

L’attentatore è riuscito comunque a fuggire via, nonostante sia stato ferito, e a far perdere le sue tracce, tant’è che gli inquirenti temono che sia riuscito già ad abbandonare il suolo francese, protetto da amici e sodali.

E ritorna, così, come il per nulla richiesto regalo di Natale, l’ennesimo attacco terroristico che bagna di sangue innocente il suolo del Vecchio Continente, e ci ricorda che nulla è ancora finito, che il terrorismo di matrice islamica cova, come brace incandescente, ancora sotto la cenere, pronto a divampare improvvisamente, in tutta la sua assurda ferocia.

Perché tale terrorismo non si è esaurito con la fine del Califfato di al-Baghdadi, con la sua sconfitta militare; esso continua a vivere nelle menti di tantissimi invasati, imbevuti d’odio e formati al martirio, che come cellule impazzite, stanno diventando la metastasi della nostra società. Nascosti tra le pieghe del nostro quotidiano, vivono e vegetano nell’ombra, pronti a scatenare il loro folle terrore.

E dovrebbe far riflettere anche il fatto che Chérif Chekatt era già conosciuto alle forze dell’ordine, già attenzionato per il sospetto di una sua possibile radicalizzazione durante il suo periodo di detenzione, ma nonostante ciò, non si è riusciti né a sventare l’attacco, arrestandolo per tempo, né a catturarlo, visto che Chérif Chekatt ieri ce l’ha fatta a scampare a tre ipotetici arresti: durante la mattinata, quando le forze dell’ordine sono andate a casa sua per arrestarlo, non trovandolo però, e ieri sera, dopo l’attentato, quando prima è riuscito a fuggire via a piedi e poi in taxi, sfuggendo a due loro retate, facendo perdere, infine, le sue tracce.

Un fatto questo, già visto nei più recenti attentati terroristici vissuti sul suolo europeo: cani sciolti già conosciuti alle forze dell’ordine, criminali comuni divenuti improvvisamente sanguinari terroristi, attenzionati, segnalati, ma nulla che potesse, poi, impedire di attuare il loro folle piano di terrore.

E l’attentato di Strasburgo di ieri sera ci ricorda, laddove ce ne fosse ancora bisogno, che la minaccia terroristica non si è spenta con la caduta del califfato di Abu Bakr al-Baghdadi, che l’Isis, come una idra policefala, vive e vegeta ancora dentro le nostre confortevoli società, inquinando le nostre quotidianità, grazie ai suoi tanti foreign fighters, ieri combattenti in terra siriana, oggi rientrati in Europa, come comuni cittadini, imbevuti d’odio e pronti al martirio. E controllarli, attenzionarli, segnalarli tutti, è praticamente impossibile, anche in uno Stato militarizzato. Per cui prevenire non è sempre così semplice e facile; ma se poi, ogni volta che accade un attentato, si dichiara, immancabilmente, che il soggetto era già conosciuto e tenuto sotto osservazione, ma non si è riusciti comunque a fermarlo per tempo, qualche domanda seria dovremmo pure porcela.

Siamo giunti ormai, a una fase evoluta del terrorismo: non sono, infatti, necessari più attentati eclatanti, stile Torri Gemelle, non sono più necessarie complesse e articolate cellule, né bombe per far saltare in aria aeroporti e stazioni metropolitane, basta un cane sciolto, imbevuto d’odio, radicalizzato, che sentendosi pronto al martirio, prende un TIR, un’automobile, un furgone e lo lancia a folle velocità, oppure scende in strada, armato con un pistola, un coltello, per ammazzare quanti più ‘infedeli’; possono essere uno, dieci, cento o mille, conta poco il numero, piuttosto è importante il solo terrorizzare, il far capire al mondo ‘infedele’ che la jihad continua ancora, nonostante tutto e tutti.

E anche per questo, l’Occidente ha una sola via di fuga possibile: attuare un serio piano di pace nel Medio Oriente; non con guerre preventive, né con le democrazie da esportazione già impacchettate. Questi errori strategici li abbiamo già visti in tutti questi anni, e non hanno dato frutti sperati, ma acuito solo conflitti esistenti.

L’Occidente, per un attimo, dovrebbe mettere da parte i propri interessi economici ed energetici – petrolio – e affrontare la questione mediorientale attraverso complesse e articolate trattative di pace, consci che il mondo arabo non è una entità unica, ma composdto da molteplici anime, come i Sunniti, gli Sciiti, suddivisi a loro volta tra ismaeliti e imamiti, e ancora, gli Alawiti, più una miriade di gruppuscoli vari, e tutti apertamente in conflitto tra loro dalla notte dei tempi.

Farli sedere tutti attorno a un tavolo per concertare una difficile pace, è cosa di per sé molto complessa, continuare ad alimentare i loro conflitti, appoggiando ora l’uno ora l’altro, a seconda dei propri occidentali interessi, è, invece, solamente deleterio e masochistico.

E l’attentato di Strasburgo, di ieri, è l’ennesima riprova che non tentare di percorrere questa pacifica strada produrrà solo altro inutile dolore a tutti noi. Dolore e terrore.

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