Antonella Appiano, la “giornalista nomade”, in viaggio con il suo “bagaglio leggero”, sempre “alla ricerca dell’altrove”

antonella-appiano-mezzobusto-biancoWEB[1]Intervista con la giornalista Antonella Appiano, impegnata da tempo, a raccontare il medio-oriente, la sua cultura, la sua storia, ma anche i conflitti e le tragedie che vivono sulla propria pelle le popolazioni di molti Paesi arabi: le donne, i bambini e i vecchi, i civili inermi, le vere vittime di guerre e conflitti, di cui noi occidentali, spesso ignoriamo sia l’origine, sia le cause. Per capire, per comprendere meglio la realtà che ci circonda, per non avere più paura, e poter affrontare attraverso le armi della civiltà e della cultura, la difficile convivenza tra mondi così differenti.

 

 

C’è un modo più vero di guardare la realtà, ed è quello di osservarla dal suo interno, notando tutte le sue sfumature e assaporando tutti i suoi retrogusti; e c’è un mondo diverso da quello che immaginiamo: un mondo vero, pulsante, ricco di molteplici venature. Solo osservandolo attentamente possiamo comprendere quanto queste particolarità ci possano intimamente arricchire e fare cogliere in pieno il vero senso di un mondo per molti aspetti così diverso dal nostro.

La giornalista Antonella Appiano, da tempo impegnata  a raccontare le questioni mediorientali, ama proprio definirsi così: “una giornalista nomade“, cogliendo in pieno, quel senso di vivere la realtà, osservandola dal suo interno e mai fermandosi ad un solo punto di osservazione; “Il “nomadismo” rispecchia uno stato mentale – racconta – Significa non legarsi troppo alle abitudini, essere disposti a rompere gli schemi, rifiutare di adagiarsi nell’automatismo di sensazioni, pensieri, luoghi comuni. Avere la voglia e la curiosità di affrontare situazioni con apertura, disponibilità al confronto, spirito critico, nuove prospettive. E viaggiare, vedere paesaggi naturali e umani differenti, venire a contatto con lingue, abitudini, usi e costumi differenti. Vivere le esperienze come conoscenza, come arricchimento. Per cercare di capire mondi e culture spesso vittime di stereotipi“.

Il suo, infatti, è un continuo viaggio, sempre con “un bagaglio leggero“, alla ricerca dell’altrove, che “invece è l’altro, il “diverso da noi” – ci dice Antonella Appiano E l’altro, come ha detto Kapuscinski, è “lo specchio in cui guardarsi e capire chi si è”. Può essere anche un luogo, le stesse nostre città multietniche. Un luogo non necessariamente lontano. Perché “l’altrove” racchiude appunto i concetti di alterità e di luogo, non di distanza. Tiziano Terzani ha scritto: “Ogni posto è una miniera. Basta lasciarsi andare, darsi tempo, osservare la gente. Così anche il posto più insignificante diviene uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità”. La miniera è esattamente dove si è: basta scavare”.

E il suo viaggio, è un incessante scavo in quel mondo, in quella cultura mediorientale, così ricca, così affascinante, ma anche così, forse molto lontana dal nostro punto di osservazione, tanto da renderla, a noi occidentali, troppe volte incomprensibile, distante e portatrice delle più recondite nostre paure.

Antonella Appiano ha seguito la crisi siriana, raccontandone la sua evoluzione e le ripercussioni che hanno avuto le rivolte in Siria; è stata in Egitto durante la Presidenza di Mohammed Morsi; ha raccontato le testimonianze degli sfollati e dei peshmerga curdi, dopo la conquista di Mosul da parte dei miliziani dell’Isis; (ho levato lei) ci ha raccontato la guerra civile che ha dilaniato queste terre, i drammi umani che le popolazioni hanno subito sulla loro pelle, perché come disse Oriana Fallaci, “quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell’uomo“.

Non credo però che ci siano guerre “ingiuste” o guerre giuste – sottolinea Antonella Appiano Tutte le guerre sono terribili. Penso alle vittime innocenti, ai bambini, a chi è stato travolto da eventi generati o complicati da ragioni politiche, dal gioco degli interessi geopolitici. Ho visto gente spezzata ma ho anche incontrato persone fortissime, che pur in mezzo a violenze e orrori, hanno saputo mantenere intatta la dignità. Hanno saputo compiere atti di generosità, di altruismo. Einstein, prima di morire, lanciò il suo appello: “Ricordatevi che siete uomini e dimenticate tutto il resto”.

Ma è sempre più difficile per noi, dimenticare, quando leggendo un quotidiano, o accendendo la TV, vediamo quanti orrori, quante tragedie l’uomo è capace di generare contro se stesso, contro i propri fratelli; il medio-oriente appare ai nostri occhi come una polveriera pronta ad esplodere: la crisi siriana, le primavere arabe, il terrorismo di matrice islamica, sono incubi che agitano i sonni dell’Occidente, ma in realtà dovremmo iniziare a porci delle serie domande, “che richiederebbero un’analisi approfondita e articolata” come Antonella Appiano conferma. Forse, il problema maggiore è che noi occidentali, spesso confondiamo le cause e gli effetti di questi conflitti, non riusciamo a leggere, tra le pieghe della società orientale, tra le pieghe della loro storia, le problematiche e le ostilità che hanno trasformato via, via, il Medioriente in un territorio così conflittuale, e ci rifugiamo nel più semplicistico dogma che il mondo arabo rappresenti  un pericolo per l’Occidente.

Prima di tutto voglio sottolineare come la lotta contro il terrorismo non debba essere trasformata in una campagna contro l’Islam – puntualizza – Antonella Appiano E in questo l’establishment mediatico ha una grande responsabilità. Il Medio e il Vicino Oriente sono in fermento perché stanno vivendo cambiamenti sociali e epocali. Molti Paesi arabi, negli ultimi anni, sono passati attraverso grandi trasformazioni nate dai movimenti interni di popoli che aspirano a una maggior uguaglianza, a una divisione più equa delle ricchezze, anche se spesso in seguito, si sono sovrapposti interessi di altri Paesi, sia dell’area mediorientale, sia delle grandi Potenze occidentali. Generalizzare è impossibile. Ogni conflitto andrebbe esaminato come caso a sé. Indubbiamente però, oggi l’Occidente, l’Europa, stanno scontando errori storici che risalgono alla fine della Prima Guerra mondiale. I conflitti in Iraq, in Siria, Israele e Palestina, derivano anche dalle decisioni prese con il celebre accordo di Sykes-Picot del 1916, che impose confini fasulli, dettati da interessi economici occidentali. Il problema risiede anche nel fatto che, a parte un pubblico specializzato, la gente non conosce la storia. O la dimentica. Nessuno è innocente. Chi ricorda che dal 1991, l’embargo imposto dagli Stati Uniti all’Iraq dopo la Guerra del Golfo, ha causato circa mezzo milione di morti, la maggior parte dei quali bambini, a causa della malnutrizione? – (le cifre derivano da stime Usa). O i bombardamenti con i droni in Afghanistan?

Perché dimenticare la storia, dividere il mondo tra buoni e cattivi, giustificare l’uso delle armi, come giusto viatico per portare la democrazia là dove prima c’erano feroci e terribili tiranni. Oggi, noi occidentali siamo soliti confondere ciò che è terrorismo di matrice islamica con l’Islam stesso, credere che un musulmano sia così lontano dalla nostra cultura, da potersi trasformare in una potenziale minaccia, generando una sorta di fobia che non permette alle menti di discernerne il giusto dall’errato “Prima di tutto – afferma Antonella Appiano è necessario spiegare che lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, Isis, poi autoproclamatosi IS, Stato Islamico o Califfato, è un gruppo terroristico di matrice qaedista. Si è costituito in Iraq nel 2006, appunto come Isis, sostenuto da al-Qaida, da cui poi si è distaccato. Nel 2013, infatti, le milizie dell’Isis che erano andate a combattere in Siria, sono state richiamate in Iraq dal leader di al-Qaida, ma si sono rifiutate, proclamando la loro autonomia. C’è differenza fra i due gruppi. Lo Stato Islamico combatte e si radica sul territorio, creando corti islamiche, scuole, strutture parastatali, e mira alla nascita di un’entità politica con capacità di espansione, un’entità statuale territoriale stabile, con un peso politico regionale. Uno “stato” in cui si applichi la sharî’a in senso restrittivo e siano eliminate tutte le forme di Islam che divergano dalla sua visione rigorista. Ma la versione rigorista che sostengono non è il vero Islam. Gli stessi musulmani ritengono che il comportamento dei miliziani rappresenti un tradimento dell’autentica fede islamica. Al-Qaida invece opera soprattutto con operazioni terroristiche a livello globale. La situazione sul terreno è fluida e in continuo cambiamento. Oggi, lo Stato Islamico comprende un territorio a cavallo tra Siria e Iraq con circa 4 milioni di abitanti, è ben armato, le dotazioni militari sono superiori a quelle dell’esercito iracheno e di quello curdo, e dotato di mezzi tecnologici e di armi che ha ottenuto, in un primo momento, grazie a finanziamenti esterni, soprattutto dai Paesi del Golfo, anche se ora è in grado di autofinanziarsi. E’ un gruppo ricco, molto abile nella propaganda mediatica, e sui social media. Proprio attraverso questa propaganda riesce ad agire sull’immaginario dei militanti jihadisti di tutto il mondo. Naturalmente sono reclutate soprattutto persone che vivono situazioni di disagio, economico, psicologico, identitario. Quindi è riduttivo vedere i miliziani dello Stato islamico solo come “barbari tagliagole”. Hanno un progetto politico, basato soprattutto sulla strategia del terrore. Ma rimane un progetto politico“.

Le risposte – prosegue Antonella Appiano per sconfiggere questo pericolo per ora si sono basate sulle operazioni via aerea della coalizione anti-Isis, formata da Paesi occidentali e arabi. Però visto che il pericolo maggiore è rappresentato dagli jihadisti che dall’Europa sono andati a combattere con loro, si dovrebbe agire anche in maniera “preventiva” cercando di contrastare l’azione di proselitismo e reclutamento che il Califfato sta portando avanti“.

Solo attraverso la conoscenza, con il sapere, con la cultura possiamo combattere queste nostre fobie e possiamo affrontare la questione Medio Oriente con lo spirito giusto e le giuste motivazioni, al fine di trovare elementi fondanti per una civile convivenza nel rispetto di tutti. Purtroppo, invece, le nostre paure, i nostri timori stanno alterando la percezione del diverso, del mondo arabo, cercando piuttosto uno scontro che un confronto; Oriana Fallaci una volta affermò che il mondo occidentale aveva una cultura che nasceva con il mondo ellenico e finiva con le scoperte scientifiche dei secoli scorsi, di contro la cultura orientale era ben poca cosa, anzi addirittura la definì “non cultura“. “Ho sempre ammirato e rispettato Oriana Fallaci – ci tiene a precisare Antonella Appiano ma negli ultimi tempi, forse a causa della malattia, è stata colpita in pieno dalla “islamofobia”. Al punto di negare il ruolo della civiltà arabo-islamica nella trasmissione del sapere scientifico e filosofico dall’Oriente e dall’antichità nell’Europa Medioevale. Per non parlare del ruolo creativo dell’Islam nel campo del sapere. Gli esempi sono infiniti. Vorrei citare, per esempio, la “Casa del Sapere” fondata a Baghdad dal califfo abbaside al-Ma’mun, un centro di studi dove sono state tradotte molte opere di civiltà precedenti, altrimenti perdute, soprattutto opere greche, ed elaborate nozioni di algebra, trigonometria, astronomia, medicina. Non metto in contrapposizione le due culture, non penso assolutamente che il dialogo sia impossibile. Abbiamo commesso tutti grandi errori, basati spesso sul fraintendimento. Esistono differenze ma riconoscerle costituisce il primo passo per capirsi. Dobbiamo costruire ponti, non barriere. Dobbiamo promuovere la conoscenza, raccontare la storia, incoraggiare il dialogo. Lo stesso Papa Francesco lo sta facendo. E la scuola potrebbe avere un ruolo molto importante“.

La cultura, la conoscenza ancora come elementi imprescindibili per superare le diffidenze e le differenze tra due mondi così diversi, per instaurare un rapporto di civile convivenza e di rispetto reciproco.

Ma sovente, sono gli stessi organi di stampa ad alimentare queste fobie, queste paure, soffiando sul fuoco dell’odio; è il caso degli episodi di persecuzioni alle minoranze di fede cristiana accaduti in Nigeria, nel nord della Siria e nell’Iraq, per mano di miliziani di fede islamica. “Di nuovo è indispensabile precisare – puntualizza Antonella Appiano Non sono i musulmani a perseguitare i cristiani e le minoranze ma i gruppi terroristici! Su questo punto è necessario fare chiarezza, sempre. Anche Papa Francesco, durante il recente viaggio in Turchia, ha detto a Mehmet Gormez, presidente della Niyanet, il Dipartimento per gli affari religiosi, quindi la più alta autorità religiosa musulmana sunnita turca, “che i cristiani e i musulmani devono lottare uniti contro il terrorismo”. E’ così. E ripeto le minoranze, perché i gruppi estremisti attaccano anche i musulmani sciiti per esempio. Dobbiamo evitare che si espanda la sindrome del terrore e della “guerra di religione”.

E molta strada deve essere ancora battuta, affinché questa fobia non alteri la visione civile e tollerante dell’Europa, affinché non si percepiscano più in Occidente preoccupazioni, come quelle di Oriana Fallaci, quando parlava di “suicidio dell’Europa…un’Europa che non è più Europa, ma Eurabia“. “Forse la Fallaci non si era accorta – precisa Antonella Appiano che con la globalizzazione il mondo era cambiato. E oggi, più che mai, viviamo in società declinate al plurale, in Occidente e in Medio Oriente. L’obiettivo è di lavorare affinché tutti possono avere gli stessi diritti e doveri. L’integrazione ha una valenza positiva, ma deve avvenire nel rispetto delle reciproche differenze, nell’accoglienza e nella legalità“.

Una integrazione che, se appare di difficile attuazione tra culture e mondi diversi, sembra oggi ancor più utopistica nelle nostre stesse città, dove l’acuirsi della crisi economica, ha maggiormente scoperto i nervi di una società più povera, con meno certezze e minori sicurezze, rendendo quasi impossibile la sola convivenza con ciò che è straniero da noi, percepito come nemico da allontanare immediatamente.

L’integrazione è legata al concetto dell’immigrazione – afferma Antonella Appiano che spacca  letteralmente l’Italia. Purtroppo c’è chi alimenta le paure, le tensioni, sfruttando la crisi economica. La stessa classe politica invece di cercare di contenere gli episodi d’intolleranza e razzismo, si serve della paura per lo “straniero” per ottenere il consenso popolare. In tempi di crisi appunto, c’è bisogno di un capro espiatorio su cui sfogare il malessere“.

E, forse, per giungere ad una vera integrazione tra popoli, tra culture diverse, nel massimo rispetto reciproco tra loro, c’è bisogno, non solo un grande impegno morale e civile da parte di tutti, una lungimiranza da parte di chi governa, ma forse anche, di un giornalismo più libero da dogmi, da preconcetti, che sappia ben raccontare la verità nei suoi aspetti più reconditi, anche se è dura e difficile da accettare; perché, come affermò la stessa Oriana Fallaci:  ogni giornalista libero, deve essere pronto a riconoscere la verità ovunque essa sia. E se non lo fa è, nell’ordine: un imbecille, un disonesto, un fanatico. Il fanatismo è il primo nemico della libertà di pensiero“. Un pensiero, questo, condiviso dalla stessa Antonella Appiano, che afferma : “Bellissime parole, quelle della Fallaci. In Italia però c’è libertà di stampa ma non d’informazione. O meglio i media mainstream non sono completamente liberi perché seguono le agende politiche e diplomatiche. Gli interessi dei gruppi di potere. Ora, con lo sviluppo della Rete, è nato un giornalismo indipendente che però non ha trovato ancora un modello sostenibile. Viviamo in una specie di terra di mezzo. Il giornalismo italiano ha lasciato una sponda, o sta per lasciarla, ma non ha ancora raggiunto l’altra. Per me, il mestiere di reporter è quello di raccontare, informare, fornire strumenti d’interpretazione.  Quindi faccio mie le parole di un grande reporter, Robert Fisk: “Io immagino che il giornalismo dovrebbe essere questo, osservare ed essere testimoni della storia e poi, malgrado i pericoli, i limiti e le nostre umane imperfezioni, riportarla il più onestamente possibile“.

E se ognuno agisse nel nome di una libertà superiore e nell’interesse della collettività, se ognuno compisse sempre il proprio dovere onestamente, cercando di smussare le criticità, di appianare le divergenze, non rimarcando le differenze culturali, ma condividendo quelli che sono gli elementi comuni, se ognuno di noi s’impegnasse in questo sforzo dialettico, culturale e civile, certamente certe paure, che nascono nei nostri animi, frutto della non conoscenza piena dei fatti e delle realtà, non ci colpirebbero e saremmo finalmente tutti pronti a camminare, più sicuri, sulla via della pace, perché, come asserisce anche un antico proverbio arabo: “il frutto della pace nasce dall’albero del silenzio“. Bisogna, allora, far tacere le nostre menti bellicose, e far parlare il silenzio dei nostri animi, per riuscire a convivere tutti in modo più civile ed umano.

PER SAPERNE DI PIÙ’…

Antonella Appiano ha scritto: Clandestina a Damasco, Castelvecchi 2011; e-book  Qui Siria- Clandestina ritorna a Damasco Quintadicopertina editore, 2013.
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Raffaele Zoppo

 

 

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