Addio a Bernardo Bertolucci, straordinario regista, famoso in tutto il mondo, ultimo gigante tra i giganti

Si è spento stamattina, nella sua casa romana, dopo una lunga malattia, il regista parmense Bernardo Bertolucci.

È stato tra i registi italiani più famosi di sempre, i suoi film sono vere pietre miliari nel panorama cinematografico internazionale, perle di straordinaria cultura e intensità, che hanno lasciato il segno e fatto innamorare intere generazioni di cinefili.

Film che narrano potenti storie drammatiche, che evocano con la medesima forza angeli e demoni, tenerezza e terrore, narrando l’umana fragilità e i tormenti di una società, di una classe sociale, di una intera generazione, con una potenza evocativa, onirica, quasi, ma con la capacità di scandagliarla in profondità, quasi la telecamera diventasse un bisturi in mano al regista.

Tante le tematiche trattate nei suoi film, dalle condizioni sociali del proletariato alla crisi della borghesia di provincia, dal ‘68 alla lotta di classe, dalla droga al terrorismo, dal sesso come degradazione umana, come fine a se stesso o come puro gioco perverso, fino allo spiritualismo; film che hanno fatto discutere, che sono stati acclamati o bocciati, amati o rifiutati, e perfino censurati, film che hanno destato scandalo, per la crudezza delle immagini, o fatto sognare, per la poeticità della narrazione, film che hanno avuto sin da subito un marcato respiro internazionale, che lo hanno proiettato nell’Olimpo del cinema, un gigante tra i giganti.

Scavando dentro le storie narrate, oltrepassando il clamore suscitato dagli inevitabili scandali, ritroviamo, infatti, la forza ideologica di Carl Marx, l’analisi psicanalitica di Sigmund Freud, la potenza musicale di Giuseppe Verdi, il tutto contaminato dalla Nouvelle Vague di Jean-Luc Godard e dal manierismo tipico del cinema hollywoodiano.

Questo era Bernardo Bertolucci, questa la sua arte che lo ha reso immortale, straordinariamente unico, inconfondibile, apprezzato tanto in italia, quanto oltre confine.

Figlio di Attilio, poeta e critico letterario, Bernardo sin da piccolo ha respirato la cultura raffinata e intellettuale, tant’è che presto abbandonò pure gli studi universitari per dedicarsi alla sua arte.

Alla penna paterna preferì piuttosto la telecamera come strumento per dar vita alla sua arte, iniziando sin da giovanissimo a creare piccoli documentari ambientati nella sua terra natia, da sempre vera musa per lui.

“Filmare è vivere, e vivere è filmare”, disse una volta lui, in un’intervista.

E fatale fu poi, l’incontro con Pier Paolo Pasolini, che, intuendone tutte le infinite potenzialità, lo volle accanto a sé, come aiuto regia, nella pellicola Accattone; grazie a lui imparò non solo le rudimentali tecniche di regia, ma anche tutte le straordinarie potenzialità della telecamera, capace di tessere un vero, profondo, dialogo con il regista stesso, e di condurlo da un punto di partenza narrativo, fino alla sua completa evoluzione concettuale, grazie a quella propria capacità di penetrare l’animo umano, di scandagliarlo in profondità, proiettando sugli attori le tragedie e i fallimenti umani, e ricercando nell’immagine, non lo scandalo fine a sé, ma la forza della riflessione.

Bertolucci, poi, nel 1969, firmò con Dario Argento e Sergio Leone, un capolavoro del cinema: ‘C’era una volta il West’, altro prezioso insegnamento per lui, accanto a dei mostri sacri del cinema.

Nel 1962 il suo primo lungometraggio, ‘La commare secca’, su soggetto e sceneggiatura di Pasolini stesso; accolto quasi con indifferenza, fu il primo vero passo di Bernardo Bertolucci nel raccontare un cinema completamente diverso dai classici cliché a cui il pubblico era abituato.

Un cinema più esistenzialista, con una visione del tutto personale dell’ideologia comunista, e la narrazione della crisi morale e sociale della borghesia, sono i temi che trovarono la forza di sbocciare con il suo secondo film, ‘Prima della rivoluzione’, del1964, e poi con ‘Partner’, del 1968, tratto dal romanzo ‘Il sosia’ di Fëdor Dostoevskij.

L’attenzione e la curiosità su questo giovane cineasta iniziò a crescere sempre di più, sia da parte della critica sia del pubblico stesso, decretando il suo primo, vero successo con la pellicola ‘Il conformista’, del 1970, tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, e considerato il suo primo capolavoro. Egli scelse come protagoniste del film Stefania Sandrelli e Dominique Sanda, per raccontare l’angosciosa parabola di una vita e di un’epoca sbagliata, e per analizzare, con uno stile del tutto personale e originale, l’insulso e grottesco fascismo quotidiano.

Nello stesso anno esce anche un’altra pellicola, ‘La strategia del ragno’, mentre nel 1972 ci fu l’uscita dello scandaloso film ‘Ultimo tango a Parigi’, con gli straordinari Marlon Brando e Maria Schneider come protagonisti. Il film acclamatissimo dal pubblico, molto meno dalla critica che lo rivaluterà, invece, nel tempo, diede il successo planetario al cineasta e gli creò pure non pochi problemi per una nota scena incriminata, giudicata come violenta e peccaminosa. Bertolucci subì un processo per oscenità, la pellicola fu sequestrata, il film proibito, e si videro pure dei pubblici medievali roghi in piazza della pellicola stessa, ma nonostante ciò il cineasta ottenne per questa pellicola un Nastro d’Argento e una candidatura all’Oscar come miglior regista.

Il regista aveva ottenuto ormai la fama, apprezzato sia in Italia che all’estero, valutato per l’alto valore creativo delle sue opere, ma non aveva ancora detto tutto, però.

Nel 1976 uscì, infatti, l’epico ‘Novecento’, un kolossal talmente lungo da essere diviso in due parti, e con un cast stellare, in cui ritroviamo Robert De Niro, Gérard Depardieu, Sandrelli, Sanda, Valli, Burt Lancaster, giusto per citarne alcuni. Il successo fu assicurato, e la sua fama crebbe a dismisura.

Poi, fu la volta di film più intimistici, come ‘La luna’, del 1979, e ‘La tragedia di un uomo ridicolo’, del 1981, con Ugo Tognazzi, prima di dar vita a un altro kolossal, la punta di diamante tra i suoi film più celeberrimi: ‘L’ultimo imperatore’, del 1987, girato interamente in Cina. Un film che non solo riscosse un enorme successo di pubblico e critica, ma ottenne anche ben nove Oscar, fra cui quelle per la migliore sceneggiatura non originale e quella per il miglior regista – unico, finora, italiano ad averla ottenuta.

Nel 1990 fu la volta di ‘Il tè nel deserto’, con John Malkovich, girato interamente in Marocco, e nel 1993 si spostò tra India e Nepal per girare un altro kolossal, ‘Piccolo Buddha’, con un giovanissimo Keanu Reeves, e toccando mirabilmente le corde di un ricercato spiritualismo, e di una cultura più sofisticata e intellettuale.

Il successo fu assicurato, la fama e la gloria lo lanciarono nell’Olimpo dei cineasti più apprezzati del mondo, Bertolucci era divenuto ormai un gigante tra i giganti.

Tra il 1996 e il 2003 affronta invece, il tema dell’adolescenza vedendolo da diverse angolature, con tre superbe pellicole: ‘Io ballo da sola’ (1996), ‘L’assedio’ (1998) e ‘The Dreamers – I sognatori’ (2003).

L’ultimo suo film lo presenterà a Cannes, nel 2012: ‘Io e te’, tratto da un romanzo di Niccolò Ammaniti.

Già il male lo stava minando, già si vedevano i primi segni sul suo fisico debilitato; proprio quella malattia che stamattina ha chiuso i suoi occhi, ma che non ha smesso alla sua anima artistica di farci sognare ancora. E i suoi film sono ancora lì a testimoniarcela.

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