The dinner party

Era il 1974 quando l’artista americana Judy Chicago, al secolo Judith Cohen, presentò per la prima volta al pubblico quella che ben presto divenne un’opera iconica, vera e propria celebrazione femminista del ruolo storico e sociale delle donne dalla preistoria alla contemporaneità. Tale installazione è composta da una grande tavola di forma triangolare che ospita ben trentanove posti apparecchiati, ciascuno “riservato” a una donna che si segnalò e che emerse, nel corso della sua vita o successivamente, per azioni, idee, virtù.

La tavola, lunga circa quindici metri per lato, è decorata da teli ricamati che riportano i nomi delle invitate e che ne ricordano, grazie ai loro ornamenti, le gesta: elementi simbolici si mescolano con immagini e fregi al fine di restituire anche agli occhi contemporanei la complessità e la bellezza delle azioni che le consacrarono all’eternità. Trattandosi di una cena seppur virtuale, inoltre, ricorrono complementi naturalmente correlati a questo tipo d’occasione conviviale: ogni posto è provvisto infatti di posate, tovaglioli, calici e piatti. Sono questi ultimi in particolare, insieme ai teli, a costituire una vera e propria galleria d’arte: ognuno di essi è dipinto a mano, spesso con motivi a rilievo che descrivono forme di fiori e di farfalle, i quali hanno il ruolo di sottolineare e celebrare il genere femminile delle numerose invitate.

Alla base della tavolata si trova inoltre il cosiddetto “Heritage Floor”, un’ulteriore superficie decorata che ospita più di duemila piastrine di porcellana che a loro volta rimandano ad altre novecentonovantanove figure femminili che, proprio come le trentanove invitate, appartengono al mito e alla storia.

L’installazione si divide, per naturale conformazione del tavolo, in tre sezioni, anche se forse sarebbe più corretto definirle “ere”: la prima ricopre il periodo che si estende dalla preistoria all’Impero Romano; la seconda è dedicata all’epoca che dai primi anni del Cristianesimo giunge alla Riforma e, infine, la terza, ripercorre i secoli dalla Rivoluzione Americana al Femminismo.

Tra le invitate alla cena di Judy Chicago – artista dalla forte vocazione femminista e ricercatrice, in questo senso, di donne la cui azione può a tutti gli effetti definirsi epocale -, è emozionante riconoscere i nomi di divinità quali Ishtar, la minoica Dea dei Serpenti, la Dea Primordiale, Kali e la Dea della Fertilità ed immaginarle sedute accanto a donne che agirono profondamente nella storia, molte volte segnandone il corso, come Ipazia, Christine de Pizan, Artemisia Gentileschi e ancora Virginia Woolf, Sacajawea e Anne Hutchinson.

Nonostante le reazioni opposte che l’installazione dell’artista statunitense generò – talvolta considerata volgare e antiartistica come nel caso di Hilton Kramer, talvolta glorificata, come si può constatare dalle parole entusiastiche di Lucy R. Lippard -, è certo che quest’opera d’arte continui ad ispirare riflessioni sempre nuove sulla portata delle donne quali protagoniste di una storia che si sta ancora scrivendo.

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