Svolta nella scoperta del meccanismo di costruzione delle piramidi, ecco le conclusioni dei nuovi studi

Svolta nella scoperta del meccanismo di costruzione delle piramidi, ecco le conclusioni dei nuovi studi

Le piramidi sono tra i simboli più affascinanti e misteriosi dell’antichità. Formazioni di enormi blocchi di pietra, dalle precise geometrie e la maestria ingegneristica mostrate dagli antichi egizi, che hanno suscitato storicamente un senso di meraviglia e speculazioni infinite. Gli storici e gli archeologi s’interrogano in particolare su come possano aver fatto gli egizi, più di 4.500 anni fa, a trasportare e sollevare masse di pietra di decine di tonnellate in un paesaggio arido e desertico. Quindi, quali sono state le tecniche, e quali i meccanismi che si son celati dietro a quest’impresa titanica? Sembra che oggi siano venuti fuori nuovi risvolti.

A lungo la teoria maggiormente accreditata è che gli antichi egizi avessero fatto uso di rampe esterne, anche a spirale, per trascinare e sollevare gli imponenti blocchi in pietra. L’ipotesi è basata altresì su rappresentazioni pittoriche rinvenute, resti archeologici e altre ricostruzioni storiche. Si prevedeva dunque l’impiego di rampe di terra e di pietra che s’estendevano lungo tutto il monumento, ad agevolazione del trasporto e della posa dei massi.

La soluzione ipotizzata presentava, tuttavia, degli evidenti limiti pratici e logici. Infatti, delle rampe di grandi dimensioni avrebbero richiesto delle enormi quantità di materiali e manodopera, oltre a sforzi logistici di fatto insormontabili.

E, oltre a ciò, la velocità realizzativa rivolta al completamento della piramide in 20-23 anni, per come attestato da fonti storiche, appare difficile da sostenere con rampe esterne, considerata oltretutto la fatica degli operai e le condizioni climatiche.

La svolta è intervenuta per mano delle ultime scoperte e degli innovativi studi che stanno attualmente ponendo in discussione le convinzioni precedentemente esposte. Un team internazionale di ricercatori, condotto dall’Università North Carolina Wilmington e dall’Istituto Nazionale di geografia e geologia del Cairo, ha pubblicato quest’anno risultati che portano appunto a una prospettiva inedita sulla costruzione delle piramidi.

Sulla base delle ultime ricerche, punto centrale dell’innovazione risiede nell’ipotesi che acqua e sistemi idraulici abbiano avuto un ruolo determinante nel

sollevamento e nel trasporto dei blocchi di pietra. A costituire parte del sistema d’ingegneria idraulica responsabile del trasporto, vi sarebbero le imponenti strutture di Saqqara e Dashur. Le stesse venivano considerate delle semplici vie di trasporto o percorsi per le cave, e invece potrebbero essere state parte di tal complesso sistema, progettato appositamente per il controllo delle piene del Nilo, l’immagazzinamento di acqua e sfruttamento della relativa pressione idraulica per il sollevamento di blocchi di quelle dimensioni.

Sono state condotte, per giungere alle nuove conclusioni, delle nuove analisi con l’ausilio di satelliti radar che hanno rilevato le immagini. A partire da queste, si è proceduto a delle modellazioni digitali del terreno e a degli studi sedimentologici. In definitiva, ad essere individuate sono state due grandi strutture lineari a sud-ovest della piramide rossa di Dahshur, associate a un’area di circa 600-700 metri di lunghezza. Tali elementi sono stati riconosciuti come possibili dighe o sistemi di contenimento idraulico.

Riguardo la morfologia delle strutture individuate, vi si trovano dei tracciati a zig zag ed elementi a “becco d’anatra”, tratti che solitamente contraddistinguono le opere per regolare il flusso idrico. Ciò suggerisce che gli antichi egizi avessero costruito dei sistemi di gestione delle acque veri e propri. L’ipotesi è dunque che l’acqua potesse essere sfruttata dalla popolazione egizia, controllata e impiegata in operazioni di sollevamento e trasporto, per via della presenza (ricostruita dagli ultimi studi) sui siti di bacini di sedimentazione, canali di deviazione e compartimenti interni.

Le dighe di Dahshur, nell’ipotesi dagli studi sollevata, sarebbero state responsabili del trattenimento delle acque nel corso delle piene stagionali, e avrebbero in tal modo generato un bacino di pressione del quale avvalersi per sollevare i blocchi in pietra. Per mezzo di un sistema di condotti e di pompe idrauliche, l’acqua pressurizzata avrebbe agito come una sorta di “vulcano naturale”, e quindi sollevato i blocchi all’interno delle strutture, con riduzione drastica dell’uso di rampe esterne e di manodopera intensiva.

Il modello di costruzione individuato, laddove confermato, sarebbe davvero rivoluzionario, con gli operai che avrebbero utilizzato l’acqua in pressione in qualità di forza motrice. Dunque sarebbero stati riempiti i compartimenti e le fosse di contenimento, e la pressione idraulica generata avrebbe sollevato i massi, posizionati in seguito con sistemi di carrucole e slitte.

Il metodo è denominato “a vulcano” dovutamente alla somiglianza rispetto alle eruzioni naturali, il che avrebbe reso possibile l’elevazione dei blocchi pesanti diverse decine di tonnellate con precisione ed efficienza di gran lunga superiori che nei metodi tradizionali.

Altro fondamentale elemento, emerso dai medesimi studi, consiste nel canale di deviazione, già mappato sul finire del 19esimo secolo e in seguito confermato da analisi geofisiche. Si crede che questo canale, parallelo alla piramide rossa, fosse stato impiegato nella costruzione in quanto via di trasporto fluviale, e sarebbe tramite di esso che sarebbero stati trasferiti i blocchi in pietra dalle cave di tura e altre località sino ai cantieri.

Dalle evidenze archeologiche (mappe storiche), risulta che il Nilo s’estendeva decisamente più a ovest in confronto a oggi, e riportava ramificazioni e canali che raggiungevano i siti delle piramidi. E proprio le suddette vie acquatiche avrebbero consentito, nelle piene stagionali, il trasporto dei materiali via fiume, così facendo a meno del bisogno di trascinare blocchi pesantissimi su terreni aridi e accidentali.

Per le implicazioni della scoperta si attende la conferma che dovrebbe pervenire da futuri scavi. Ma, se confermato, tale modello costruttivo rivoluzionerebbe tutta la comprensione dell’ingegneria egizia. Se ne trarrebbe in quel caso la conclusione per la quale gli antichi egizi avrebbero avuto a disposizione delle tecnologie idrauliche di molto più avanzate di quanto si sia pensato finora, con dei sistemi simili a quelli delle moderne dighe e pompe.

La teoria esposta illustrerebbe anche come gli operai riuscissero a sollevare e posizionare i massi con quella grande precisione, senza operare ricorso a rampe di proporzioni enormi o improbabili metodi di trascinamento. Il fatto che fossero presenti dei porti fluviali, dei canali di deviazione e bacini di regolazione, è alla base dell’idea che vi fosse un’organizzazione complessa e altamente ingegnerizzata, fondata sull’impiego intelligente delle risorse naturali.

Per ora si mantiene un clima di cautela rispetto alle ultime scoperte. Sono d’altronde gli stessi autori dello studio ad ammettere che si rivelano necessari nuovi scavi archeologici e analisi stratigrafiche onde avere conferma della funzionalità dei sistemi individuati e della funzione svolta nell’ambito della costruzione delle piramidi.

Bisogna valutare se la tecnologia in questione, laddove confermata, venisse impiegata nell’antico Egitto per determinate strutture solamente o se, piuttosto, fosse in uso per tutte le piramidi. Sono ancora oggetto d’indagine la precisa datazione delle strutture, le tecniche costruttive e le fonti d’approvvigionamento delle pietre.

Quel che è stato compiuto, ovvero la scoperta, per adesso soltanto probabile, di un meccanismo idraulico atto alla costruzione delle piramidi, sarebbe passo decisivo nella risoluzione di uno dei più grandi misteri archeologici. Gli antichi egizi potrebbero dunque essersi avvalsi dello sfruttamento dell’acqua e delle strutture di controllo delle piene del Nilo per giungere all’edificazione di monumenti tanto imponenti, con tecnologie più avanzate di quanto si fosse disposti a pensare.

Se la teoria verrà confermata, cambierà in modo radicale il modo di guardare agli antichi egizi, e dunque si vedrà una civiltà altamente ingegnerizzata, in grado di sfruttare le risorse naturale con modalità innovative e sofisticate. Ora la sfida è quella di condurre gli scavi e le analisi che possano definitivamente svelare il segreto di millenni di mistero e di meraviglia.

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