Sul treno di Europa centrale viaggiano ancora i fantasmi del fascismo e dello stalinismo.

Il rapporto tra il treno e la Settima arte è persino seminale essendo nato il cinema, convenzionalmente, con la proiezione dei fratelli Lumière de L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat che, assieme a L’uscita dalle officine Lumière, fu uno dei primi lavori proposti dagli inventori del cinematografo al pubblico durante le prime leggendarie proiezioni andate in scena al Salon indien du Grand Café di Boulevard des Capucines a Parigi.

Più di recente quel mezzo di locomozione è stato utilizzato come appropriata location per rappresentare certi fortunati apologhi socio-politici, ben prestandosi la sua peculiare conformazione, fatta di ambienti angusti e mobilità irrefrenabile, a ospitare vicende dal forte potere simbolico: vengono in mente, così alla rinfusa, A 30 secondi dalla fine di Andrej Končalovskij, Snowpiercer di Bong Joon-ho o il più recente Scompartimento n. 6 – In viaggio con il destino di Juho Kuosmanen. Oggi è la volta di un esordiente italiano provarci: il triestino Gianluca Minucci, al debutto in un lungometraggio di finzione dopo un interessante tirocinio di spot pubblicitari, cortometraggi e video musicali. È Europa centrale, presentato lo scorso dicembre in concorso alla 42ª edizione del Torino Film Festival.

Narra la storia di Umberto Cassola e Julia Szapolowska, una coppia di comunisti a cui è stata affidata dal Comintern (la cosiddetta “Terza Internazionale”, ovvero la rete internazionale dei partiti comunisti dal 1919 al 1943) un’importante missione nell’aprile del 1940, in quel frangente cruciale della storia contemporanea quando Hitler stava tentando di occupare l’Europa. Sullo stesso treno viaggia anche un agente sovietico incaricato di appurare l’eventualità che Cassola sia un “nemico del popolo”, come usava tacciare lo stalinismo ogni individuo potenzialmente deviante dall’ortodossia comunista; e, infine, Guido Clerici e Gerda Hermet, due agenti della polizia politica fascista, l’OVRA, incaricati di recuperare importanti informazioni politiche e di eliminare Umberto e Julia. Questa la trama, scritta dal genovese Patrick Karlsen, ricercatore in Storia contemporanea ed esperto di Storia del Comunismo internazionale e culture politiche di frontiera nell’Europa del Novecento.

Bene, chiunque si sia data la pena di leggere questo articolo fin qui, non faticherà a intuire quanto questi temi, fino a qualche mese fa apparentemente vetusti e consegnati a un passato inesorabilmente remoto, siano di recente tornati di stringente e drammatica attualità; se è vero come è vero che proprio nell’odierna “Europa centrale” si sta consumando un feroce conflitto che, lungi dall’esaurirsi, sembrerebbe invece riverberare sinistri echi tragici su scala

globale. Giacché il film di Minucci in definitiva di questo parla: di come le ideologie che hanno in modo diverso funestato il Novecento (il Fascismo e il Comunismo stalinista) si riflettono tragicamente sulle vicende biografiche di un pugno di individui emblematici.

L’originalità del film, però, esula dalla storia che racconta e attiene piuttosto allo stile con cui lo fa, che è ostentatamente teatrale oltre che debitore verso l’estetica dei videoclip (come da curriculum del regista). Ne deriva una pellicola insolita che mescola l’intimità del “kammerspiel”, il “teatro da camera” primonovecentesco che privilegia una certa prossimità degli attori col pubblico e una conseguente recitazione minimalista; e l’esasperazione dell’espressionismo, che enfatizza per converso lo stile delle singole interpretazioni. Un cinema dichiaratamente teatrale, dunque, che è stato pensato grazie alla presenza di due straordinari interpreti, formatisi sulle tavole del palcoscenico, che hanno avuto una recente e tardiva fortuna cinematografica. Sono Paolo Pierobon nel ruolo di Cassola, e Tommaso Ragno in quello di Clerici; che al di là di alcune evidenti debolezze di questa opera prima, costituiscono un motivo per cui concederle una chance. Inquadrati quasi sempre in primo piano, i due attori danno sfoggio a tutta la loro maestria istrionica, alternando i sentimenti di ira, furore, abiezione, orgoglio e via declinando.

Alla loro prova mattatoriale, il regista somma un senso spiccato della vertigine claustrofobica e paranoica propria dei regimi che rappresenta, resa ancor più efficace grazie all’uso del formato quadrato 4:3 con lenti vintage a basso contrasto e a una palette cromatica basata sulla prevalenza del rosso, del ciano e del giallo. La colonna sonora è composta dal polacco da Zbigniew Preisner, storico collaboratore del compianto Krzysztof Kieslowski, che mescola i moduli stilistici propri dell’Opera lirica e del coro delle tragedie greche.

PS Da sottolineare due inside jokes presenti nella sceneggiatura. Il personaggio di Ragno si chiama Clerici come il protagonista de Il conformista di Alberto Moravia, che lavorava per l’appunto come delatore per il regime fascista; quello interpretato da Pierobon si chiama invece Cassola, come lo scrittore Carlo che fu anche un partigiano comunista.

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