Sul “Manifesto per la salute mentale”

Ripropongo ancora una volta un tema tanto attuale quanto urgente e fondamentale sul quale è necessario continuare a riflettere criticamente: la salute mentale. Poco più di tre settimane fa, esattamente il 4 dicembre, l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, che ho avuto l’onore di frequentare attivamente prima dell’emergenza sanitaria, ha promosso e ospitato l’importante Convegno di presentazione del “Manifesto per la salute mentale”. Diverse e importanti sono state le voci che hanno animato le riflessioni, brevi e intense, presentate nella sessione mattutina e vanno senz’altro ricordate quelle di: Fabrizio Starace (Presidente della Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica), Antonella D’Elia, (Presidente Psichiatria Democratica), Pierluigi Politi (Ordinario di Psichiatria dell’Università di Pavia), Sarantis Thanopulos (Presidente della Società Psicoanalitica Italiana), Angelo Barbato (Istituto Mario Negri di Milano). Riflessioni ancora più puntuali e sintetiche sono poi seguite nel corso della mattinate creando un concerto di voci ricco e poliedrico costituito da scrittori, neuroscienziati, filosofi del diritto, docenti e illustri specialisti. La multiformità delle riflessioni proposte è stata armonizzata da una convergenza profonda degli illustri relatori verso la comune consapevolezza dell’insufficienza assoluta del paradigma biomedico nel campo della cura dei disturbi mentali. Si tratta di un’iniziativa importante che interessa potenzialmente tutti noi, nessuno escluso. Questo è vero perché il superamento della visione deterministica della follia (pensiamo ad esempio a concezioni come quella di Cesare Lombroso) ci ha restituito un quadro realisticamente più fluido e sfumato nel quale la follia, in quanto condizione esistenziale, si pone su di un continuum nel quale i concetti di salute e malattia, perdendo i loro connotati essenzialisti (causa di dure alienazioni sociali) al massimo possono vantare uno statuto di convenzionale utilità. È importante, quindi, ridare al più presto la giusta dignità alla relazione terapeutica, riportarla al centro del processo di cura per ricollocare il paziente in una condizione umana di rispettosa parità col suo specialista di riferimento. È un concetto, questo, che si ritrova perfettamente messo a fuoco nelle lucide analisi fenomenologiche di Ludwig Binswanger sulle quale è importante tornare a riflettere. È necessario dunque uscire dall’anonimato della prestazione specialistica (che esita sempre in una fredda e alienante prescrizione psicofarmacologica) e riportare la seduta psichiatrica nell’alveo del calore umano e nel rispetto della soggettività, con la piena consapevolezza dell’unicità irripetibile della sofferenza del singolo che non si lascia ricondurre all’universalità dei principi astratti della diagnostica clinica. Il riconoscimento rispettoso della soggettività del paziente deve quindi interrompere la «compulsione tassonomica» che oggettiva, senza mai comprendere (nel senso ben illustrato da Jaspers), l’intimità e l’unicità della sofferenza intrapsichica. Questa iniziativa merita davvero di essere promossa, seguita e supportata con la certezza, salda e inamovibile, che un recupero dell’umanità della prestazione psichiatrica sarà una conquista rilevante per tutti.

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