Il sangue chiama sangue. Sulle atrocità della Seconda Guerra Mondiale

Il sangue chiama sangue. Un “detto” che, sebbene possa essere interpretato anche positivamente (con riferimento al richiamo d’amore verso i propri consanguinei) molto spesso è utilizzato per descrivere un particolare tratto della natura umana che si manifesta quando, in determinate situazioni estreme, i comportamenti delle persone coinvolte – siano esse vittime o carnefici – finiscono poi per confondersi ed equipararsi. In tali circostanze diventa quindi difficile per un osservatore esterno comprendere, ad un certo punto dell’analisi, quale sia la parte giusta e quale invece quella sbagliata. In simili casi si realizza dunque una nefasta spirale di odio, di vendette e di diffusa crudeltà che finisce per equiparare le parti in causa rendendole egualmente colpevoli di azioni moralmente deprecabili.

È in questo senso deteriore che questa espressione, il sangue chiama sangue, può essere adeguatamente utilizzata per descrivere molti episodi della Seconda Guerra Mondiale e che ci legittimerebbero, fuori da ogni ideologia e lontani dalle logiche del ‘politicamente corretto’, ad interpretare quegli anni bui e tenebrosi come una manifestazione della generale tendenza umana all’odio e alla disumanità. Il giorno della memoria è ad oggi – questa è perlomeno la mia impressione – una data convenzionale vissuta dai più come un momento puntiforme nell’arco dell’anno in cui una fazione, presumibilmente quella ‘buona’ (l’Armata Rossa) ha liberato dal male e dalle sofferenze atroci e disumane i sopravvissuti di Auschwitz.

Questo modo di pensare dicotomico, ideologico e pressappochista è sbagliato per diverse ragioni che nell’ambito di un articolo divulgativo non possono certamente essere argomentate adeguatamente. Pertanto, pur nella ristrettezza di spazio mi limiterò ad osservare che questa modalità di pensiero, che potremmo definire manicheo, coglie di una storia assai complessa, lunga ed intricata, qual è appunto quella della Seconda Guerra Mondiale, soltanto un aspetto. Non c’è da meravigliarsi, dunque, se l’uomo comune, a digiuno di storia, rischia di interpretare tutto il resto alla luce di questo momento puntiforme (nel nostro caso la liberazione di Auschwitz) con il risultato di distorcere completamente il senso stesso della storia.

Ma questa modalità di pensiero è sbagliata anche perché finisce per veicolare l’idea che nell’ambito della Seconda Guerra Mondiale vi sia stata davvero una ‘parte giusta’ (l’America di Franklin D. Roosevelt e Truman nella parte finale, la Russia di Stalin e l’Inghilterra di Churchill) e una parte sbagliata’ (l’Italia di Mussolini, la Germania di Hitler, il Giappone di Hiroito).

Alcuni esempi che riporterò in modo sintetico qui di seguito mostreranno che in realtà, a ben vedere, è davvero difficile l’approccio dicotomico che divide il mondo in due fazioni, quella buona e quella cattiva, possa trovare conferme storiche davvero convincenti. Sembra vero piuttosto il contrario. Pare infatti che le atrocità messe in atto dai tedeschi, dagli italiani e dai giapponesi non siano state troppo diverse (nei fatti e nelle intenzioni) da quelle compiute dagli Alleati e dai russi. L’idea centrale di questo articolo, dunque, non vuole essere quella di giustificare una parte (le potenze dell’Asse) sulla base dei mali compiuti dagli Alleati, ma quella di condannare tutte le parti in gioco. A febbraio del 1945 le forze aeree alleate Royal Air Force britannica e la United States Army Air Forces statunitense colpirono mortalmente la città di Dresda in quello che, a ragione, ad oggi è ricordato come il bombardamento più cruento messo realizzato durante il secondo conflitto mondiale. Non è certo la sede adeguata né per ricostruire la complessa pianificazione dell’attacco congiunto né, tantomeno, per analizzare il problema (assai dibattuto) della presunta irrilevanza militare dell’obiettivo Dresda. Ciò che sembra ormai assodato è tuttavia lo scopo principale di questo bombardamento a tappeto realizzato a più riprese tra il 13 e il 15 febbraio con bombe esplosive ed incendiarie: fiaccare il morale del popolo tedesco, colpendo quindi la popolazione

civile. Sebbene l’analisi dell’attacco a Dresda non possa prescindere da una disamina attenta della sua rilevanza militare (il fattore principale che giocò un ruolo cruciale nella scelta dell’obiettivo era l’avvicinamento progressivo del fronte orientale alla città e la posizione della stessa, snodo ferroviario nevralgico per i rifornimenti militari tedeschi), c’è da chiedersi se, giunti al 1944, fosse ancora strettamente necessario, per accelerare la resa della Germania, porsi sullo stesso piano degli stessi nazisti che, negli anni precedenti, non esitarono ad usare le stesse strategie in Gran Bretagna (Londra, tra il 1940-41) e in Russia (Stalingrado 1942), a Varsavia, Coventry e, addirittura prima della guerra, a Guernica (1937). Dresda tuttavia è il caso più eclatante ma la medesima considerazione andrebbe fatta anche per altri bombardamenti forse meno noti ma altrettanto complessi dal punto di vista etico (la complessità etica è data dal fatto che è difficile, ad oggi, comprendere il senso, sotto il punto di vista strettamente militare, della scelta di alcuni obiettivi): il bombardamento di Würburg ne è un chiaro esempio (morirono 4.000 civili e fu distrutto, in soli 17 minuti, il 90% del centro storico barocco della città).

Stesse osservazioni potrebbero essere fatte a proposito della scelta americana di porre fine alla guerra con lo sganciamento degli ordigni atomici su Hiroshima e Nagasaki. Churchill, così si legge nella Storia militare della Seconda Guerra Mondiale di Liddell Hart, ha scritto che la sconfitta del Giappone era in qualche modo già segnata dalla sempre più soverchiante attività militare della flotta statunitense. Inoltre a Postdam l’ambasciatore giapponese riferì a Stalin che il Giappone era in qualche modo pronto alla pace. Fin dal 1944 gli americani sapevano che in Giappone stavano emergendo forze favorevoli alla pace. C’erano inoltre illustri capi militari americani (è il caso dell’ammiraglio Leahy) che disapprovavano l’utilizzo di questa terribile arma: «Non mi avevano insegnato», disse l’ammiraglio Leahy, a fare la guerra in quella maniera, e pensavo che non si possono vincere le guerre sterminando donne e bambini». Come per la Germania anche per il Giappone possono farsi le medesime osservazioni: siamo davvero certi che le scelte degli Alleati abbiano avuto davvero quella rilevanza militare con cui in effetti sono state presentate al mondo? Liddell Hart sostiene di no e giustamente ritiene che «per arrivare a questo risultato [la resa incondizionata del Giappone] gli Alleati non avrebbero avuto alcun bisogno di impiegare la bomba atomica. Con i nove decimi del naviglio mercantile affondato o messo fuori uso, le forze aeree e navali paralizzate, le industrie distrutte e le scorte di viveri in rapida diminuzione, il Giappone era già condannato, come lo stesso Winston Churchill ha ammesso». Peraltro aggiunge (e questo è assai rilevante anche per capire le linee di sviluppo degli equilibri internazionali che giungono fino ai nostri giorni) che la resa del Giappone era già sicura e «non ci sarebbe stato alcun effettivo bisogno di usare un’arma sotto la cui ombra minacciosa il mondo vive tuttora». Non è certo la sede più opportuna per riprendere le fila del lungo e articolato dibattito che vide impegnati i sostenitori dell’impiego dell’ordigno atomico e i critici sfavorevoli ad una soluzione così raccapricciante (tra questi vanno inclusi Albert Einstein, Leò Szilárd, Edward Teller e diversi altri), ma forse vale la pena rilevare che la scelta di utilizzare gli ordigni atomici (peraltro due, a distanza di pochissimo tempo) coinvolgendo la popolazione civile fu una scelta più vicina a dimostrazioni di potere, progettate ed eseguite in vista dei futuri equilibri internazionali, che a scopi strettamente militari. Anche durante la battaglia di Berlino (16 aprile – 2 maggio 1945) che sancì la fine del Terzo Reich e che si concluse con la resa incondizionata della Germania fu caratterizzata da un moto vendicativo sovietico particolarmente crudele e disumano. «Questo è quello che i tedeschi hanno fatto in Russia» fu la frase rivolta da un soldato russo ad una giovane ragazza tedesca dopo una brutale violenza sessuale (C. Ryan, L’ultima battaglia, Garzanti, Milano, 1966, p. 411). Ecco qualche straziante testimonianza raccolta da Ryan:

Una delle parrocchiane di padre Michalke, Hannelore von Cmuda, una ragazza di diciassette anni, fu ripetutamente violentata da un gruppo di soldati russi ubriachi. Quando ebbero finito, le

spararono tre colpi di rivoltella. Gravemente ferita, ma non morta, la ragazza venne trasportata in parrocchia su una carrozzina da bambini, l’unico mezzo di trasporto disponibile.

E ancora:

Margarete Promeist aveva la custodia di un rifugio antiaereo. «Per due giorni e due notti», ricorda, «un gruppo dopo l’altro di russi entrarono nel mio rifugio saccheggiando e violentando. Le donne venivano uccise se rifiutavano. Alcune venivano uccise comunque. In una sola stanza trovai i corpi di sei o sette donne che giacevano a terra nella posizione in cui erano state violentate, tutte con la testa fracassata. Anche Margarete fu violentata da un giovanotto nonostante che gli gridasse: «Sono troppo vecchia per te». Margarete vide tre russi afferrare un’infermiera e tenerla, mentre un quarto la violentava.

Eccone un’altra, forse ancor più drammatica e crudele:

La signora Schulz venne violentata sotto la minaccia di una pistola davanti agli occhi del marito impotente e del figlio di quindici anni: non appena i russi se ne furono andati, il marito, quasi impazzito, sparò alla moglie e al figlio e poi si uccise.

Infine vorrei citare quest’altra testimonianza:

Altri soldati entrarono nel reparto maternità e, nonostante le preghiere delle monache, violentarono ripetutamente le donne incinte e anche le puerpere. «Le sentivamo urlare», riferì una monaca, «notte e giorno». In quella zona, disse la madre superiora Cunegonda, le vittime degli stupri comprendevano donne di 70 anni e ragazzine di 10 e 12 anni.

Anche gli ebrei patirono com’è noto, indicibili sofferenze procurate dai nazisti (sebbene di egual misura furono le uccisioni ordinate da Stalin qualche tempo prima nell’Ucraina Sovietica). Ebbene, anche in questo caso alcuni ebrei sopravvissuti agli stermini massa, uniti nel gruppo Nakam (che in ebraico significa vendetta) guidati da Abba Kovner, pianificarono una controffensiva verso i tedeschi. L’obiettivo anche in questo caso era quello di procurare la morte dei tedeschi – poco importa se responsabili o meno degli stermini, se reduci di guerra o civili, se colpevoli o innocenti – attraverso un avvelenamento del sistema idrico di Norimberga (questo era il cosiddetto piano A). Quando fallì questo primo tentativo i membri di Nakam tentarono di avvelenare le pagnotte distribuite nei campi in cui i tedeschi erano tenuti prigionieri. L’idea era quella di uccidere tanti tedeschi per quanti ebrei erano difatti atrocemente e ingiustamente periti per mano dei nazisti. Non entro, nemmeno in questo caso, nel merito della vicenda storica (per questo rimando il lettore al dettagliato libro di Dina Porat, Nakam: The Holocaust Survivors Who Sought Full-Scale Revenge, Stanford University Press, 2022). Ciò che invece mi preme sottolineare è che questo gioco ambiguo ed inquietante di morte e distruzione – dato e restituito da tutte le parti in causa – fa sì che la

Seconda Guerra Mondiale sia per noi oggi non soltanto una pagina cupa, forse la più cupa, che la storia umana possa amaramente ricordare, ma anche un laboratorio di idee in cui noi possiamo – e dobbiamo – entrare con rispetto ma anche la dovuta serietà culturale e scientifica, senza ideologie e senza fanatismi per osservare come la natura umana sia, a prescindere dalla bandiera di appartenenza, capace di atrocità disumane indicibili. È quindi questo, a mio modo di vedere, il vero significato del giorno della memoria: dare alle persone l’occasione per riflettere con serietà e piglio critico non sul singolo evento puntiforme che si sceglie di ricordare (e su quello prendere posizione in modo piuttosto ideologico) ma sulla condotta generale dei protagonisti del secondo conflitto mondiale.

È proprio questa condotta, a mio parere, a fare emergere un dato antropologicamente allarmante dato dal collasso di ogni valore (rispetto dell’altro, rispetto della vita umana, tutela degli innocenti e dei fragili, rispetto della libertà altrui, salvaguardia degli indifesi e della memoria storica e culturale dei popoli) e dal ripudio di ogni riferimento etico che ha contraddistinto il comportamento di ogni singola nazione scesa in campo tra il 1939 e il 1945. Vale quindi la pena precisare che la memoria è giusta (essendo un atto eticamente rilevante e non soltanto culturalmente importante) quando essa rinuncia a costruirsi intorno a mitologie, ideologie e fanatismi ma quando si allarma e si offende di fronte le atrocità che lo spirito umano, a prescindere dallo schieramento di appartenenza, si mostra capace di realizzare.

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