Riccardo Scamarcio e l’amore (fedifrago) ai tempi della pandemia.

Molto spesso, nel mondo del cinema si abusa della formula “un film di”, quasi che la paternità di un’opera collettiva, come è per l’appunto un film, sia da attribuirsi soltanto al suo regista; e non anche, ad esempio, agli autori del copione o a una delle tante professionalità che contribuiscono, ciascuno col proprio specifico talento artistico, alla bellezza o bruttezza di un’opera cinematografica.

Invece, nel caso di Muori di lei, si dovrebbe optare proprio per questa dicitura per definirlo in maniera opportuna; si tratta infatti, a tutti gli effetti, di un parto del talento poliedrico del suo regista, il piemontese Stefano Sardo. Nato a Bra nel 1972, Sardo ha svolto sinora una serie di attività che trovano tutte definitiva sublimazione in questo suo secondo lungometraggio di finzione (ha diretto anche un documentario). Dal 1995 è stato musicista come frontman della rock-band Mambassa, e Muori di lei si giova di questa sua passione che percorre tutta la pellicola connotandola stilisticamente e punteggiandone la drammaturgia con una serie di evergreen del repertorio rock nostrano; da Muori Delay dei Verdena (citata quasi letteralmente dal titolo del film) a L’odore delle rose dei Diaframma, passando per Io sto bene dei CCCP che definisce nel tono e nelle liriche (“Io sto bene, io sto male/Io non so dove stare”) il carattere del protagonista maschile, interpretato da Riccardo Scamarcio.

Ma Stefano Sardo è soprattutto un bravissimo sceneggiatore, noto principalmente per aver partecipato (spesso insieme ad Alessandro Fabbri e Ludovica Rampoldi) alla stesura dei copioni di alcune serie-tv che hanno fatto la storia della serialità made in Italy, a partire dalla trilogia targata Sky, 1992-1993-1994; e poi ancora, negli anni: In treatment, L’arte della gioia, i Leoni di Sicilia, etc. Non pago di tanto creare, da alcuni anni Sardo si sta dedicando, insieme a Ines Vasiljevic, ad allevare una serie di giovani talenti grazie alla casa di produzione “Nightswim” con la quale, naturalmente, coproduce insieme a Medusa anche il film di cui ci stiamo occupando; che Sardo nelle note di regia definisce così: “un’opera in bilico tra noir, thriller e commedia romantica; in cui un uomo qualunque viene investito da qualcosa di travolgente”. E cosa c’è di più travolgente della pandemia che ormai cinque anni fa sconvolse le vite di tutti noi, introducendo una drammatica cesura tra le esistenze ordinarie vissute fino ad allora e una lunghissima emergenza sanitaria che si è successivamente mutata in un’inedita, brutale, sospensione sociale dagli effetti talora devastanti?

In Muori di lei c’è Luca (Scamarcio), professore di filosofia privo di ambizioni e di coraggio. Il Covid 19 lo sorprende mentre sta concependo un progetto di procreazione medicalmente assistita con sua moglie Sara (Maria Chiara

Giannetta), subendo contemporaneamente la sarcastica, ostentata, disistima del suocero Antonello, primario di una clinica privata intrepretato benissimo da Paolo Pierobon. Il quale forse eccede nel calcare la mano su una sin troppo esibita “stronzaggine” tipicamente milanese, che mi pare sia però più attribuibile al copione che alla sua recitazione.

L’avvento della pandemia, comunque, travolge tutto: marito recluso in casa a fare “didattica a distanza” via web, moglie a deturparsi il viso (causa mascherina) nei famigerati turni ospedalieri extra time, e una conturbante vicina di casa, Amanda, che scatena il desiderio dell’uomo dando la stura a un fuoco di fila di colpi di scena. Si tratta di una misteriosa donna cubana che dà lezioni di fitness da remoto, e intrattiene rapporti burrascosi con un amante tossico; interpretata da Mariela Garriga, attrice, scrittrice e produttrice nata a L’Avana, che ha iniziato facendo la ballerina e la modella e ora sta girando Mission: Impossible – The Final Reckoning con Tom Cruise.

Incorniciato dalla citazione di due giganti del ‘900 come John Lennon e Charlie Chaplin (rispettivamente: “La vita è quello che ti accade mentre sei occupato in altri progetti” e “La vita è una tragedia vista in primo piano e una commedia vista in campo lungo”), il film di Sardo ha il pregio di svolgere una riflessione piuttosto inedita sugli effetti deflagranti che ha avuto su di noi la pandemia, ma il difetto di cedere qua e là sotto il peso delle summenzionate (peraltro nobili) passioni del suo regista. Se l’uso molto colto dei brani musicali non appare del tutto giustificato dal mood e dalla trama del film, a risultare qua e là ridondante è soprattutto la letterarietà del copione (Sardo è anche autore di svariati racconti e di quattro romanzi), di cui le due quotation di cui sopra sono un chiaro esempio. Non solo: il copione del film fa ampio uso della “voce fuori campo” con cui trasmette il flusso di coscienza del suo protagonista, il quale cuce la vicenda che lo riguarda con un’aderenza martellante non sempre necessaria.

Bravi gli intrepreti, soprattutto Scamarcio, molto maturo e misurato; e Maria Chiara Giannetta, Nastro d’Argento 2022 come migliore attrice protagonista per la serie Blanca. Il sub-plot comedy è affidato al personaggio di Ivan, un collega di Luca interpretato da Francesco Brandi, il quale rivendica il proprio risentito orgoglio maschile (e maschilista) in un’era a suo dire dominata dal revanchismo femminista e dall’ideologia woke; e che pronuncia battute così: “Io guardo i porno su Ecosia, browser ambientalista, cosi ogni volta che mi masturbo sto piantando un albero”

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