“Ribellione” di Forugh Farrokhzad: la parola ardente, la parola ardita

Ribellione è una poesia che si imprime nella mente di chiunque la legga: oltre le parole che devono essere prepotenti e le frasi che infrangono i vetri della nostra coscienza, Forugh Farrokhzad sceglie di descrivere una realtà nuova, delicata e devastante allo stesso tempo come solo sanno esserlo le discussioni avute con chi amiamo, perché non si tramuti in assenza. La poetessa iraniana scrive in un tempo e in un luogo – che sono molti tempi e molti luoghi insieme – in cui la parola femminile è minacciata, regolata, spesso silenziata perché scomoda o troppo vera per piegarla. Eppure la sua ribellione non si estroflette, non fa di sé solo un’arma politica, ma uno slancio di vita e di bellezza in grado di intimidire perché pronto a far riflettere.  È una ribellione, quella di Farrokhzad, che prende forma nel corpo, nell’orgoglio del desiderio, nello sguardo che rifiuta di abbassarsi e ancora nel coraggio di essere al mondo, anche se sembra di abitarlo in solitudine.

In Ribellione la poesia non addolcisce, ma si fa grido di battaglia scoprendosi viva e demiurgica nel momento in cui si dispiega. Avanza per immagini nette, per questo brucianti, senza alcun compiacimento lirico, ma con una tensione mai sopita tra la necessità di dire e la consapevolezza del rischio che questa libertà comporta. La ribellione, in questa poesia, non è un grido improvviso, ma un processo; non un atto distruttivo, ma genetico. È la scelta di non morire d’inedia, di esserci completamente a qualunque costo, di vivere nonostante e nell’ostilità, di nutrirsi dell’ostilità per farne bellezza.

L’esperienza della poetessa iraniana, vissuta nel secolo scorso, non ha mai cessato di raccontarci anche il presente, sfregiato dai proiettili puntati agli occhi dei giovani, e ugualmente incomprensibile se desiderio e urgenza di vivere coincidono. Farrokhzad non chiede, infatti, di essere compresa, ma che ogni caleidoscopica movenza del proprio essere venga ascoltata, senza censure. È per questo che la sua poesia è e sarà sempre indomita, uno spazio libero nel quale è possibile esserci, e non soltanto esistere, con tutta la sensualità e la violenza che ciò comporta.  L’“io” di Farrokhzad, e in particolare quello che di Ribellione è protagonista, non è egotista, ma essenziale per la sopravvivenza della libertà anche quando questa appare più minacciata: dopo tutto, nominare il proprio io e celebrarlo di fronte a un mondo in fiamme è e sempre sarà il primo atto di libertà possibile.

Ribellione, dunque, è un atto creativo e, al contempo, di creazione; nel tempo di una poesia genera uno spazio di possibilità. È una ribellione che non si esaurisce nel rifiuto, ma che si apre prendendosi tutto. Glorificando il desiderio in tutte le sue forme, che al massimo grado ci rende umani, il sogno di Farrokhzad non si è ancora esaurito, seppur lontano dal suo contesto originario: perché l’intima voce di chi rivendica la propria esistenza, quindi quella dell’umanità intera, è destinata a restare.

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