Rania Yehia: Tra le Note del Dialogo Culturale

C’è un filo che unisce la musica alla diplomazia culturale, e in Rania Yehia questo legame si manifesta con la finezza di un gesto musicale che attraversa linguaggi, epoche e territori. Direttrice dell’Accademia d’Egitto a Roma, artista raffinata e giurista per vocazione, incarna un raro equilibrio tra rigore accademico e sensibilità creativa. La sua storia attraversa continenti, strumenti e idee, e prende forma nel disegno coerente di una donna che ha saputo trasformare il talento in missione.

 

Il primo incontro con la musica avviene in tenera età, quando la madre intuisce la natura profonda della sua attenzione agli strumenti. Non bastavano i giochi o la televisione: era la musica a catturare la sua curiosità. La casa si popolò allora di strumenti, e quella predisposizione divenne presto un percorso. A dodici anni, mentre frequentava anche la scuola coranica, chiese di iscriversi al Conservatorio. Non fu il pianoforte, ma il flauto ad accoglierla, scelto per la sua proporzione e immediatezza. Fu l’inizio di un cammino appassionato che la vide eccellere, prima nel Conservatorio, poi nell’università, dove intraprese anche gli studi in giurisprudenza seguendo l’esempio del padre, agente di polizia con l’animo da giurista.

 

Due anime, dunque, quella musicale e quella giuridica, che non si contendono il primato ma si armonizzano. La musica, nella sua essenza, è rigore, struttura, disciplina: caratteristiche che la avvicinano più di quanto si immagini all’ordine del diritto. Cresciuta in un ambiente militare, ma nutrita dalla cultura poetica della madre, la sua personalità si è plasmata in un connubio di ordine e visione.

 

L’esperienza del palcoscenico è parte fondante della sua memoria: dal primo concerto da solista, fino alle performance internazionali, ogni occasione rappresenta per lei un momento fondativo. Il debutto al Dar Al-Ibr Al-Masriya, lo stesso anno del diploma, resta impresso come un passaggio delicato e solenne, segnato dalla consapevolezza che un pubblico era lì solo per lei. In quel silenzio carico di attesa, Rania Yehia ha percepito la responsabilità del proprio ruolo, l’intensità dell’impatto emotivo che solo la musica può esercitare.

 

Sventolare la bandiera egiziana davanti a platee europee non è solo un gesto simbolico: è la rappresentazione concreta di un’identità che, pur non avendo nella musica classica le sue radici, ha saputo assimilarla fino a raggiungere standard internazionali. Questo percorso è frutto di studio, dedizione e una costante tensione verso l’eccellenza, un esempio concreto di come la cultura non sia mai un blocco monolitico, ma una forma viva, in grado di accogliere, evolvere, restituire.

 

Nella sua visione, arte e accademia non solo coesistono, ma si rafforzano a vicenda. Non è possibile, per lei, offrire qualcosa al pubblico o agli studenti senza una partecipazione emotiva autentica. La sua formazione è passata anche attraverso il confronto con maestri e colleghi che hanno lasciato tracce indelebili nel suo approccio artistico e didattico. Tuttavia, riconosce nella madre la fonte primaria di apprendimento, la scuola di vita che ha ispirato ogni altra lezione.

 

Il ritorno a Roma in qualità di Direttrice dell’Accademia d’Egitto rappresenta per lei un cerchio che si chiude. Giunta per la prima volta venticinque anni fa, ha mantenuto intatto l’incanto per una città che considera la più amata in Europa. L’Italia, e Roma in particolare, non sono soltanto sedi di lavoro, ma luoghi interiori, paesaggi dell’anima. Il nuovo incarico non è solo un riconoscimento, ma un atto di restituzione. Una responsabilità avvertita con il peso della gratitudine e con la determinazione di lasciare un segno. Nel suo sguardo, ogni sfida è parte integrante dell’amore per il proprio lavoro: anche gli ostacoli accettati fanno parte del viaggio, e superarne il peso è già una forma di bellezza.

 

Il lavoro all’Accademia non si limita a gestire un programma culturale: si tratta di immaginare un ponte stabile tra due civiltà. La sua visione si articola in progetti concreti, come l’iniziativa “Civiltà Araba“, un ciclo che consente ai Paesi arabi di presentare la propria identità attraverso le arti. L’intento non è solo quello di valorizzare la cultura egiziana, ma di offrire all’Europa un ritratto sfaccettato e autentico dell’intero mondo arabo, con le sue pluralità, le sue eredità e le sue aspirazioni.

 

Questo ruolo di mediazione culturale acquista un significato ancora più profondo se si considera la natura storica dell’Accademia, che da quasi un secolo opera nella capitale italiana come punto di riferimento per la diplomazia culturale egiziana. A questa vocazione, la professoressa intende aggiungere una nuova energia, un nuovo respiro, espandendo il dialogo anche all’arte italiana. Le similitudini tra i due popoli, la loro reciproca curiosità e il comune senso di bellezza, rappresentano per lei un terreno fertile da coltivare. L’amore che nutre per i luoghi della storia italiana non è solo professionale: è affetto, affinità elettiva, risonanza culturale.

 

Nel Forum Culturale Italo-Egiziano, esempio eloquente di questa visione, si condensano i valori che la guidano: l’ascolto reciproco, il rispetto delle differenze, il riconoscimento delle radici comuni. Egiziani e italiani condividono non solo il Mediterraneo, ma un’attitudine alla vita fatta di sensibilità, gusto, appartenenza.

 

Accanto al ruolo di direttrice, continua a essere una musicista attiva e una figura di riferimento nel panorama culturale egiziano. Dal 1995 è flautista presso l’Orchestra dell’Opera del Cairo e, nel corso del 2023, è stata insignita del Premio di Stato per l’Eccellenza nelle Arti. È inoltre Preside dell’Istituto Superiore di Critica d’Arte presso l’Accademia delle Arti del Cairo, membro del Consiglio Nazionale delle Donne, relatrice per il Comitato Arti e Letteratura e parte del Consiglio di Amministrazione dell’Associazione Egiziana degli Scrittori e Critici Cinematografici.

 

Recentemente ha promosso anche l’incontro “Donne, voci di forze“, dedicato alla letteratura e alla poesia araba, sottolineando l’importanza di promuovere le voci femminili nella cultura, e rafforzando ancora una volta il ruolo dell’Accademia come spazio di confronto tra civiltà.

 

Il suo augurio, espresso con la forza di chi è abituata a trasformare i sogni in progetti, è che il suo mandato sia ricordato come un tempo di apertura, di dialogo e di bellezza condivisa. Perché, in fondo, ogni nota suonata, ogni parola scritta, ogni mostra realizzata è un atto politico. E nel suo caso, profondamente poetico.

 

 

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