“POESIA E PITTURA NEL SEICENTO. GIOVAN BATTISTA MARINO E LA MERAVIGLIOSA PASSIONE”, L’ARTE DEL POETA BAROCCO IN ESPOSIZIONE NELLA GALLERIA BORGHESE.

“Poesia e Pittura nel Seicento. Giovan Battista Marino e la meravigliosa passione” è una esposizione che descrive, nelle sale riaperte per tale avvenimento dopo un restauro ancora in corso in altri ambienti della Galleria Borghese a Roma, i legami fra poesia e pittura, sacro e profano, letteratura, arte e potere agli esordi del diciassettesimo secolo per la commemorazione del Seicento e del movimento del Barocco in ogni suo linguaggio artistico.

Dal 19 novembre al 9 febbraio 2025, al poeta Giovan Battista Marino è rivolta una rassegna che sfida colui che lo ostacolò in tutte le maniere, il collezionista cardinal Scipione Borghese nella Roma Papale della Controriforma, con una ideale e successiva riappacificazione fra i due rilevanti protagonisti.

La connessione fra poesia, pittura e scultura di tale periodo è l’espressione pratica di questa “galleria sognata e immaginata” da Giovan Battista Marino, nei medesimi anni in cui il cardinale la costituiva concretamente, parliamo appunto del nascente sudddetto Museo.

La rassegna adopera i testi di Marino per evidenziare un itinerario mediante la grande arte rinascimentale e barocca, da Tiziano a Tintoretto, da Correggio ai Carracci, da Rubens a Poussin, rievocando il maggior poeta italiano del XV secolo e la sua meravigliosa passione per la pittura, al di là delle sue relazioni con ulteriori artisti fra cui Caravaggio che sicuramente conobbe diventando suo amico.

La mostra è curata da Emilio Russo, professore di Letteratura italiana all’Università Sapienza di Roma, Patrizia Tosini, insegnante di Storia dell’arte moderna all’Università Roma Tre e Andrea Zezza, professore di Storia dell’arte moderna all’Università della Campania Luigi Vanvitelli.

L’esposizione, illustra il professor Emilio Russo: “ripercorre un felicissimo momento dell’arte italiana attraverso gli occhi di un contemporaneo che ha lasciato meravigliose testimonianze da un punto di vista letterario”.

Giovan Battista Marino è stato uno dei più significativi scrittore del Barocco italiano e un personaggio di spicco nello sviluppo della poesia del XV secolo. Noto per la sua destrezza nel manipolare il linguaggio con effetti spettacolari, Marino è stato il creatore di uno stile poetico che avrebbe influenzato la letteratura europea.

Il letterato realizzò tantissime opere che vanno dalla poesia sacra, dalla narrativa mitologica, alla prosa retorica. I suoi componimenti sono determinati da una grande varietà tematica, ma tutti condividevano l’obiettivo di appassionare e meravigliare il lettore tramite l’utilizzo brillante e innovativo della sua scrittura.

Nasce il 14 ottobre del 1569 a Napoli, figlio di Giovanni Francesco un notaio frequentatore del cenacolo di Giovanni Battista Della Porta. Istruito dall’umanista Alfonso Galeota, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza per poi lasciarla nel 1586, anno in cui viene abbandonato dal padre ritrovandosi in serie difficoltà economiche.

Rimase senza dimora fissa per tre anni, dormendo da qualche amico o, più spesso, negli ospedali dei poveri o all’aperto. Il poeta è aiutato successivamente da Ascanio Pignatelli e da Giovan Battista Manso, anche se il suo incontro fondamentale è quello con Matteo di Capua, cultore d’arte e ricchissimo mecenate già protettore di Torquato Tasso.

Dal 1588 Giovan Battista Marino frequenta l’Accademia degli Svegliati ma, nel 1593, venne chiusa su ordine del re a causa di indagini determinate dalla Inquisizione. Nella seconda metà del 1596 Marino diviene segretario sempre di Matteo di Capua, ma dopo pochi mesi è arrestato per un aborto procurato ad una donna, Antonella Testa, che purtroppo morirà dopo la triste vicenda.

Uscito dal carcere è di nuovo arrestato nel 1600 per un duello in cui uccide l’avversario. Fuggito da Napoli rientra nella Capitale dove velocemente instaura molteplici e influenti amicizie, anche nell’ambiente ecclesiastico.

Nell’Urbe entra in contatto con l’Accademia Romana di Onofrio Santacroce e con l’Accademia degli Umoristi, fondata da Paolo Mancini. Nel 1601 viaggia per l’Italia per poi giungere a Venezia, luogo in cui sono stampate le sue Rime che contengono parte della sua produzione adolescenziale e opere encomiastiche riguardanti personaggi frequentati nei mesi antecedenti.

La vita e la produzione letteraria di Giovan Battista Marino sono strettamente legate con i Maestri e i capolavori dell’arte figurativa del primo Seicento che frequenta nei circoli intellettuali e nelle corti più rilevanti dell’epoca, quella di papa Clemente VIII Aldobrandini a Roma, di Giovan Carlo Doria e Giovan Vincenzo Imperiali a Genova, di Carlo Emanuele I a Torino.

In tali luoghi, davanti alle preziose collezioni, il poeta stringe rapporti diretti anche con il Cavalier d’Arpino, Bernardo Castello, Caravaggio, Agostino Carracci, Ludovico Cigoli e Palma il Giovane.

Nel 1615 perseguitato dall’Inquisizione è costretto a lasciare l’Italia giungendo a Parigi nella corte di Luigi XIII e Maria de’ Medici dove rimane fino al 1623, ed è in questa città che conosce Nicolas Poussin. Nel 1623 torna di nuovo in Italia, ma arrivato a Roma, trova uno scenario sfavorevole: il nuovo papa Urbano VIII Barberini non frena il processo di Marino che è ancora attivo presso il Sant’Uffizio.

Il poeta quindi è prima agli arresti domiciliari e poi investito dall’umiliazione di una pubblica abiura nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva.

Nel 1624 l’Adone, considerato il suo indiscusso capolavoro, poema epico caratterizzato da una eccezionale ricchezza di descrizioni sensoriali e da un uso virtuosistico delle figure retoriche, viene sospeso dall’Inquisizione e Marino decide di lasciare l’Urbe e partire per Napoli in cui progetta di creare una grande casa-museo dove raccogliere i suoi libri e le sue numerose composizioni collezionate.

Morirà nel capoluogo campano il 26 marzo 1625 decidendo di bruciare le sue opere profane: “Comandò nel testamento che si ardessero tutti i suoi manoscritti, non solo delle cose satiriche e de le lascive, ma di tutte quelle che non fossero sacre”.

Il percorso espositivo della mostra è composto da cinque sezioni.

“Poesia e pittura nel Seicento. Introduzione a Giovan Battista Marino” è il nome della sezione che inaugura l’itinerario con autorevoli artisti quali Correggio, Tiziano e Tintoretto. “Di me in Roma son stati fatti mille ritratti”, scriveva lo scrittore nel 1623, attestazione reale di come tramite i suoi interessi e i suoi rapporti con il movimento barocco è stato esponente unico.

Mostrata la splendida tela di Francesco Furini “Pittura e Poesia”del 1626. L’artista fiorentino un anno e mezzo dopo la scomparsa del poeta rende omaggio al tema della vicinanza tra la poesia e la pittura che aveva attraversato tutta la produzione di Marino.

Il soggetto viene realizzato con malizia, dal bacio di due donne che rappresentano le due arti e il motto, accanto alla poesia: “Concordi Lumine Maior” ovvero “più grande attraverso una luce concorde”.

Nella seconda sezione “La Galeria e il dialogo di Giovan Battista Marino con gli artisti”, rivolta alla raccolta La Galeria, la rassegna riattraversa la relazione del letterato con le rilevanti creazioni rinascimentali e barocche in virtù di uno strettissimo raffronto fra dipinti, sculture e la loro trasposizione letteraria.

Qui sono presenti magnifiche composizioni di Luca Cambiano, Tiziano, Palma il Giovane, Pietro Paolo Rubens, il Cavalier d’Arpino, Alessandro Turchi, Pietro Bernini, tutti Maestri collegati in qualche modo alla esistenza e ai lavori del poeta.

Nel quadro Maddalena Penitente, 1575, Tiziano Vecellio decanta della donna i tratti sensuali evidenziati dalle chiome “sciolte in preziosa pioggia” a lui note per un esemplare ubicato a Napoli nell’abitazione di Matteo di Capua. Anche Marino scrisse per la Madonna dei versi: un poemetto in 14 ottave mostrato prima nella raccolta di rime pubblicate a Venezia, poi nella Lira e infine nella Galeria.

Nella terza sezione “La Strage degli Innocenti”, titolo che deriva da una delle opere più insigni di Giovan Battista Marino si analizza un ulteriore tema da lui chiaramente trattato a partire dalla tradizione figurativa.

Fu pubblicata dopo la sua morte, soltanto nel 1632, ma all’inizio del secolo il tema biblico fu di nuovo attuale anche in pittura in virtù di opere di grande formato eseguite tra gli altri da Guido Reni, Giovan Battista Paggi, Nicolas Poussin, Pietro Testa, Giacomo Testa, Giacomo Palma, che si misurano con la rappresentazione di un orrore in grado di originare meraviglia.

La strage degli Innocenti di Marcantonio Raimondi, 1480-1534, rappresentata da una scena concitata, enfatizzata dalle muscolature dei carnefici e dai gesti disperati delle madri, in contrapposizione con l’armonia classicheggiante delle architetture sullo sfondo, rende la tela di Raimondi una tappa basilare dello sviluppo iconografico del famoso tema biblico.

L’esemplare dell’artista era nella collezione di incisioni del letterato, entrandone in possesso nel 1623 nel suo soggiorno parigino, poco prima del suo rientro in Italia.

La IV sezione, denominata “L’Adone tra Sacro e profano” ha nel suo interno capolavori connessi al mito di Adone, giovinetto splendido amato da Venere e destinato ad una drammatica fine, interprete dell’omonimo poema mariniano reputato il componimento idioma del Seicento italiano, come citato, successo di una poesia tra sacro e profano costruita per tableaux come accostamento di quadri poetici.

In questa parte sono presenti opere di Palma il giovane, Scarsellino e Poussin dedicate al mito, spaziando dai caratteri più sensuali propri della storia d’amore tra Adone e la dea, a quelli più tragici riguardanti la sua morte e al compianto di Venere con richiami a raffigurazioni sacre.

Il dipinto Allegoria amorosa con Venere e Adone di Giacomo Palma è determinato dalla scena in cui la dea annienta il giovane facendogli vento.

Esso celebra i versi per un componimento della Galeria che ha come tema Adone, dormiente in grembo a Venere: “Scoti (…) l’ali del vento”, suggerisce Marino a Venere chiedendo agli amori di versare sui due amanti una “pioggia di fiori” e ordinando loro di fare silenzio affinchè il giovane possa supplire con “notturne fatiche” amorose i suoi sonni diurni.

L’ultima sezione della mostra: “Commiato. L’apoteosi di Giovan Battista Marino e la scoperta di Nicolas Poussin”, esalta il lascito più rilevante della passione artistica del poeta: l’intuizione della grandezza del giovane artista.

L’incontro tra i due personaggi alla corte di Maria de’ Medici a Parigi è la premessa del viaggio di Poussin a Roma e della creazione in seguito di alcuni dipinti come il Compianto su Adone morente, il Parnaso e L’ispirazione del poeta, legati con chiarezza alla commemorazione della poesia di Giovan Battista Marino.

Il Lamento del Cristo morto di Nicolas Poussin, 1594-1665, è tra le prime opere romane del pittore. Il colorismo veneziano e i modelli di ispirazione carraccesca sottolineano le conseguenze del soggiorno italiano dell’artista, esperienze da cui nasce anche la potenza emotiva proveniente dalle figure, distante dalle abitudini del Poussin, pittore di storia.

Attraverso la collezione, la cura delle opere e l’allestimento scenografico propriamente barocco, la Galleria Borghese si identifica come idioma utopistico per esaltare l’immagine di Giovan Battista Marino poeta e il suo rapporto con le arti figurative e, come nel XV secolo esse hanno condizionato la propria creazione letteraria.

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