Se volete partire alla ricerca di un luogo che racchiuda un’affascinante storia, mistero e natura selvaggia, il borgo di Pentedattilo in Calabria, frazione di Melito di Porto Salvo, provincia di Reggio Calabria, è la meta che fa per voi. Si trova arroccato sulle pendici del Monte Calvario, ed è un suggestivo paese, noto nella regione come “borgo fantasma”, visto che a un certo punto venne del tutto abbandonato, come avremo modo di vedere. Il borgo vi saprà conquistare con i vicoli in pietra, le antiche leggende, le testimonianze storiche e i panorami che s’estendono fino all’orizzonte, tra il Mar Ionio e le montagne dell’Aspromonte.
Il nome di Pentedattilo deriva dal greco antico, ed è una composizione dei termini “penta” (cinque) e “daktulos” (dito). La denominazione si riferisce alla conformazione rocciosa a forma di mano con cinque dita sovrastante il borgo.
La formazione naturale in questione ha ispirato leggende e storie di miti e misteri, e ciò conferisce al luogo ancor più fascino e simbolismo.
Pentedattilo venne fondata nel IX secolo come avamposto strategico di difesa dalle incursioni dei Saraceni. La posizione elevata e inespugnabile, infatti, ne fece un punto di controllo militare dalla grande importanza strategica nel corso dei secoli. In periodo greco-romano, Pentedattilo fu un centro economico e militare molto rilevante, per via della posizione a controllo delle vie d’accesso tra il mare e l’interno. Il borgo ha una storia che attraversa le dominazioni bizantine, normanne e angioine, la stessa storia che vi lascia delle tracce indelebili nel patrimonio architettonico e culturale.
Tra mito e leggenda, sangue e mistero, la più famosa delle storie di cui Pentedattilo è protagonista è quella della “Strage degli Alberti” del 1686”. Si parla della faida tra le famiglie nobili di Pentedattilo, i marchesi Alberti da una parte e i baroni Abenavoli dall’altra. Il Barone Bernardino Abenavoli e la Marchesa Antonia Alberti si amavano in segreto, ma il fratello di lei, il Marchese Lorenza Alberti la promise in sposa a suo cognato, Don Petrillo Cortez. La faida culminò in un sanguinoso attentato, che ha visto il massacro di Lorenzo Alberti, della madre, dei fratelli Simone e Anna e di tre servi del Marchese. Morendo, Lorenza Alberti lasciò l’impronta della mano insanguinata a una parete del castello. Vuole la leggenda
che la roccia gigantesca dalla forma di mano a cinque dita che sovrasta il borgo sia in realtà la mano del diavolo, insanguinata dal sangue versato in quella tragica notte, e che oggi, nelle notti più ventose e con la luna piena, si possano udire le urla di dolore delle anime degli Alberti che reclamano vendetta dall’aldilà. Una storia oscura che indubbiamente ha alimentato il fascino del luogo. Si è parlato anche di un misterioso tesoro celato internamente alla rupe, e diversi sono stati gli avventori alla ricerca di esso negli anni. Ma sono tanti i miti e le leggende legate al luogo.
In seguito a un lungo declino, causato da terremoti e minacce di frane, Pentedattilo venne abbandonato negli anni ’60. Ma dagli anni ’80 in poi il borgo ha intrapreso una lenta e progressiva rinascita, grazie soprattutto all’opera di volontari e artisti. Oggi si può ammirare Pentedattilo in una visita, comprensiva di botteghe artigiane e musei, e della veduta delle rustiche case in pietra, alcune delle quali trasformate in B&B. Tutto ciò è a testimonianza della storia di una comunità che ha deciso di reinventare il proprio futuro.
A Pentedattilo non si può perdere, per quanto accennato, una passeggiata che attraversi l’intero borgo, per mezzo dei vicoli in pietra. Una passeggiata tra le strette stradine, con la quale scoprire le case in pietra aggrappate alla roccia, è un’esperienza che vi ritemprerà. Le vie danno luogo a un labirinto dove poter incontrare le botteghe d’artisti locali che lavorano il legno, la ceramica e il vetro.
E nelle botteghe ci si può addentrare per una visita e osservare da vicino i prodotti dell’artigianato, in quelli che sono autentici scrigni creativi a salvaguardia della tradizione.
Una meta dal fascino storico e religioso indiscutibile è la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo. La costruzione risale al periodo bizantino, ed è il cuore spirituale di quest’affascinante frazione calabra. Segnata da un’architettura dalle linee semplici ma suggestive, e dalla cupola in stile bizantino e il campanile barocco, la chiesa ospita delle tombe di personaggi storici del luogo e delle opere di pregio.
Alla luce della storia descritta in precedenza, luogo di visita tipico corrisponde ai ruderi dello storico Castello degli Alberti. Quel che rimane del castello si trova sulle pendici del Monte Calvario, e da qui ci si può immedesimare in quel passato medievale e ammirare anche il paesaggio che si apre sulla vallata.
Raggiunto il castello, si può visitare l’interno, raggiungibile tramite una ripida scalinata. Qui sono conservati vani voltati e canali circolari, chicche della maestrìa architettonica dell’epoca.
Nella salita in un’escursione lungo i pendii, si può scoprire l’Affresco di San Cristoforo. Molto legato alle leggende popolari, l’affresco rappresenta il santo protettore dei viandanti e dei pellegrini. Si dice anche che l’immagine di San Cristoforo qui raffigurata protegga il borgo dai terremoti e dagli spiriti maligni.
Molto singolare è l’angolo romantico chiamato “la Panchina dei Baci”. Qui gli innamorati possono sedersi per vivere momenti di romanticismo attorniati dal silenzio e dalla bellezza del paesaggio, con una vista ispiratrice sul Mar Ionio e l’Aspromonte.
Una menzione a parte è meritata certamente dai paesaggi, per i quali varrebbe già di per sé la visita. Nel punto più in altitudine del borgo possiamo ritemprarci con un panorama che spazia dall’azzurro del mare al verde delle montagne, e che passa anche per la vallata di Sant’Elia, con le sue rocche arenarie, i fichi d’india e i mandorleti.
Riguardo alle esperienze da vivere, a parte che la visita alle botteghe artigiane, è possibile partecipare a workshop d’intaglio del legno, creazione di saponette artigianali o altri oggetti decorativi, e quindi assumere in parte conoscenza delle antiche tecniche artigiane.
Giunti sul posto, ci si può affidare alla conoscenza delle guide locali, da cui prendere ascolto delle leggende connesse al borgo. Si possono allora ascoltare le storie e le leggende del posto, in primis quella della “mano del diavolo”, o quelle legate alla Strage degli Alberti, fin nei minimi dettagli.
Tra le visite, è degna di nota altresì quella alla Canonica costruita nel 1890, dove si trova tra l’altro la stanza di Padre Gaetano Catanoso, che ha prestato la propria opera religiosa a Pentedattilo dal 1904 al 1921 e in seguito proclamato santo. La canonica contiene anche degli inestimabili quadri d’arte sacra e uno spazio cultura e oggetti sacri.
Si può d’altronde, in estate, prendere parte a tanti eventi. C’è ad esempio il Paleariza, un festival musicale incentrato sulle tradizioni greganiche, e il Pentedattilo Film Festival, una rassegna di cortometraggi di provenienza
nazionale e internazionale. Manifestazioni che fanno divenire il borgo un vero crocevia di culture e arti.
Pentedattilo è anche il borgo dei gatti per eccellenza, e si pone allora come una meta da prediligere anche per chi, in particolar modo, ami gli animali e i felini. Nel borgo la presenza dei gatti non è semplicemente un fatto naturale, come da altre parti, ma è qualcosa che contribuisce a creare l’identità del luogo.
Trova posto a Pentedattilo una vasta colonia felina che fa da animatrice a strade e ruderi. I mici accolti e accuditi sono considerati i custodi silenziosi delle testimonianze storiche e leggendarie di Pentedattilo, e si addentrano abitualmente nelle botteghe artigiane e nelle case in pietra, e vi ci si può naturalmente imbattere lungo i vicoli che compongono i vari itinerari.
La presenza dei gatti testimonia la vitalità di un borgo che manifesta resilienza, e rinasce in qualità di centro d’arte, tradizione e natura, e, appunto, dedizione per questi adorabili quattro zampe. Una dedizione che si è manifestata in particolar modo con l’inaugurazione dell’apposita colonia felina “I Pentegatti”, che si prende cura dei mici, su iniziativa dell’artista Domy Pizzi che qui si è stabilita per praticare la propria arte e che ha conosciuto fra quei borghi la gattina che ha chiamato “nerina” e che è stata da quel momento in poi la sua fedele compagna. Da lì l’idea di creare uno spazio dedicato a questi meravigliose crature. Oggi gli abitanti di Pentedattilo sono in netta prevalenza i mici, considerato che vi sono tre residenti effettivi nel paese e circa trenta felini.
A pentedattilo si prende coscienza di un angolo di Calabria autentica e selvaggia, sconosciuta rispetto ai più noti itinerari turistici. Il borgo, che era stato in precedenza completamente abbandonato, funge da palcoscenico emozionale dove si abbracciano passato e presente, e nel quale si può cogliere appieno la volontà di rinascita attuale. Il silenzio contemplativo, le storie e la natura di Pentedattilo vi rimarranno nel cuore, come l’alone di fascino e mistero che vi accoglierà già con la vista della rocciosa mano gigante, simbolo del borgo.

