Il paradosso dell’antagonista: quando l’infrazione riconferma la regola

L’ultimo prodotto narrativo di Fabrizio Corona, Io sono notizia, offre l’occasione per interrogare criticamente uno dei nuclei retorici più caratteristici della sua autorepresentazione: la cosiddetta “lotta al sistema”. È un’espressione che ritorna con insistenza nella sua comunicazione, alimentando una auto-propaganda fondata sulla contrapposizione netta fra l’individuo e un’entità sovraordinata, spesso evocata come onnipresente, compatta, e per ciò stesso oppressiva. Proprio per questo, e soprattutto per la sua circolazione presso un pubblico giovanile, tale concetto merita un’analisi filosofica attenta, che eviti di assumere acriticamente la nozione di “sistema” così come viene presentata e ne chiarisca invece la reale portata.

La preoccupazione, sul piano etico e pedagogico, riguarda infatti il rischio che questa retorica — presa alla lettera e ripetuta senza strumenti critici — induca i più giovani a riconoscersi spontaneamente come vittime di un “sistema” percepito come onnipotente, alimentando una postura vittimistica o ribellistica priva di consapevolezza. Se l’unica via d’uscita sembra essere la “lotta”, allora la complessità del reale viene ridotta a un conflitto binario fra il singolo e una struttura totalizzante: una semplificazione pericolosa.

L’intento di questo modesto contributo è dunque quello di interrogare in modo quasi socratico la natura stessa di questo “sistema”. Che cosa indica davvero questa parola? Quali sono i suoi confini? Quali attori lo compongono? E soprattutto: può davvero coincidere con l’intera realtà politico-culturale e sociale del Paese, come la narrazione antagonistica di questo personaggio tende a suggerire?

A uno sguardo più attento, ciò che viene definito “sistema” appare piuttosto come una porzione limitatissima del tessuto sociale, una fetta circoscritta di dinamiche mediatiche, giudiziarie o politiche, che nulla dice dell’ampiezza e della pluralità del mondo collettivo reale. E proprio qui si innesta il paradosso centrale: l’agire di chi proclama di combattere il sistema, lungi dal collocarsi fuori da esso, finisce di fatto per consolidarlo. La retorica della contrapposizione radicale alimenta gli stessi meccanismi di visibilità, conflittualità e attenzione tipici di quel microcosmo che si vorrebbe smascherare. È un circolo vizioso che non rompe i binari, ma li rafforza; non scardina le logiche del sistema, ma le riconferma e ne prolunga la durata.

Questo paradosso sarà il filo conduttore della riflessione: mostrare come la retorica della “lotta al sistema”, lungi dall’offrire una via alternativa o liberatoria, finisca spesso per riprodurre le stesse dinamiche che pretende di contestare, generando un’immagine distorta della realtà e, soprattutto, influenzando in modo rischioso la percezione dei più giovani.

Per comprendere il “sistema” che Fabrizio Corona dice di combattere — e che allo stesso tempo contribuisce a rafforzare — occorre chiarire quale sia realmente l’oggetto della sua opposizione. Non si tratta del sistema socio-culturale, economico-finanziario o politico-istituzionale nel quale la maggior parte delle persone vive e opera quotidianamente. Il mondo contro cui Corona si erge non è la totalità della società, ma una porzione ristretta, un settore minoritario e selettivo del reale: un ambiente popolato da figure dello spettacolo, imprenditori di successo, personaggi pubblici dotati di risorse non ordinarie, protagonisti di dinamiche mediali che appartengono solo a una frazione infinitesimale della collettività.

Il paradosso è evidente: questa fetta di mondo, eccezionale per definizione, viene elevata a paradigma universale. Una parte diventa il tutto, e ciò che riguarda pochi viene spacciato come

esperienza condivisa dell’intera cittadinanza. È proprio questa confusione ontologica tra il particolare e l’universale che consente alla retorica della “lotta al sistema” di prendere forza.

In questo quadro, si impongono alcune domande decisive. Di cosa si fa profeta Corona? Di un’esperienza che riguarda una cerchia ristretta, non certo della condizione esistenziale dell’uomo comune. La sua profezia non riguarda il destino del Paese, ma le logiche di un microcosmo spettacolarizzato in cui la visibilità, il conflitto e l’esposizione costante diventano criteri di rilevanza.

Analogamente, di quale meccanismo diventa personaggio chiave? Non dei processi che regolano la vita civile o democratica, ma del circuito mediatico che esso stesso contribuisce a nutrire: un meccanismo che vive di polarizzazioni, scandali, narrazioni iperboliche e auto-rappresentazioni estreme.

E ancora: di quale realtà si presenta come testimone? Non della realtà sociale complessiva, con le sue sfide educative, lavorative, economiche, ma di una realtà “altra”, eccezionale, irripetibile, spesso inaccessibile ai più. Il suo testimoniare non illumina le strutture della società, ma riproduce il funzionamento simbolico di quel microcosmo stesso.

Infine, quale vero sistema crede di aver scoperto? Non il sistema nel senso pieno e complesso del termine, ma un sistema interno a una minuscola area della società: un sistema che egli denuncia e sostiene al contempo, perché la sua stessa identità pubblica dipende dalla permanenza delle dinamiche che pretende di smascherare.

Il risultato è un paradosso: ciò che viene presentato come un atto di liberazione si traduce in una conferma del quadro che si vorrebbe sorpassare. La lotta al sistema non ne spezza i vincoli, ma li irrigidisce; non porta altrove, ma costringe a restare dentro lo stesso circuito che si proclama di voler demolire.

A questo punto entra in gioco una polarità decisiva: da un lato la retorica della “lotta al sistema”, dall’altro l’incapacità di trascendere realmente quel sistema. Si tratta di una tensione dialettica irrisolta, che attraversa l’intero percorso narrativo di Corona e ne configura l’essenza più profonda. Chi proclama di combattere un sistema dovrebbe, in linea di principio, portarsi oltre di esso, distaccarsene, modificarne gli assunti, spezzarne la logica. Ma ciò che emerge, osservando attentamente il comportamento e la comunicazione di Corona, è esattamente l’opposto: la costante infrazione delle regole non è un atto di superamento, bensì un gesto che — senza che egli ne abbia consapevolezza — riconferma proprio quelle regole che pretende di infrangere.

Il meccanismo è sottile, ma evidente. Ogni infrazione diventa possibile solo se la regola continua a esistere e a valere; e ogni atto che viola un codice, per essere percepito come tale, necessita che quel codice resti intatto. In questo senso, l’infrazione non è liberazione, ma dipendenza: dipendenza simbolica, narrativa e persino esistenziale. Senza la regola, l’infrazione perde significato; e senza la cornice del sistema, la figura dell’antagonista si dissolve.

Un esempio illuminante è il ruolo che assume il principio del guadagno, divenuto in Corona una sorta di asse ossessivo dell’esistenza. Il guadagno non è infranto né rifiutato: al contrario, è eretto a criterio ordinatore dell’agire, quasi fosse una verità metafisica. Ma il principio del guadagno è uno dei cardini del sistema che egli dice di voler combattere. Eppure, per ottemperare a questo principio, Corona necessita che quel mondo rimanga esattamente com’è: popolato da scandali, contraddizioni, cadute e rialzate, dinamiche di visibilità continua. Senza quel mondo, il principio stesso del guadagno — per come egli lo concepisce — si dissolverebbe, insieme alla figura che egli interpreta.

Da qui deriva il paradosso più radicale: se Corona realmente superasse il mondo di cui si nutre e che racconta, cesserebbe di esistere come personaggio pubblico. La sua identità non si costruisce contro

il sistema, ma a partire dal sistema e dentro il sistema; e ogni gesto compiuto in nome della lotta non fa che riaffermarlo. È una dipendenza vitale, non dichiarata, ma costitutiva.

Non c’è dunque alcuna lotta effettiva: ciò che viene inscenato è una ripetuta riaffermazione del sistema, una sua perpetuazione attraverso la teatralizzazione della trasgressione. Il superamento viene annunciato, ma mai realizzato; la frattura evocata, ma mai praticata. E il sistema, lungi dall’essere intaccato, viene reso più stabile proprio dalla presenza di un antagonista che, nel tentativo di combatterlo, non fa altro che riprodurne le logiche fondamentali.

Si è spesso portati a ritenere che il principale rischio pedagogico legato alla figura di Corona consista nel “cattivo esempio” offerto ai giovani: la spettacolarizzazione della trasgressione, la ricerca compulsiva della visibilità, la retorica della sfida permanente. Questo timore è fondato, perché i giovani vivono anche — e a volte soprattutto — di esempi. Ma ciò che emerge da questa analisi è che tale dimensione rappresenta soltanto la superficie del problema, la punta dell’iceberg.

Il nodo più profondo, e dunque più insidioso, non riguarda tanto i comportamenti, quanto le idee che essi veicolano. È qui che si radica la vera criticità: nella diffusione di una visione del mondo che, una volta interiorizzata, può generare altre idee devastanti come da un seme mal piantato. Una visione che riduce la complessità del reale a un antagonismo binario — individuo contro sistema — e che, proprio per la sua semplicità seduttiva, rischia di attecchire con facilità nelle menti più ingenue o meno attrezzate sul piano critico.

La mia convinzione, in questo senso, è netta: l’idea nefasta non consiste nell’immaginare un sistema da combattere, ma nel credere che la lotta sia l’unica risposta possibile, che il sistema sia un’entità monolitica e onnipresente, e non invece una struttura relativa, situata, parte di un insieme molto più ampio, complesso e dinamico. La vera alternativa non è lo scontro, ma la comprensione. Non la distruzione, ma l’analisi. Non la contrapposizione cieca, ma la capacità di collocare ciò che chiamiamo “sistema” all’interno di un quadro più vasto — secondo una visione ecologica dell’esperienza umana, nella quale ogni elemento acquista senso solo in relazione agli altri.

In questa prospettiva, il sistema non è un nemico assoluto, ma un fenomeno da comprendere nella sua genesi e nei suoi limiti, da relativizzare rispetto a sistemi più ampi — sociali, culturali, educativi, istituzionali — che ne circoscrivono il raggio d’azione e ne mostrano la contingenza. È solo attraverso questo movimento di decentramento critico che diventa possibile cogliere le reali criticità, senza amplificarle né assolutizzarle.

E, soprattutto, è solo a partire da questa comprensione che si può avviare un lavoro costruttivo. Perché ciò che occorre non è l’invocazione di un conflitto, ma la capacità di immaginare e proporre passaggi che consentano al sistema — qualunque esso sia — di trasformarsi. La pedagogia non conosce scorciatoie: educare significa sempre affiancare i giovani nella lettura complessa del mondo, non armarli per una guerra contro un nemico indistinto; significa dare loro strumenti critici, non retoriche antagoniste; significa abituarli alla cura e alla responsabilità, non alla semplificazione eroica della lotta.

In definitiva, il vero antidoto alla retorica della “lotta al sistema” non è la contrapposizione simmetrica né la negazione polemica, ma la maturazione di un atteggiamento comprensivo, critico e costruttivo. Un atteggiamento che vede i sistemi per ciò che sono: strutture relative, modificabili, attraversabili, mai assolute. Un atteggiamento che non confonde la parte con il tutto, né la trasgressione con la libertà. Un atteggiamento, infine, che restituisce all’educazione il suo compito più alto: insegnare a pensare, prima che a combattere.

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