“METAMORFOSI. OVIDIO E LE ARTI”, UNA RIFLESSIONE SUL CAMBIAMENTO COME RAPPORTO TRA TEMPO, SPAZIO, MATERIA E FORMA. LA BELLA ESPOSIZIONE PRESSO LA GALLERIA BORGHESE A ROMA.

 “La Galleria Borghese è il luogo delle Metamorfosi; dalle piccole opere da collezione ai grandi dipinti rinascimentali e seicenteschi, fino ai gruppi berniniani, l’invenzione e le intenzioni di artisti e committenti dimostrano la conoscenza e il continuo riferimento al poema ovidiano”, dichiara Francesca Cappelletti. “Questa rassegna nasce quindi dal cuore della collezione e dal suo rapporto continuo con la poesia e con il giardino, da quel raccordo profondo tra arte e mondo naturale, tra racconto e immagine che pervade le Metamorfosi di Ovidio e che ritroviamo nelle raccolte seicentesche ambientate nello spazio delle ville”.

La Galleria Borghese ospita dal 23 giugno al 20 settembre 2026 la bella mostra “Metamorfosi. Ovidio e le arti”, a cura di Francesca Cappelletti la direttrice della Galleria e Frits Scholten, storico dell’arte e capo del Dipartimento Scultura del Rijksmuseum.

La rassegna attuata in collaborazione con il Rijksmuseum di Amsterdam nasce da un dialogo accademico condiviso tra le due istituzioni e relaziona oltre ottanta opere giunte da rilevanti collezioni internazionali seguendo il poema latino più prestigioso della cultura occidentale.

La sede dell’evento non è casuale, Villa Borghese infatti è realizzata attraverso un articolato programma iconografico profondamente condizionato dall’universo ovidiano.

Il cardinale Scipione Borghese concepì il Casino Nobile come un apparato culturale in cui architettura, collezionismo e mito erano legati tramite un sistema coeso di significati.

Nel Settecento furono eseguiti restauri da Marcantonio IV Borghese e l’intervento dell’architetto Antonio Asprucci fece delle sculture la base dell’allestimento delle maestose sale con decorazioni ispirate alle Metamorfosi.

Prendendo spunto da tale volume il progetto indaga il tema del cambiamento come fondamento universale e come mezzo per interpretare il cosmo, la materia e la condizione umana.

Il testo divenne in questo modo la via di accesso verso una concezione del mondo incentrata sulla variabilità delle forme e sui limiti tra uomo, natura e divino.

Concetto nel tempo che ha influenzato la fantasia di generazioni di artisti proponendo un repertorio infinito di miti, passioni, trasformazioni.

L’itinerario comincia dalla narrazione della creazione del mondo illustrato nei versi iniziali del poema latino.

“Nacque l’uomo, o fatto con divina semenza da quel grande artefice, principio di un mondo migliore, o plasmato dal figlio di Giapeto (Prometeo) a immagine degli dèi che tutto regolano, impastando con acqua piovana la terra ancora recente, la quale, da poco separata dall’alto ètere, ancora conservata qualche germe del cielo insieme a cui era nata.”

La sezione “Caos e Creazione” presenta opere di Louis Finson, Hendrick Goltzius, Herri met de Bles, Auguste Rodin e Constantin Brancusi.

I lavori esprimono metaforicamente la nascita della materia informe evidenziando come il principio della metamorfosi sia all’origine dell’esistenza e della natura.

Nella Terra di Rodin una entità sembra elevarsi lentamente dal fango primordiale ancora sospesa tra nascita e disgregazione, mentre il Prometeo di Brancusi riduce la forma ad una essenza ovoidale celebrando contemporaneamente l’origine della vita e l’atto creativo.

La fortuna del poema è il fulcro della sezione “Il poeta e il libro”, dedicato ai cambiamenti che il testo ha avuto durante i secoli tramite manoscritti, traduzioni, volgarizzamenti e reinterpretazioni morali. L’Ovide moralisé, la rilettura medievale del libro, condizionò intensamente le rappresentazioni di miti nel periodo rinascimentale.

Apollo e Dafne di Antonio del Pollaiolo si relaziona idealmente con lo splendido gruppo scultoreo di Gian Lorenzo Bernini proprio della Galleria, una delle più stupefacenti traduzioni visive della poesia di Ovidio.

Attorno al rilievo del Ratto di Proserpina sempre di Bernini si distingue la sezione rivolta al mondo sotterraneo di Plutone, mediante opere antiche che ampliano l’immaginario dell’oltretomba evocato dal poema.

Le tele di Agostino Carracci e Orfeo ed Euridice di Rubens riproducono il regno dei morti evocato dal poema.

Il dipinto di Agostino Carracci con Plutone ritrae i due innamorati mentre incedono nelle tenebre del Tartaro “attraverso muti silenzi”.

Al centro della sezione come citato il capolavoro della Galleria Borghese: il Ratto di Proserpina, in cui il mito si traduce in una scena di indescrivibile intensità.

Le dita di Plutone che affondano nella carne della giovane, il viso di Proserpina impresso dal terrore e il movimento vorticoso dei corpi rendono visibile attraverso la materia i versi turbati del poeta mentre descrive il rapimento.

Nel racconto ovidiano la tessitura diventa idioma della creazione poetica, la sala rivolta ad Aracne si esplica in quadri, arazzi e manufatti tessili oltre alle rappresentazioni di Jacopo Robusti detto il Tintoretto e Peter Paul Rubens.

Quasi certamente la sezione più significativa della rassegna è quella di “Leda e il cigno”, vicenda emblematica sugli amori di Giove.

Con tele e sculture derivate dalle invenzioni perdute di Leonardo e Michelangelo, l’evento ricostituisce la fortuna di un mito che, tra Quattrocento e Cinquecento diviene area di confronto tra pittura e scultura.

Nella Leda della Galleria Borghese proveniente pertanto da un’invenzione leonardesca il rapporto tra la donna e il cigno avviene in una dimensione intima e sospesa determinata da un paesaggio fluviale.

Michelangelo all’opposto enfatizzò la monumentalità del corpo e la tensione erotica dell’episodio mutando il mito in un energico intreccio di carne e piume.

Accanto a tali dipinti è mostrata la Danae di Correggio, opera artistica assoluta della pittura rinascimentale.

Un altro noto episodio degli amori di Giove raffigurante il dio che discende come pioggia d’oro sul corpo della giovane rinchiusa dal padre Acrisio, volgendo il desiderio divino in una visione di enorme eros.

Con il mito di Pigmalione la considerazione si sposta sulla relazione tra arte e vita.

Le famose interpretazioni di Jean-Léon Gérome e Auguste Rodin presentano la materia nell’istante in cui sembra animarsi evolvendo la passione dell’artista in pura inventiva.

Il tema della trasformazione diventa una riflessione sul potere medesimo dell’arte e sulla sua idoneità di dare forma all’immaginazione.

Nelle versioni dipinte di Pigmalione e Galatea di Gérome la metamorfosi coincide con l’istante del bacio.

Il marmo bianco della scultura si tramuta progressivamente nella pelle viva di Galatea, mentre lo studio del Maestro, colmo di antichità e oggetti d’arte diviene l’ambito in cui fantasia e verità sembrano confondersi.

Rodin nella sua rappresentazione fa emergere Galatea ancora parzialmente dalla pietra grezza: il corpo sembra oscillante tra materia inerte e vita, manifestando in modo chiaro l’azione stessa della trasformazione.

Il percorso prosegue con gli avvenimenti di Perseo e Medusa in cui l’evoluzione esprime il volto opposto della pietrificazione.

Mediante composizioni di Peter Paul Rubens, Sebastiano Ricci, Antonio Tepesta e Rutilio Manetti, l’esposizione illustra una metamorfosi che è allo stesso tempo strumento di distruzione e mezzo di salvezza, capace di variare irrevocabilmente la sorte degli uomini.

Nella tela di Antonio Tempesta e in quello di Rutilio Manetti Perseo è colto sopra il suo destriero alato nell’atto eroico del salvataggio di Andromeda.

Sebastiano Ricci riproduce lo scontro di Fineo, rimarcando il momento in cui la metamorfosi si effettua e i corpi si irrigidiscono “come simulacri” secondo i celebri versi di Ovidio.

La Medusa di Rubens rivela con eccezionale intensità il viso reciso della Gorgone traducendo in immagine la visione ovidiana: dal sangue di Medusa stillano i serpenti, generati dalle gocce cadute sulla terra durante il volo di Perseo.

Al termine della mostra una sezione sul potere dell’amore, concetto proprio dell’intero poema e che nelle opere di Tiziano Vecellio, Nicolas Poussin e nei bellissimi arazzi tardomedievali rivolti a Narciso ed Eco sono espressi attraverso energia creatrice e distruttrice al tempo stesso.

Mediante desiderio, passione, perdita e contemplazione, il mito manifesta la sua capacità di interpretare le emozioni basilari dell’esperienza umana.

Nei capolavori di Tiziano, Amor Sacro e Amor Profano e Venere che benda Amore, l’amore è insieme impulso e tensione spirituale. Nell’arazzo millefleurs trasferisce la narrazione ovidiana nell’universo ricercato dell’amor cortese tardomedievale.

Nicolas Poussin ritrae il corpo di Narciso senza vita abbandonato alla natura mentre Eco palesa il dolore dell’amore non corrisposto.

Prodotto in collaborazione con il Rijksmuseum, il catalogo della rassegna disponibile in italiano, inglese e olandese presenta opere esposte nelle due sedi con all’interno testi di studiosi italiani e olandesi, il progetto grafico è di Irma Boom.

Gli allestimenti sono curati da Hubert Le Gall.

La Galleria Borghese ringrazia Intesa – Gallerie d’Italia e Webuild S.p.A per il loro supporto.

Un progetto internazionale che incarna il mito classico nella costruzione dell’immaginario europeo nella sua eccezionale attualità producendo ancora oggi immagini e significati.

 

 

 

 

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