Dal 29 ottobre al 16 febbraio 2025 Palazzo delle Esposizione a Roma presenta la bella mostra personale dell’artista Pietro Ruffo: “L’ultimo meraviglioso minuto”.
La retrospettiva è curata da Sèbastian Delot, direttore della collezione del Museo Nazionale Picasso di Parigi, promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo e prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo.
La rassegna è accompagnata da un catalogo a cura sempre di Sèbastian Delot, con contributi del curatore, di Guido Rebecchini, di Rebecca Wragg Sykes e di Sofia Di Gravio, ed edito da Drago.
L’evento raduna composizioni di natura differente che compongono un racconto unitario, un complesso viaggio nello spazio e nel tempo che si conclude con un grande omaggio alla città di Roma.
E’ una Roma che nasce o che si inabissa nelle acque?
“Non sono apocalittico” afferma Pietro Ruffo, “anzi. Sono affascinato da ciò che l’uomo ha saputo creare. Al di là degli impatti negativi pensiamo al cambiamento climatico che stiamo scontando sulla stessa nostra pelle, l’uomo, a partire dalle comunità raccolte intorno a un’idea astratta ha saputo realizzare davvero istanti di meraviglia”.
E’ infatti tramite la meraviglia che Ruffo, con i mezzi dell’artista e con la potenza dei suoi lavori, ci regala un’inedita esperienza visiva.
Pietro Ruffo nasce a Roma nel 1978. Studia architettura all’Università degli Studi Roma Tre, vince nel 2009 il premio Cairo e nel 2010 il premio New York ed è titolare di una borsa di ricerca all’Italian Academy for Advanced Studies presso la Columbia University.
L’arte dell’artista è legata agli elementi primari della sua formazione in architettura: il progetto e il disegno su carta.
Lungo un percorso di ricerca, la produzione di Pietro si libera senza forzare la dimensione teorica e trova sintesi in composizioni figurative attuate con ritagli e spilli di carta, ceramica, piastrelle o pittura, articolate in sovrapposizioni di paesaggi naturali e forme umane, mappe geografiche e costellazioni, geometrie e tracce di scrittura.
Un’analisi che punta a descrivere nuove idee di libertà e dignità del singolo individuo, in un dialogo tra le differenze.
Già noto alla critica e al pubblico internazionale, è presente alla Biennale di Venezia 2024 con una grande istallazione chiamata L’immagine del mondo, mentre alcune delle sue opere sono all’interno di molteplici collezioni: quella del Musei Vaticani, del MAXXI e della Deutsche Bank Foundation.
Attualmente la retrospettiva a Palazzo delle Esposizioni conferma un momento della sua produzione di enorme energia e di totale vitalità.
“Nelle opere esposte, in oltre 50, indago il rapporto tra l’uomo e il pianeta e l’ho fatto con uno sguardo inedito e un punto di vista positivo che invita a considerare quanto sia meravigliosa la nostra presenza sulla Terra. Se siamo stati capaci di creare tanta e tale bellezza, significa che nonostante tutto l’essere umano riuscirà ad avere un rapporto diverso con il Pianeta e a sopravviverci”, spiega l’artista.
Con la potenza dei suoi lavori, in una combinazione di carta, ceramica e inchiostro, Pietro Ruffo tratta pertanto artisticamente le questioni ambientali.
Sostiene il curatore Sèbastial Delot: “L’antropologia ha recentemente conquistato un posto d’onore nel pensiero dell’artista. Ciò che lo affascina così tanto è senza dubbio la capacità di questa disciplina di rendere intelligibile il modo in cui gli organismi si inseriscono nel mondo, ne acquisiscono una rappresentazione stabile e contribuiscono a modificarlo creando legami costanti e occasionali con esso e con gli altri esseri umani”.
Attraverso la sua creatività Pietro Ruffo ha dato forma alle parole dell’archeologa paleolitica britannica Rebecca Wragg Sykes che nel suo libro “Neanderthal, vita, arte amore e morte”, riporta: “Se riduciamo i 13,8 miliardi di anni dell’Universo a un periodo di dodici mesi, i dinosauri compaiono verso Natale, mentre i primi Homo sapiens arrivano solo pochi minuti prima dei fuochi d’artificio di Capodanno”.
L’artista si interroga sull’impatto dell’uomo sulla Terra, esplorando la legittimità del vocabolo Antropocene e condensando nelle opere mostrate la storia del nostro pianeta, della conoscenza e dell’uomo.
“Le monde avant la création de l’homme” è denominata la prima sala del percorso espositivo, titolo ripreso dal omonimo libro di Camille Flammarion del 1886, come è esplicato dal sottotitolo “origines de la terre, origines de la vie, origines de l’humanité”.
Pietro Ruffo utilizza una penna bic per disegnare la sua foresta primordiale (Primordial Forest) in una specie di enorme sipario, 700 metri quadrati che si sviluppano nei tre lati della sala, con foglie, rami e minerali, testimonianza della vita sul pianeta prima della nascita dell’uomo, realizzando in tale modo un’esperienza immersiva e materica per il pubblico.
Al suo centro si erge una grande giungla tropicale che taglia la sala alta 4 metri e lunga 21, ad inchiostro, con una porzione del Grand Canyon, dipinto con la tecnica del camaieu su carte intelate collocate su una struttura autoportante, con i toni della terra di Siena bruciata.
Per vivacizzare l’ambiente vi sono 21 opere di svariate dimensioni, teche che sono determinate da resti di remoti vegetali “De Hortus”, circolari, su cui galleggiano piante che ci parlano di ere geologiche lontane.
L’itinerario continua con il rinvenimento delle prime tracce umane mediante 5 tele della serie Antropocene Preistoria. L’Antropocene sono composizioni immolate alla crisi climatica e condizionate dagli effetti dell’azione umana.
Dichiara Pietro Ruffo: “Ad essere preso in esame è una sorta di ultimo battito di ciglia sulla storia che corrisponde al tempo dell’uomo rispetto a quello del pianeta. La visione è animata da un forte ottimismo. Mi concentro su ciò che di buono l’uomo ha attuato in questo tempo”.
Nella seconda sala in cui sono esposte composizioni su carta intelata, con intagli e inchiostro di china, gli spettatori sono circondati da un archivio visivo che ripercorre metaforicamente le tappe dell’evoluzione dei nostri antenati, dai teschi di Neanderthal di Saccopastore fino alle statuette votive, primo simbolo di pensiero astratto su cui hanno origine le società.
L’arrivo dell’uomo sulla Terra lascia sulle tele dell’artista l’impronta dell’Uomo di Saccopastore, scoperto nel 1929 nell’Urbe presso la via Nomentana.
Teschio ancora mostrato nella video istallazione della terza sala: “The Planetary Garden”, eseguita in collaborazione con Noruwei, in cui il tempo si estingue e i piani temporali del passato e del presente si intersecano.
L’opera diffonde in forma tridimensionale il movimento, lo slittamento e il cambiamento del paesaggio nel tempo, la preistoria e il presente e il futuro sono raccordati in un unico orizzonte stratificato.
La mostra si conclude con la quarta sala dedicata a Roma, vista e selezionata nelle sue diverse fasi storiche e geologiche: in un palinsesto visivo realizzato proprio per Palazzo delle Esposizioni. Usando le mappe della città di Giovanni Battista Nolli, 1748, e di Luigi Canina, 1850, Ruffo vi sovrappone idiomi di piante, animali e oceani.
I lavori consentono di spostarsi dalle profondità marine alla foresta primordiale e dopo al teatro di grandi costruzioni architettoniche.
“Per capire l’infanzia del nostro pianeta, dobbiamo guardare in profondità sotto la sua pelle. Per quanto possa sembrare strano la Terra è molto viva. Il volto della Terra cambia nel tempo. Riscoprire questa infanzia perduta significa capire cosa è successo in profondità”, scrive Sèbastian Delot.
