Le Eumenidi di Eschilo: l’amore per la giustizia, l’amore per l’uomo

Nel 458 a.C. Eschilo, drammaturgo greco originario del demo di Eleusi, trionfò alle Grandi Dionisie con la sua Orestea. Si tratta di una trilogia di tragedie incentrata sulle vicende di Agamennone, Clitennestra e soprattutto del loro figlio Oreste il quale nelle Eumenidi, ultima tragedia della trilogia, diviene vero e proprio attore dell’istituzione dell’Areopago, il più antico tribunale ateniese.

Tale organismo, il cui nome riprende quello della rupe presso la quale Ares fu giudicato per l’uccisione dell’Alirrozio, riflette la profonda coscienza giudiziaria ateniese e, in un solo slancio, anche la profonda consapevolezza del valore di ogni vita.

Queste due nobili tendenze vengono celebrate con attenzione e sensibilità proprio nelle Eumenidi, e in particolare nel corso del serrato interrogatorio che avrebbe dovuto condurre alla condanna oppure al proscioglimento di Oreste, il quale “si rese degno di diventare l’assassino della madre” (come si legge al verso 425 della tragedia”, motivato dal desiderio di vendicare la morte del padre, ucciso dalla moglie Clitennestra e dall’amante di questa, Egisto, di ritorno da una lunga spedizione.

La difficoltà di giudizio è evidente: come si può valutare un misfatto tanto articolato, crudo e doloroso?

Nel secondo episodio della tragedia, la questione viene sollevata nel corso della sticomitia tra Atena e il coro, il quale chiede alla dea se non preferisca sembrare gusta piuttosto che comportarsi secondo giustizia. La risposta di Atena, perciò, non potrà che manifestarsi attraverso le azioni della dea, dal momento che l’atto viene presentato quale prova massima del proprio sentire: mentre il coro di Erinni ed Oreste presentano le loro prove e offrono le loro dichiarazioni, infatti, la dea va alla ricerca dei cittadini più affidabili al fine di rimettere al loro giudizio l’articolata questione, “senza tradire, ingiustamente, il giuramento” (v.489).

La volontà di garantire la giustizia appare, pertanto, evidentissima: Atena desidera che sia questa a trionfare, oltre le motivazioni personali e le giustificazioni, oltre l’odio e il capriccio.

Pochi versi dopo si trova addirittura la teorizzazione di tutto ciò; dal verso 517 al 525, infatti, si leggono alcune tra le parole più significative e toccanti sulla giustizia, nonché sull’essere umano: “chi, non avendo nutrito nel corso della vita cuore, città, oppure mortale, potrebbe aver rispetto per la Giustizia?”.

La giustizia viene finalmente avvicinata all’esperienza umana, ma soprattutto all’impegno: chi la attua deve sentire nei suoi confronti lo stesso dovere che una madre avverte rispetto al proprio figlio, quello di cui si fa carico un politico nei confronti della propria città, ma soprattutto quello che un essere umano deve osservare nei confronti del proprio cuore, e che sa divenire il più arduo in assoluto. Del resto, anche il coro conferma che “chi è giusto senza costrizioni, non potrà mai cadere del tutto in rovina”!

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