La pressione dell’acqua non è mai soltanto una questione di livelli. È una forza che insiste nel tempo, che ritorna, che misura la tenuta delle scelte fatte anni prima. Nella laguna veneziana questa pressione è diventata, nel corso dei decenni, un problema strutturale, prima ancora che tecnico. Un problema che ha costretto a ripensare il rapporto tra ingegneria, ambiente e responsabilità collettiva. È in questo spazio, fatto di attese lunghe e decisioni non sempre visibili, che prende forma il lavoro di Clodia S.r.l.
Non come risposta immediata, ma come conseguenza di una continuità operativa. Clodia emerge quando il sistema chiede stabilità, quando i cantieri smettono di essere semplici luoghi di esecuzione e diventano dispositivi complessi, abitati da vincoli ambientali, tempi estesi, coordinamenti delicati. Il suo nome compare dopo che il problema è già chiaro: costruire dove l’acqua non concede errori, intervenire senza alterare equilibri fragili, portare a termine opere che non ammettono approssimazioni.
Nel lavoro sulle opere pubbliche, e in particolare su infrastrutture civili e marittime, Clodia Srl ha costruito una specializzazione che si riconosce soprattutto quando la complessità non è un’etichetta, ma una somma di vincoli reali. La sua traiettoria professionale si è sviluppata all’interno di cantieri che richiedono una gestione rigorosa delle fasi esecutive, una conoscenza profonda dei materiali e una capacità organizzativa capace di tenere insieme uomini, mezzi e condizioni operative spesso estreme. Non è un caso che una parte rilevante della sua esperienza sia maturata in ambito lagunare e marittimo, dove ogni intervento si misura con variabili non controllabili e con un ambiente che impone rispetto.
Il passaggio decisivo coincide con il coinvolgimento nel sistema MOSE, attraverso il Consorzio Kostruttiva. Alla bocca di porto di Chioggia, uno dei varchi in cui la laguna si espone di più, Clodia ha completato interventi che hanno richiesto precisione e coordinamento senza scorciatoie. Qui il cantiere non è stato solo luogo di costruzione, ma spazio di responsabilità continua: ogni fase esecutiva doveva fare i conti con l’acqua, con il fondale, con strutture già in opera, con un sistema più ampio pensato per restare in servizio a lungo.
Il MOSE, acronimo di Modulo Sperimentale Elettromeccanico, è un sistema di barriere mobili pensato per difendere Venezia e la sua laguna durante gli eventi di alta marea. Il dispositivo si articola in quattro barriere per un totale di settantotto paratoie indipendenti, collocate alle tre bocche di porto che mettono in comunicazione la laguna con l’Adriatico: Lido, Malamocco e Chioggia. Con marea ordinaria, le paratoie restano adagiate sul fondale, alloggiate nei cassoni in calcestruzzo armato. Quando la marea supera determinate soglie, l’aria compressa immessa nelle paratoie espelle l’acqua: la spinta di galleggiamento le solleva e si crea, per il tempo necessario, la separazione tra mare e laguna.
Ogni elemento del sistema è pensato per muoversi e resistere, poi tornare nella posizione originaria, senza compromettere l’equilibrio idraulico e ambientale. I cassoni, che costituiscono la base fissa delle barriere, ospitano non solo le paratoie ma anche i condotti per l’aria compressa, i sistemi elettromeccanici e di controllo, collegati tra loro da tunnel percorribili. Alla bocca di porto di Chioggia, Clodia ha lavorato su questo livello strutturale, tra fondazioni, consolidamenti e opere civili, in un ambiente in cui l’errore non ha spazio.
Il completamento di questa fase del MOSE, per Clodia, non si esaurisce nel valore simbolico dell’opera. Ha ridefinito il perimetro delle sue competenze operative, non tanto per l’eccezionalità del progetto in sé, quanto per la durata, per la stratificazione delle fasi di lavoro e per la necessità di garantire continuità in un contesto che non ammetteva pause. L’esperienza maturata alla bocca di porto di Chioggia ha imposto una relazione costante con il tempo lungo dell’opera, con la programmazione delle attività e con la gestione di lavorazioni che non si esauriscono con la consegna del cantiere.
Da quel momento, la capacità di affrontare cantieri complessi non è rimasta confinata all’esperienza lagunare, ma è diventata metodo applicabile ad altri ambiti di intervento. Un metodo che include la manutenzione dentro il progetto, non ai margini, e che legge la durabilità delle strutture come risultato di scelte tecniche compiute molto prima della loro messa in esercizio.
Le opere marittime sono uno dei territori in cui questa competenza si vede meglio.
In questo ambito, la logistica di cantiere e la capacità di gestire grandi prefabbricazioni diventano centrali. Nei cantieri marittimi, la costruzione non avviene mai in un unico tempo né in un unico luogo: elementi strutturali di grandi dimensioni vengono realizzati in bacini dedicati, movimentati, varati e posizionati con sequenze operative che richiedono coordinamento assoluto tra progettazione, produzione e posa in opera. La realizzazione di bacini di prefabbricazione su larga scala, completi di sistemi di drenaggio profondo e strutture provvisorie di contenimento, rappresenta uno degli aspetti meno visibili ma più determinanti di questo tipo di interventi.
In questi contesti, la precisione non è soltanto geometria: è la condizione necessaria perché ogni elemento si integri nel sistema finale. La gestione dei tempi di maturazione dei materiali, delle fasi di trasporto e delle finestre operative legate alle condizioni marine diventa parte integrante del progetto, trasformando la logistica in un vero e proprio dispositivo ingegneristico. Clodia realizza e mantiene infrastrutture portuali come moli, banchine, pontili, barriere frangiflutti e difese costiere, operando spesso in condizioni che richiedono lavorazioni subacquee, posa di elementi prefabbricati in quota negativa, infissione di pali e palancole a profondità elevate. In questi contesti, la progettazione strutturale si intreccia con la logistica di cantiere, con l’impiego di materiali ad alte prestazioni e con una gestione dei tempi che deve tenere conto delle condizioni meteo e maree.
Accanto alle opere marittime, Clodia interviene nel campo delle infrastrutture civili, realizzando ponti, viadotti, sottopassi, strutture portanti e fondazioni speciali. Qui il lavoro si misura con carichi importanti, con terreni complessi e con la necessità di garantire stabilità e durabilità nel tempo. Tecniche come il jet grouting, l’impiego di micropali inclinati e verticali, i consolidamenti subacquei e i sistemi di palificazione per grandi carichi fanno parte di un know-how che l’azienda ha sviluppato e affinato in anni di operatività sul campo.
Un ambito trasversale, che attraversa molte delle attività di Clodia, è quello delle opere idrauliche e di protezione ambientale. Dragaggi, regimazione delle acque, arginature, posa di materassi filtranti zavorrati e interventi di difesa dei fondali non sono soltanto operazioni tecniche, ma azioni che incidono direttamente sull’equilibrio degli ecosistemi. In questi contesti, la conoscenza dei processi naturali e la capacità di intervenire senza alterarne la dinamica diventano parte integrante del progetto.
Non meno rilevante è il settore delle manutenzioni speciali, che richiede interventi rapidi, spesso in condizioni di emergenza, su strutture esistenti. Consolidamenti, ripristini e bonifiche in ambienti complessi chiamano in causa una competenza che non si improvvisa, ma si costruisce nel tempo, attraverso una presenza costante nei cantieri e una capacità di lettura delle criticità prima che diventino problemi strutturali.
A tenere insieme questi ambiti non è una dichiarazione di intenti, ma una struttura organizzativa costruita nel tempo, cantiere dopo cantiere. Il lavoro in team non è una formula astratta, ma una pratica quotidiana che si manifesta nella capacità di coordinare professionalità diverse, di gestire passaggi intermedi spesso invisibili e di mantenere continuità anche quando le condizioni operative cambiano. Nei cantieri complessi, soprattutto in quelli marittimi e lagunari, la competenza tecnica deve dialogare costantemente con l’organizzazione, perché ogni ritardo, ogni interferenza, ogni scelta rimandata ha conseguenze che si propagano sull’intero sistema.
La partecipazione al Consorzio Kostruttiva ha rafforzato questa dimensione, inserendo Clodia in una rete capace di affrontare grandi opere pubbliche e di condividere responsabilità, risorse e visione. All’interno di questa struttura consortile, l’azienda ha consolidato un modo di lavorare che non separa la fase progettuale da quella esecutiva, ma le tiene in relazione continua, adattando soluzioni e processi alle condizioni reali del cantiere. È un approccio che richiede disciplina, ma anche la capacità di riconoscere i limiti tecnici e ambientali entro cui è possibile intervenire.
E qui si inserisce la figura di Devis Rizzo, presidente di Clodia Srl, di Kostruttiva e di Legacoop Veneto. Nato nel 1974, Rizzo ha maturato una lunga esperienza all’interno della pubblica amministrazione e del sistema cooperativo, muovendosi in contesti in cui le decisioni non sono mai isolate, ma dipendono da equilibri complessi e responsabilità condivise. La sua presenza emerge con maggiore chiarezza nel passaggio più delicato della storia recente del MOSE.
Nel 2014, mentre lo scandalo delle tangenti blocca il progetto e Venezia continua ad andare sott’acqua, il sistema sembra sul punto di arrestarsi definitivamente. È una fase segnata da polemiche, sfiducia e vuoti decisionali, in cui il rischio più concreto non è soltanto tecnico, ma istituzionale. In quel contesto, Rizzo è tra coloro che scelgono di restare dentro il problema, lavorando per riportare l’opera su un piano di operatività concreta, senza scorciatoie né semplificazioni retoriche. Una scelta che contribuisce a rimettere in moto un processo destinato a portare al completamento del MOSE e alla sua entrata in funzione.
Questa storia, per sua natura poco visibile, è la stessa che Rizzo ha affidato al libro “L’Avana Marghera sola andata”, pubblicato nel dicembre 2024 da Brenta Piave Edizioni. Un racconto che attraversa un decennio segnato da magistratura e politica, commissariamenti, appalti e cooperative, posti di lavoro e fondi da sbloccare. Sullo sfondo, il MOSE e la salvaguardia di Venezia e della Basilica di San Marco, come esito di un lavoro che raramente trova spazio nel racconto pubblico, ma che incide in modo determinante sulla tenuta delle opere e dei territori.
Il sistema MOSE continua oggi a richiedere attività di manutenzione ordinaria e straordinaria, un aspetto spesso meno visibile ma decisivo per il funzionamento dell’opera nel lungo periodo. La sostituzione periodica delle paratoie, la pulizia da sedimenti, il ripristino delle superfici e dei sistemi elettromeccanici sono operazioni che richiedono la stessa attenzione e lo stesso rigore della fase costruttiva. Anche qui, la continuità operativa diventa misura della serietà di un progetto.
Resta, in filigrana, una considerazione che non riguarda solo Clodia ma il senso stesso delle grandi infrastrutture contemporanee. Opere come il MOSE non risolvono definitivamente un problema: costruiscono un tempo di protezione, una soglia entro cui una città e un territorio possono continuare a esistere e adattarsi. L’ingegneria, in questo quadro, non è gesto eroico ma lavoro paziente, fatto di manutenzione, di presenza costante, di scelte che raramente finiscono sotto i riflettori.
Clodia Srl si colloca qui. Non come soggetto che si racconta, ma come struttura che regge nel tempo, che attraversa cantieri complessi e li restituisce funzionanti, inseriti in un sistema più ampio. Una continuità che non chiude il discorso, ma lo lascia aperto, affidato alla durata delle opere e alla responsabilità di chi, ogni giorno, continua a lavorarci sopra.
