L’ABBAGLIO

Per la seconda volta consecutiva, dopo La stranezza, due colossi della produzione made in Italy nonché storici “peggior nemici”, come Rai Cinema e Medusa, uniscono le forze per una giusta causa: contribuire a far nascere (insieme alla Bibi Film di Angelo Barbagallo e Attilio De Razza e alla Tramp Ltd di Nicola Picone) l’opus n° 2 della ventilata, forse soltanto ipotetica, trilogia nata con La stranezza, che vede raccolti tutti insieme appassionatamente il regista Roberto Andò, Toni Servillo e il duo Ficarra e Picone. Identica anche la squadra del comparto di sceneggiatura, che costituisce ormai una garanzia di qualità. Accanto al regista palermitano, si radunano per la seconda volta consecutiva il napoletano Massimo Gaudioso e il fiorentino Ugo Chiti. Senza dimenticare le eccellenze creative di talenti come Maurizio Calvesi alla fotografia, Esmeralda Calabria al montaggio e la premiata ditta Michele Braga ed Emanuele Bossi alle musiche.

Il soggetto nasce dal ricordo di un racconto rimasto a lungo inedito intitolato Il silenzio, scritto nel 1963 da colui che il regista Andò considera il suo mentore, Leonardo Sciascia, che lo esortò ancora giovanissimo a scrivere, introducendolo nel mondo del giornalismo e della letteratura. Vi si narra la vicenda realmente accaduta, ma rimasta a lungo nell’ombra, della tattica decisiva che Garibaldi adottò nel corso della Spedizione dei Mille e che portò alla liberazione della Sicilia dai Borboni, prodromo fondamentale dell’Unità d’Italia. Di fronte alle difficoltà militari incontrate sul campo di battaglia a causa della schiacciante superiorità dell’esercito borbonico, il generalissimo decise di affidare a Vincenzo Giordano Orsini, valoroso colonnello palermitano, il compito di creare un diversivo per distrarre gli avversari e permettere a lui di conquistare Palermo. A capo di un manipolo di soldati malconci e talora improbabili, Orsini riuscì a far credere all’esercito occupante che i garibaldini stessero battendo in ritirata.

Su questo ordito storico Andò e i suoi sceneggiatori inseriscono alcune licenze poetiche e due personaggi di fantasia, che divengono i protagonisti della vicenda: due cialtroni siciliani – Domenico Tricò, un contadino claudicante emigrato al Nord, e Rosario Spitale, un illusionista dalla personalità cangiante – che si infiltrano opportunisticamente nella storica impresa al solo scopo di ritornare a casa. Inutile aggiungere che a dar loro corpo, voce, vis comica e nerbo drammatico sono Salvo Ficarra e Valentino Picone, i quali sono qui chiamati a disimpegnarsi recitando nel loro dialetto naturale: un siciliano musicalissimo che obbliga – per fortuna – al ricorso ai sottotitoli, decisamente indispensabili per i non siculi.

Per chi non sia del tutto sprovvisto di un certo intuito nonché di una minima conoscenza della storia del cinema italiano, sarà dunque stato già automatico inferire che il modello di riferimento cui il film aspira, a prescindere dalla volontà dei suoi autori, è quello de La grande guerra di Mario Monicelli, in cui Sordi e Gassman attraversavano trincee e tragedie della Prima guerra mondiale tra frizzi e lazzi, in quella che può non a torto ritenersi uno dei massimi esempi di Commedia all’italiana. Quel genere anfibio che seppe narrare i chiaroscuri della contemporaneità, utilizzando il registro dell’ironia e soprattutto dell’umorismo; senza disdegnare il ricorso all’indagine del passato più o meno remoto, esattamente come accade ne L’abbaglio, anche grazie a un finale davvero sorprendente. Qui però Roberto Andò, che prima di essere un regista di film talvolta leggeri è un intellettuale capace di spaziare dal teatro alla letteratura, inserisce nella vicenda una interessante eco sulla sua Sicilia che egli stesso nelle note di regia definisce “scenario di un’identità inquieta e sfuggente, bilanciata tra il desiderio di giustizia e la mistificazione”, che funge inoltre da specchio di una nazione fatta di uomini senz’altro appassionati e generosi ma anche al tempo stesso, se necessario, cinici e opportunisti.

Fin qui le buone notizie relativamente a un film che si attesta sui consueti canoni del cinema praticato da Andò il quale – pur svariando attraverso il quanto più ampio spettro dei generi cinematografici dal noir al thriller – predilige per lo più frequentare tutte le sfumature della cosiddetta “dramedy”, mescolando abilmente toni gai ad altri decisamente più cupi; possibilmente svolgendo le sue trame su uno scenario storico, come anche L’abbaglio dimostra paradigmaticamente. E tuttavia, quantunque il congegno spettacolare funzioni piuttosto bene, assecondando anche abbastanza adeguatamente le attese spettacolari di una vicenda siffatta; va aggiunto che a parere di chi scrive le felici congiunture che avevano reso possibile il mirabile gioiello di equilibrio narrativo che è stato La stranezza qui non si manifestano con la medesima efficacia. E non si sa dire se ciò dipende dalla schiacciante gravità narrativa che il racconto della pagina di Storia risorgimentale induce (persino il sommo Rossellini vi inciampò col non memorabile Viva l’Italia); sta di fatto che pur recitato dagli stessi interpreti, L’abbaglio non riesce a raggiungere il magico equilibrio che in quel precedente aveva permesso il racconto dell’incontro tra il Luigi Pirandello che fu di Servillo e la coppia di teatranti dilettanti di Ficarra-Picone. Lo straordinario amalgama che lì aveva trovato un accordo di rara armonia qui dà invece luogo a un doppio registro (enfatico e talora teatrale nella recitazione di Servillo, comico-farsesco in quella di Ficarra-Picone) che stenta a donare alla pellicola la dovuta armonia.

Ciò rilevato, si vuol concludere queste righe soggiungendo che si sospetta che L’abbaglio abbia tutte le carte in regola per incontrare un buon gradimento di pubblico; e che ciò sarebbe anche auspicabile, perché nonostante non riesca sempre a raggiungere la purezza del diapason, il film di Andò e del suo stuolo di magnifici attori (tra cui si deve assolutamente menzionare Tommaso Ragno nel ruolo di Garibaldi, l’intensa Giulia Andò, Leonardo Maltese che è stato Giacomo Leopardi per Sergio Rubini, e la sempre sublime Giulia Lazzarini) prima di essere un film è un’azione civica, che come dovrebbe essere proprio di ogni opera d’arte, ci insegna a vivere meglio intrattenendoci.

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