La rivoluzione “senz’armi”: il Rock ‘n’ Roll

Nel 1954 prorompe sul panorama musicale internazionale il 45 giri, riscuotendo fin da subito un successo delirante da parte del pubblico e vendendo milioni di copie in tutto il mondo; ad aprile dello stesso anno, come una bomba destinata a deflagrare sul mercato discografico, Bill Haley e i suoi Comets pubblicano Rock Around the Clock, il brano che avrebbe reso il cantante di Highland Park il padre di un fenomeno musicale del tutto rivoluzionario, il rock ‘n’ roll. Haley dovrà aspettare un anno per vedere la sua creatura due mesi di fila in vetta alle classifiche americane Billboard Hot 100 e dovrà ringraziare per questo Richard Brooks, colui che scegliendola come colonna sonora del suo “Il seme della violenza” (titolo originale: Blackboard Jungle) ne avrebbe decretato il successo. È quindi negli Stati Uniti più poveri, quelli del sud-est, che mette radici e si alimenta la linfa vitale e sfacciata del rock ‘n’ roll, fatta di note svelte e assillanti in grado di far vacillare anche i cuori più duri mescolate a tinte di blues, gospel e country and western capaci di unire neri e bianchi in un’unica assordante voce.

Gli anni Cinquanta scandiscono l’avvento della “società del benessere” come diretta emanazione del boom economico, il quale vede un consumo sempre più smodato di tecnologie e beni durevoli; accanto alla gioia per un’economia che appare in costante miglioramento e a una guerra che sembra sempre di più un ricordo, i giovani sviluppano in maniera ogni giorno più preminente un bisogno di autonomia e distacco dal mondo dei grandi, ricercando forme di rappresentazione estetica e ideologica del tutto originali: i teddy boys, con le loro giacche dai colori spenti e il broccato come stile di vita, sono la ribelle risposta a questa voglia di novità, così come il jazz, storicamente anticonformista e dissidente, che presto però verrà trascurato perché troppo “âgé”. Serviva qualcosa di nuovo, qualcosa di fresco che potesse raccontare i teenagers e la loro storia e, come avrebbe affermato Elio Venditti, “la loro musica non poteva essere che il rock ‘n’ roll”.

Il rock ‘n’ roll diventa presto il rhythm and blues dei bianchi, magari un po’ meno “blues”, ma comunque erotico, esplosivo, violento, capace di far ballare chiunque lo ascolti a suon di boogie-woogie, sax e pianoforte (poi licenziati in favore di riff impazziti di chitarre elettriche). L’America è in totale delirio: nel 1949 Fats Domino grida al mondo i suoi chili di troppo con la sua “The Fat Man” (“they call, they call me the fat man, because I weigh two hundred pounds”) passata alla storia come il primo album rock; il 1951 è l’anno di Jackie Brenston, che sulla sua sua Oldsmobile, la “Rocket 88”, cavalcherà le onde di un mercato discografico in fermento.

Bisognerà aspettare ancora qualche anno prima che Bill Haley decida di porsi alla guida di una rivoluzione senza armi cadenzata dalle note impertinenti di “Rock Around the Clock” e sebbene gli artisti destinati a diventare eroi delle folle saranno altri, è proprio lui che dobbiamo ringraziare per averci donato il rock ‘n’roll: la sua colpa è solo quella di avere al posto del fascino della rockstar un’“espressione esageratamente giuliva e quel ricciolo alla Macario sulla fronte”, eppure sembra che Haley il mondo lo abbia veramente cambiato, come sostiene anche Frank Zappa: “Ricordo quando andai a vedere Blackboard Jungle.

Quando il titolo sfolgorò là sullo schermo, Bill Haley e i suoi Comets attaccarono “One, two, three o’clock, four o’clock rock…”, era il suono rock più forte che i ragazzi avessero mai sentito a quei tempi […] Non importava se Bill Haley era bianco o sincero…suonava l’inno nazionale dei teen-ager ed era così forte che io saltavo su e giù […]”. Dietro quello sguardo poco sagace allora si nascondeva veramente un genio: non si diventa “l’inno nazionale” di una generazione senza esserlo, d’altronde.

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