La filosofia come forma di comunicazione

Sono grato alla dott.ssa Manuela Pacelli per la preziosa occasione di condivisione umana, oltre che culturale, su una rivista così frequentata e rinomata. Ho conosciuto la dott.ssa il 25 settembre scorso, in occasione del Workshop svoltosi nell’ambito della 25ª edizione del festival di Moda Movie (“La meta è partire. La moda e la riscoperta del viaggio”), organizzato e profondamente desiderato dal Direttore Artistico Sante Orrico. Il festival dei giovani talenti nella Moda, nel Cinema e nelle Arti è, com’è noto per la popolazione cosentina – e non solo -, un momento particolarmente importante sotto il profilo culturale, artistico e sociale. In occasione del Workshop che ho avuto l’onore di moderare la dott.ssa Pacelli ha presentato una relazione dal titolo “Moda e cinema, come sono cambiati nella carta stampata”. Un momento, quello del Workshop, che realizza il punto più teoricamente alto del festival e che si pone come occasione arricchente per chiunque abbia il privilegio di prendervi parte. L’occasione del Workshop è altresì foriera di nuove conoscenze e collaborazioni che insieme sinergicamente ampliano e fortificano la rete culturale la quale vive e si nutre proprio dell’interconnessione dei saperi che, quando s’intersecano e s’intercettano, creano nuovi snodi e prospettive di pensiero e riflessione.

La mia formazione è variegata e strutturata sostanzialmente su due versanti apparentemente incomunicabili. In quanto insegnante specializzato in attività di sostegno didattico (specializzato sull’autismo) ho modo di confrontarmi professionalmente con una varietà umana davvero sbalorditiva. Dai casi limite più gravi (autistici non verbali) ai soggetti più rabbiosamente pericolosi (i cosiddetti soggetti oppositivi e provocatori) fino ad arrivare ai cosiddetti “ studenti buoni”, i BES più affabili che comunque soffrono situazioni di deprivazioni linguistiche, culturali e socio-economiche, oppure che restano schiacciate da dolori familiari (lutti o separazioni e ricostruzioni genitoriali e parentali non volute e desiderate).

L’altra ala della mia formazione è di tipo filosofico. In quanto dottore di ricerca in filosofia (dottorato conseguito a Roma, presso la Pontificia Università Lateranense) e come insegnante di Estetica, Ermeneutica filosofica e Antropologia filosofica sono portato ad oltrepassare lo stringente e spesso asfissiante sistema di classificazione nosografico e le rigide categorie diagnostiche (ADHD, DOP, DOC, ecc.) per giungere, spesso in modo anche extra-istituzionale, al cuore della persona. Molto spesso accade, però, che quel cuore non sia facilmente raggiungibile, posto dietro barriere spesso assai difficili da superare. Capita infatti che problematiche linguistiche, comportamentali e neuropsichiatriche impediscano alla parola di creare quei ponti comunicativi che l’essere umano per essenza è incline ad instaurare fin dai primi istanti di vita (come dimostrano i risultati prodotti nell’ambito di ricerca noto come infant research). Sono proprio queste condizioni limite a spingere gli insegnanti coscienziosi e veramente amanti della propria missione educativa a costruire ponti comunicativi alternativi cercando nuove prospettive per poter giungere al cuore sepolto della persona che ricerca l’aiuto. È questo l’aspetto più antropologicamente rilevante della missione educativa che quasi sempre necessita quell’interconnessione dei saperi (della quale parlavo più sopra) e quindi anche dell’arte, nel senso più vasto del termine. Amo definire come approccio pittorialista alla disabilità l’insieme di tentativi, spesso non previsti dai protocolli ufficiali e standardizzati, che fanno uso dei simboli e delle immagini per favorire forme d’interazione con chi, per deficit strutturali o acquisiti, non può più beneficiare della verbalità come canale comunicativo. In questo senso l’arte, in tutte le sue poliedriche manifestazioni, diventa un terreno fertile per far nascere forme relazionali altrimenti impossibili da realizzazione. L’arte, nella sua dimensione simbolico-pittorialista, può divenire, se ben canalizzata e impiegata nelle diverse condizioni autistiche ad esempio, anche un potente dispositivo in grado di far pensare in concreto concetti altrimenti inintelligibili (a causa della loro astrattezza). Ogni forma d’arte, però, può vantare una sua dimensione antropologicamente rilevante ed essere impiegata come strumento d’elezione nelle relazioni d’aiuto, consentendo ai soggetti in difficoltà di avere potenti dispositivi migliorativi e compensativi di tipo non oralistico e non concettuale. Concludo queste sintetiche e veloci riflessioni con una domanda: quanti talenti sarebbe possibile premiare se puntassimo di più sul connubio tra arte e disabilità?

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