La disabilità nell’arte

Il 3 dicembre è la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità. Un evento importante perché la strada per giungere alla piena integrazione dei portatori di handicap, sia esso di natura fisica o psichica, è ancora molto lunga da percorrere. Ogni disabile si confronta, infatti, con una feroce esclusione sociale ancora oggi.

Si può concettualizzare l’esclusione facendo riferimento al paradigma delle “barriere”: limitano o impediscono l’accesso alla piena partecipazione sociale; fra le principali barriere vi sono, oltre quelle di tipo architettonico, quelle legate alla dinamica del pregiudizio con cui ogni diversità si scontra. Il pregiudizio verso i disabili si alimenta soprattutto di un insieme di stereotipi e credenze negative che spingono a trattare il portatore di handicap come un individuo umanamente incompleto, a metà, inducendo in noi imbarazzo, senso di colpa, pietismo ogni qual volta ci rapportiamo con il disabile. Perché non è all’uomo che abbiamo davanti che parliamo. Ma alla sua malattia. E questa dinamica priva il disabile della possibilità di costruire pienamente la propria identità: perché ognuno di noi si percepisce e si comprende solo raccontandosi all’altro, nello spazio sociale, e vedendo accolto e legittimato il proprio diario interiore. Un racconto subordinato e filtrato attraverso le strette maglie dell’handicap diventa il racconto dell’handicap e il suo protagonista vive nella coincidenza di disabilità ed identità.

Ma c’è un luogo che si sottrae, e si è sottratto nel tempo, ai pregiudizi, agli stereotipi, ai canoni dei “normodotati”, e in cui hanno trovato sempre piena accoglienza ed espressione tutte le diversità psichiche e fisiche: quello dell’arte, in particolare la pittura. Pittori di epoche diverse hanno ritratto nelle proprie tele le deformità del corpo e della mente, non solo altrui, ma anche proprie, mostrando come la disabilità sia solo una delle tante forme, delle molteplici spoglie, con cui l’uomo possa vivere su questo mondo e come sia soltanto nell’occhio di chi guarda quella lente de-formante che non permette di riconoscere in quei soggetti rappresentati uomini, prima che malati. Se ne possono fare molteplici esempi. Robert Fleury dipinse il medico Pinel tra gli alientati di un manicomio nell’atto di toglier loro le catene, catene con cui nell’Ottocento si era soliti legare il collo e i piedi dei pazienti psichiatrici, restituendo così nuova dignità alla malattia mentale. Vincent Van Gogh, il cui genio fu sempre in rapporto alla malattia mentale, durante la sua vita breve e bruciante, coclusasi con il suicidio, espresse nelle proprie tele tutto il flusso interiore che lo attraversava, flusso soffocato trai i normali e che lo portò al manicomio, traducendolo in pennellate fluenti e intense, come quelle della celebre Notte stellata. In una lettera al fratello Theo, scritta nel 1888, definì la pittura il controveleno alla propria follia. Frida Kahlo, rimasta vittima di un terribile incidente che le spezzò in due la colonna vertebrale, per anni fu costretta all’immobilismo e l’arte fu la sola finestra che avesse sul mondo, su cui si affacciò dal suo letto a baldacchino. Un’arte il cui primo soggetto fu proprio il suo corpo. Un corpo deforme e martoriato prima, privato della possibilità di accogliere un figlio dopo. Lontana da tutti i parametri di donna sana e normale, la pittrice è considerata una delle più importanti artiste del Novecento e simbolo dell’emancipazione femminile. Nel 1945, Jean Dubuffet coniò l’esressione “Art Brut”, letteralmente Arte grezza, per indicare tutte le opere prodotte da coloro che vivono ai margini della realtà sociale e operano al di fuori dei canoni estetici ufficiali, in particolare, i pazienti psichiatrici. Visitò molti ospedali psichiatrici in Europa e negli Stati Uniti e mise insieme una collezione che, nel 1976, diventò il nucleo della Collection de l’Art Brut di Losanna: un anti-museo per eccellenza, se per museo si intende quello spazio istituzionale in cui vengono incluse e celebrate tutte quelle rappresentazioni prodotte per e da i normali, ed escluse tutte le altre. Una provocazione per scuotere le coscienze e

un atto rivoluzionario che ha portato alla luce l’immenso valore artistico di lavori i cui autori, fino ad un attimo prima, erano considerati inabili a tutto. Ancora, Henri de Toulouse-Lautrec, pittore francese che dipinse il mondo della notte del quartiere parigino di Montmartre e realizzò celebri manifesti per locali i cui nomi sono entrati prepotentemente nell’immaginario collettivo, come il Moulin Rouge o Le Chat Noir; dipinse anche e soprattutto il proprio corpo deforme, affetto da acondroplasia che determinò il suo nanismo e il mancato sviluppo dei suoi arti, malattia nota proprio come sindrome di Toulouse-Lautrec. Il suo autoritratto è un vero e proprio documento medico, realizzato con spietata lucidità, senza indulgere ad abbellimenti. Ancora un corpo disabile. Ma ancora una mente e un pennello che ne assicurarono la piena inclusione in quella fucina di idee e nuove concezioni artistiche che fu Montmartre, in cui poco dopo si sarebbe installato Picasso, un mondo pienamente all’insegna della creazione umana, sotto qualsiasi forma, sotto qualsiasi spoglia.

L’arte, quindi, può essere uno dei mezzi attraverso i quali abbattere gli stereotipi verso i disabili, poiché essa non si lascia imbrigliare dalle catene del pregiudizio ed accoglie in sè tutto quanto riguarda l’uomo, anche le sue malattie e le sue miserie, trasfigurandolo nel proprio orizzonte. Le opere prodotte da artisti con disabilità o che descrivono la vita dei disabili, il loro isolamento, sono squarci su un mondo di cui talloniamo quotidianamente i confini, voltandoci dall’altra parte, e ci costringono a far un’incursione in quel mondo.

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