La COP 21 e l’Accordo di Parigi: quando si credeva di aver risolto il problema del riscaldamento globale

La COP 21, la ventunesima Conference of Parties, ha avuto luogo nel 2015 a Parigi. La sua notorietà si deve in particolar modo al progetto rivoluzionario di concludere un trattato internazionale sul clima nonché di stabilire a 2°C il limite massimo del riscaldamento globale, considerando che proprio nel corso del 2014 il tasso di anidride carbonica aveva raggiunto i 397, 7 ppm e che, come sottolineato da Emanuela Di Pasqua in un articolo per “Il Corriere della Sera”, le stime prevedevano un aumento ulteriore di due punti ogni anno.

L’Accordo di Parigi non imponeva ai firmatari l’adempimento di particolari obblighi ma si limitava a ricercare la partecipazione più ampia possibile degli Stati, creando un impianto che sarebbe dovuto andare a regime a partire dal 2010, subito dopo la conclusione di quello stabilito dal Protocollo di Kyoto. L’intesa raggiunta nella capitale francese confermava il principio “common but differentiated responsibilities”, in forza del quale i Paesi in via di sviluppo (specialmente Cina e India) avrebbero potuto procedere in maniera graduale alla realizzazione dei propri obiettivi. Due sono in particolar modo gli elementi di differenziazione con il Protocollo di Kyoto:

* Tutti i Paesi più importanti hanno aderito all’accordo; quelli più sviluppati hanno il dovere di sostenere finanziariamente gli Stati più arretrati nel tentativo di diminuire le emissioni;

* Gli obiettivi non sono stabiliti in maniera oggettiva ma dovranno essere concordati e notificati ogni cinque anni dagli Stati su base volontaristica, ampliandone a poco a poco l’entità, nel rispetto del principio di progressività.

Il fatto che l’Accordo di Parigi non ponesse vincoli ai partecipanti inevitabilmente perseguiva l’obiettivo di un coinvolgimento maggiore dei Paesi (dal momento uno dei limiti di Kyoto era stato proprio la membership insufficiente). D’altronde il trattato non mirava alla diminuzione delle emissioni di uno specifico quantitativo (a differenza del Protocollo) bensì a porre un argine al riscaldamento globale: in altre parole, veniva stabilito un obiettivo di massima senza dettagliare le modalità di realizzazione dello stesso. Come risulta evidente, lo scopo principale della COP 21 è stato quello di coinvolgere quanti più Stati possibili nel sostegno alla causa per cui era stata istituita, al prezzo però di una maggiore approssimazione e vaghezza nelle modalità d’esecuzione degli obiettivi e nel sistema di enforcement: di fatto, senza una road map precisa, un onere di del genere rimaneva “lettera morta”. L’aspettativa evidentemente era che una maggiore legittimità (dovuta all’estesa membership) potesse condurre a una maggiore efficacia e cioè che con obiettivi e strumenti poco specifici la diminuzione delle emissioni potesse essere quantitativamente inferiore ma internazionalmente più diffusa. Non a caso l’Accordo di Parigi ha suscitato

fin da subito reazioni contrastanti tra gli ambientalisti: alcuni, come il WWF, Greenpeace e Sierra Club, vi hanno visto una conquista senza precedenti, altri, come Oxfam e Friends of the Earth, lo hanno ritenuto una chiara battuta d’arresto sul fronte della politica ambientale.

La COP 21 ha posto senza dubbio una serie di questioni irrisolte: in primo luogo, a Parigi è stato stabilito un tetto massimo per l’emissione di “gas serra” senza prevedere alcuna soglia per l’estrazione di combustibili fossili; in secondo luogo, non è stata assunta alcuna decisione né fissato alcun limite in materia di deforestazione; inoltre, il sistema “loss and damage”, inserito già nella COP 19 di Varsavia del 2013, continua a non compensare economicamente i Paesi che maggiormente risentono del cambiamento climatico a causa dell’assenza di un meccanismo di enforcement in grado di garantire almeno il rispetto dei diritti umani.; in aggiunta, sebbene venisse prevista una forma di sostegno finanziario da parte degli Stati sviluppati nei confronti di quelli meno avanzati, non era in alcun modo chiarito l’ammontare dell’aiuto, situazione che ha finito per generare ancora più dubbi sulla concreta funzionalità della COP 21.

Per concludere, nonostante la Conferenza di Parigi abbia sancito la nascita di un accordo internazionale di ampia portata sul clima, l’assenza totale di una road map, così come le criticità mostrate in precedenza, ha finito per rallentare ulteriormente la risoluzione del problema del riscaldamento globale: per queste ragioni la COP 22 di Marrakech avrebbe tentato di colmare le lacune, soprattutto di natura operativa, del sistema delineato nella capitale francese.

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