“E ‘l pennel sopra ‘l viso tuttavia mel fa, gocciando, un ricco pavimento”: affrescare una superficie orizzontale a venti metri d’altezza lamentandosene in versi – Michelangelo e la Volta della Sistina

Michelangelo Buonarroti aveva molti talenti. Sapeva scolpire, dipingere, progettare architetture…e perfino scrivere versi.

Nel Rinascimento in effetti la cultura personale di molti era composta da discipline diverse, dalla matematica alla letteratura, dall’astronomia alla retorica. Non sorprende dunque che un uomo dedito alla creazione artistica come Michelangelo si fosse cimentato anche nell’arte della poesia.

In effetti lo troviamo menzionato anche nei manuali di letteratura italiana, come esempio nel capitolo relativo al fenomeno del petrarchismo. Stilisticamente era infatti tra coloro che si rifacevano alle tematiche, alle modalità e alle metriche di Francesco Petrarca, del quale Michelangelo in particolare sceglie di imitare i lati più drammatici ed intensi: passa infatti dal fervore religioso alla paura (o all’invocazione, a seconda dei casi) della morte, dalle tenerezze dell’amore alla descrizione per molti versi grottesca delle proprie condizioni di salute.

Tra il 1508 e il 1512, come sappiamo, Michelangelo è impegnato nella realizzazione della Volta della Cappella Sistina, una delle protagoniste indiscusse di ogni manuale di storia dell’arte e meta agognata dai visitatori dei Musei Vaticani.

In questo periodo Michelangelo, non proprio di ottimo umore, affida la descrizione delle condizioni nelle quali è costretto a lavorare proprio su quei ponteggi sia alle rime che ad uno schizzo a margine della pagina che ce le tramanda.

Dipinge con la testa gettata all’indietro, il braccio costantemente sollevato, il colore che gli cola copiosamente sul viso, la schiena inarcata per non sbilanciarsi, teso e senza poter vedere dove mette i piedi perché coperti dal petto, anch’esso inarcato.

Specifica anche, nell’ultimo verso, che non si trova in una posizione adatta a dipingere e aggiunge di non essere pittore.

Sulle condizioni di lavoro scomode Michelangelo avrà ragione: in effetti uscirà da questa esperienza in Sistina con la vista peggiorata e, comprensibilmente, con una serie di dolorini che lo accompagneranno di lì in avanti.

Quanto al non essere pittore, era ciò che aveva detto anche al papa committente, Giulio II Della Rovere, quando – dopo aver messo in pausa il progetto per la sua tomba, una colossale montagna di statue in marmo che Michelangelo era entusiasta di poter eseguire, perché nel frattempo aveva avviato la costruzione della nuova San Pietro che esigeva attenzioni e soprattutto finanze – gli aveva assegnato la decorazione della Volta della Cappella del Palazzo Apostolico, riuscendo a placare le ire dell’Artista che spazientito dal tergiversare del papa era fuggito a Firenze.

In effetti Michelangelo considerava sé stesso uno scultore, solo occasionalmente si è dedicato alla pittura e, nei dibattiti frequenti al tempo su quale fosse l’arte maggiore tra le due, Michelangelo parteggiava caldamente per la sua, la Scultura, ritenendola superiore alla Pittura che vedeva militare, tra le sue fila, anche Leonardo da Vinci.

Certo è che sentir dire da Michelangelo che non sta facendo un gran lavoro perché la posizione è a dir poco scomoda e perché quello non è propriamente il suo campo e pensare poi che il risultato di questo “stento” sarà uno dei capolavori assoluti dell’arte occidentale, fa sorridere e, forse, alzare affettuosamente gli occhi al cielo.

Di seguito il testo (dalle Rime):

I’ ho già fatto un gozzo in questo stento,

come fa l’acqua a’ gatti in Lombardia,

o ver d’altro paese che si sia,

c’a forza ‘l ventre apicca sotto ‘l mento.

La barba al cielo, e la memoria sento

in sullo scrigno, e ‘l petto fo d’arpia,

e ‘l pennel sopra ‘l viso tuttavia

mel fa, gocciando, un ricco pavimento.

E lombi entrati mi son nella peccia,

e fo del cul per contrapeso groppa,

e ‘ passi senza gli occhi muovo invano.

Dinanzi mi s’allunga la corteccia,

e per piegarsi adietro si ragroppa,

e tendomi com’arco soriano.

Però fallace e strano

surge il iudizio che la mente porta,

ché mal si tra’ per cerbottana torta.

La mia pittura morta

difendi orma’, Giovanni, e ‘l mio onore,

non sendo in loco bon, né io pittore.

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