Francesco De Sanctis e la questione della lingua

Francesco De Sanctis, scrittore, critico letterario, politico e Ministro della Pubblica Istruzione negli anni dell’Unità d’Italia, non poté non avvertire il problema della lingua e il legame tra la lingua e la storia della nazione. G. Nencioni, uno dei maggiori storici della lingua italiana, analizza la posizione del De Sanctis nel volume: La lingua dei <<Malavoglia>> e altri scritti di prosa, poesia e memoria.

De Sanctis analizzò il motivo della fortuna dei Promessi Sposi e si rese conto che il successo era dovuto alla “popolarità” dello stile del testo. Osservando che tale “popolarità” rimaneva solo una vera illusione, egli scrisse:

vogliono contraffare il fanciullo, vogliono scimmieggiare il nostro popolino, pigliando ad imprestito il loro linguaggio, e sto per dire il loro cervello. E chiamano loro precursore Alessandro Manzoni […] credono che quel linguaggio stia da sé faccia da modello, come faceva da modello quel linguaggio solenne e nobile che fu detto classico. Ne’ Promessi Sposi linguaggio e stile non è costruito a priori, secondo modelli o concetti. L’è conseguenza di un dato modo di concepire, di sentire e d’immaginare”.

Tornando allo stile dei Promessi Sposi aggiunse:

Il grosso materiale è qui la lingua parlata e intesa da un capo all’altro d’Italia, intramezzata di lombardismi, toscanismi, che le comunicano la vivacità del dialetto. Scopo della lingua non è l’eleganza […] ma scopo è qui la perfetta similitudine sua con le cose, una espressione di quelle la più precisa e la più immediata, nella quale conformità consiste la sua bontà. […] E perché il popolo concepisce appunto cosi e vede per immagini e in modo vivo e pronto, scegliendo le vie più brevi, tutto ellissi e scorciatoie e troncamenti e abbreviazioni, come si vede ne’ suoi dialetti, si comprende la grande popolarità di questa lingua simile […]”.

De Sanctis non nascose la sua preferenza per l’edizione del 1827 dei Promessi Sposi e ritenne che le correzioni dell’edizione del 1840 non solo non nobilitassero Manzoni a nuovo rappresentante della letteratura italiana, ma che avessero addirittura “guastato la primitiva creazione”.

L’esclusivismo fiorentino manzoniano e il suo confluire della lingua letteraria e delle lingua nazionale comune sulla parlata di Firenze, se si trovavano nei confronti della tradizione italiana in posizione rivoluzionaria, rimanevano comunque lontani dal convergere con l’ideale di cultura e di lingua che De Sanctis aveva ben ponderato negli anni del suo soggiorno fiorentino.

De Sanctis fu sempre attento alla questione della lingua e la sua crescente simpatia per le diverse tipologie dialettali ebbe grande importanza. Egli affermava: << il dialetto è destinato a divenire il nuovo semenzaio delle lingue letterarie; vi sarà come un ritorno alle fresche sorgenti>>.

Si rese conto ed enunciò la soluzione in atto della questione della lingua mediante la libera interazione tra lingua nazionale e dialetto.

Paradossalmente la concezione linguistica dell’ultimo De Sanctis è più affine a Manzoni, in quanto sia l’uno che l’altro miravano a rendere meno retorico lo stile e a rendere la lingua quanto più naturale possibile. Entrambi ritenevano necessario il ricorso al dialetto, ma De Sanctis respingeva il ricorso al fiorentino, almeno in maniera definitiva e totalitaria come lo aveva proposto Manzoni.

Imporre un solo dialetto a tutti gli italiani era proprio l’operazione contraria a quella che si proponeva De Sanctis con l’apertura verso il dialetto; quindi manzoniano nel fine ma non nel mezzo e in questo sembra coincidere col Verga, che nella sua prosa utilizzò elementi siciliani e fiorentini, rifiutando il sicilianismo o il fiorentinismo esclusivo.

A questo proposito, lo studioso Attilio Marinari ha messo in parallelo Verga e De Sanctis come innovatori del linguaggio, l’uno narrativo e l’altro saggistico, affermando che << essi hanno indicato una linea irreversibile a tutta la prosa italiana>>.

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