Nella quinta giornata del Decameron, dedicata alle novelle amorose con lieto fine, Giovanni Boccaccio racconta la storia di Federigo degli Alberighi. Egli è un nobile caduto in disgrazia che, pur di onorare la donna amata che sarebbe venuta a pranzo, sacrifica l’ultimo bene che gli resta, il suo falcone, cui era immensamente affezionato. In questo gesto non c’è nulla di scontato o naturale: sulla scelta del protagonista gravano sentimento e ragione, il dissidio è quasi insanabile. Federigo, tuttavia, solo dopo aver rinunciato al suo ultimo viene a conoscenza del vero motivo per il quale la donna gli aveva chiesto l’incontro: il figlio di Monna Giovanna è malato, e poiché sua madre spera di allietarlo nella speranza che possa guarire, la donna prende coraggio e chiede a Federigo proprio quel falcone che il piccolo tanto desiderava. Ma il falcone non c’era già più, era stato sacrificato a un dio più grande: l’amore che, devoto, non conosce misura.
La novella si muove in una dimensione alta, limpida, ricca di ideali edificanti, venerazione e celebrazione. Eppure, sotto questa coltre apollinea, pulsa un meccanismo simbolico profondamente carnevalesco. Il sacrificio dell’oggetto amato, il falcone, costituisce infatti una forma di puro rovesciamento: ciò che è più prezioso viene consumato, in un gesto che destabilizza l’ordine ma proprio per questo lo rinnova consentendo il lieto fine. Federigo verrà ricompensato per la propria nobiltà d’animo e per la purezza dei suoi sentimenti con l’amore di Monna Giovanna. Ma si tratta davvero di meccanismi a noi estranei?
Nel 2014 un giovane duo toscano si presenta ai provini di X Factor con un inedito irriverentemente intitolato “Vacca boia”. Il pezzo narra di un amore grottesco e carnascialesco -quello di un uomo per la sua mucca-, che si conclude con il sacrificio dell’amata nel momento in cui la famiglia viene a conoscerla. È qui che il dialogo tra queste due narrazioni così distanti, certamente inatteso, si rivela fertile nel segno della vivace oralità folkloristica che ricorda, attraverso iperboli e irriverenze, le feste di paese e i relativi eccessi, le risa collettive che ancora oggi si associano al Carnevale.
Nella cultura medievale, questa ricorrenza costituiva un vero e proprio spazio rituale in cui l’ordine veniva temporaneamente capovolto per essere poi ristabilito; in queste opere si consuma ciò che è proibito: il gesto paradossale della canzone e della novella — cucinare ciò che più si ama — si inscrive proprio in questa logica. Federigo sacrifica il falcone in una dimensione nobile e idealizzata, mentre l’amante di Vacca boia sacrifica la mucca in chiave farsesca, eppure entrambi compiono un atto che ha la grandiosità del rito: distruggere ciò che si ama vuol dire onorare un sentimento più grande. Il carnascialesco diviene, pertanto, ponte tra i due testi: non è soltanto differenza di tono, ma dispositivo antropologico che si rinnova di secolo in secolo per trasformare una perdita in significato. Ciò che si ama viene immolato per eccesso d’amore, al fine di celebrare definitivamente il sentimento e renderlo eterno; è un amore che nel suo punto più alto si fa consumo, in una luce dionisiaca che ricompone un equilibrio apparentemente irraggiungibile.