Dino Maccini nasce a Piacenza il 5 luglio 1963. Il mosaico, però, non entra nella sua vita all’inizio, né arriva attraverso una formazione già prevista. Arriva più tardi, quando l’età adulta di solito porta a difendere ciò che si è costruito, non a cambiare strada. Per lui accade il contrario: un viaggio, una visita, poi quella sensazione difficile da ignorare davanti a una materia antica che, all’improvviso, sembra parlare al presente.
«Ho scoperto il mosaico all’età di quarant’anni, durante un viaggio a Istanbul. Mi trovavo nella basilica di Santa Sofia e, vedendo quei mosaici, mi sono appassionato. Poi ho saputo che a Ravenna c’erano alcuni dei mosaici più famosi al mondo e io, fino a quel momento, non ero mai stato a Ravenna».
Da Istanbul a Ravenna il passo è breve, almeno nella sua testa. Rientrato in Italia, Maccini va a vedere da vicino quella città di cui aveva appena scoperto il peso nella storia del mosaico. Visita i monumenti, ma soprattutto entra nei laboratori. È lì che qualcosa si chiarisce. Non davanti a un’opera finita e distante, ma a contatto con il lavoro, con i materiali, con i colori, con le mani di chi taglia, accosta, compone. «Guardando i colori, i materiali, il modo in cui prendevano forma le opere, mi veniva la pelle d’oca», racconta.
A quel punto la curiosità non basta più. Frequenta un corso in un laboratorio ravennate e, tornato a casa, capisce che il mosaico non può rimanere una parentesi nata durante un viaggio. Deve provarci davvero. Deve capire se quella folgorazione regge anche nella fatica quotidiana, nella lentezza dell’apprendimento, nella ripetizione dei gesti.
«Una volta rientrato, ho capito che era quella la strada che volevo seguire. A quel punto ho lasciato l’azienda in cui lavoravo, non senza difficoltà, e ho iniziato a fare mosaico per conto mio. Ho aperto uno spazio, che è diventato il mio laboratorio, e da lì sono partiti due anni di ricerca intensa: una ricerca sul mosaico, ma anche una ricerca interiore».
Detta così sembra una svolta netta. Nella realtà, un cambio del genere non ha nulla di romantico. Lasciare un lavoro a quarant’anni significa fare i conti con timori molto concreti, con l’incertezza economica, con il giudizio degli altri e anche con il proprio. Maccini entra nel mosaico da adulto, quindi senza l’ingenuità di chi pensa che basti una passione per far nascere un mestiere. Si prende il tempo di studiare, sbagliare, provare. Per due anni lavora soprattutto per trovare un modo suo: rispettare una tecnica antichissima, ma senza restarne prigioniero.
Nel laboratorio di Corso Vittorio Emanuele II, 271, nel centro di Piacenza, questa direzione si vede subito. Maccini lavora con marmo, vetro, smalto, pasta vitrea. Accanto a questi materiali inserisce anche legno e metallo, cercando ogni volta una risposta diversa dalla superficie. Alcune opere si possono vedere direttamente in atelier, dove il mosaico si racconta anche attraverso strumenti, prove, passaggi di lavorazione. La tessera, nel suo caso, non resta un semplice frammento da ordinare. Diventa rilievo, ombra, taglio di luce, materia che può sollevarsi dal piano e acquistare corpo.
Quando gli si chiede quale complimento riceva più spesso, la risposta va proprio in questa direzione: «Mi riconoscono di essere riuscito a uscire dal mosaico classico e a reinventarlo in chiave contemporanea. Un altro aspetto che viene notato spesso è la tridimensionalità dei lavori. Anche se il mosaico è, per sua natura, statico e spesso viene percepito come un materiale pesante, nelle mie opere riesce a dare un senso di leggerezza».
Quella leggerezza non cancella il peso dei materiali. Lo lavora, lo sposta, lo mette in movimento. Nelle opere contemporanee e nelle sculture di Maccini il mosaico non sta fermo come ci si aspetterebbe: si piega, si increspa, crea pieni e vuoti, fa cambiare la luce a seconda del punto da cui lo si guarda. Titoli come L’Assenza, Una forma del vuoto, Riflessi Crepuscolari, Ascensione, Il Sogno Svelato, Vento Caldo, Nulla È Come Appare, Fusion in Blue, Verità Fluenti o La Danza del Fuoco suggeriscono una ricerca che non si limita alla forma, ma prova a dare corpo a stati interiori, passaggi emotivi, zone sospese tra presenza e sparizione.
C’è poi il lavoro figurativo, dove il mosaico si misura con volti, corpi, posture, immagini riconoscibili. Qui la difficoltà è diversa: non basta comporre una figura, bisogna darle respiro. Nei ritratti e nelle opere figurative la luce diventa un modo per far emergere una presenza, una pausa, un’intenzione. Opere come Dreaming The Moon, Iris, La Stanza Accanto, Ti Porto Via, Un Bacio per Posta o il ritratto dedicato a Charlize Theron mostrano questa parte del suo lavoro, più legata all’immagine e alla sua tenuta emotiva.
Il mosaico di Maccini, però, non vive soltanto dentro il quadro. Può entrare in una stanza, salire su una parete, occupare un soffitto, diventare parte di un arredo o di un ambiente. Il suo atelier realizza mosaici ambientati, sculture, elementi di design, inserti decorativi, pareti e soffitti. Lavora anche su commissione, confrontandosi con clienti, artisti e architetti, scegliendo tecniche e materiali in base al luogo e al risultato da ottenere. In questa produzione trovano spazio anche le riproduzioni, che riportano il mosaico a dialogare con la grande storia dell’arte, come accade con la Primavera e la Nascita di Venere di Botticelli.
Un capitolo a parte riguarda l’arte religiosa. Negli anni Maccini ha realizzato opere classiche e moderne per luoghi di culto e committenze private, sempre tenendo conto dello spazio a cui l’opera era destinata. Nel suo repertorio compaiono la Crocifissione per la Chiesa di San Nicolò a Trebbia, San Nicolò, opere per la Chiesa del Montale a Piacenza, Gesù Misericordioso, Maria Tenerezza, la Resurrezione, la Croce, il Santuario Madonna delle Grazie a Rivergaro e alcune riletture di immagini iconiche, dalla Pietà al Tondo Doni di Michelangelo. È un terreno delicato, perché il soggetto chiede rispetto e misura. Maccini lo affronta senza rinunciare alla propria mano, ma senza forzare il tema dentro un esercizio di stile.
Tra i motivi che ritornano spesso nel suo lavoro ci sono gli astri. Stelle, galassie, superfici cosmiche gli permettono di ragionare sulla profondità, sulla distanza, sulla luce che appare e scompare. «Una parte importante del mio lavoro nasce dall’interesse per gli astri, le stelle, le galassie. Ho realizzato diverse opere ispirate proprio a quel mondo», spiega.
In opere come Galassia, pensata per il montaggio a soffitto, questo interesse diventa anche un modo diverso di occupare lo spazio. Il mosaico non è più davanti allo sguardo, ma sopra. Chi lo osserva deve cambiare posizione, alzare la testa, seguirne il movimento. È una scelta che dice molto della sua idea di mosaico: non una superficie immobile da guardare frontalmente, ma una presenza che può modificare il rapporto con l’ambiente.
Negli anni questa impostazione ha portato Maccini in molte mostre e rassegne, in Italia e all’estero. Il percorso espositivo parte almeno dal 2005, con la Galleria La Spadarina di Piacenza, e prosegue tra Palazzo Farnese a Piacenza, Milano, Roma, Firenze, Pavia, Parma, Albisola Marina, Napoli, Sorrento, Ascoli Piceno, Aquileia, Clauiano e Gradisca d’Isonzo. A queste tappe si aggiungono esperienze internazionali a New York, Londra, Vienna, Chartres, Auray, Paray-le-Monial, Châlons-en-Champagne e in altre località francesi.
Nel 2011 partecipa a Italian Artists in New York alla La MaMa Gallery. Nel 2013 espone a Londra con Made by Italians alla Le Dame London Gallery e prende parte alla Parallax International Art Fair. Nel 2014 è presente alla rassegna Tesserae e alla mostra internazionale Contemporary Mosaic a Vienna. Negli anni successivi torna più volte a Musiwa International Art and Contemporary Mosaic a Firenze e partecipa ai progetti legati al Metaformismo, in sedi come il Chiostro del Bramante, Palazzo della Cancelleria Apostolica Vaticana, il Galata Museo del Mare, Palazzo Ducale di Sabbioneta, Casa Museo Ivan Bruschi ad Arezzo e Palazzo della Gran Guardia a Verona.
Tra le tappe recenti ci sono anche Vibrato, tour francese del 2023 tra Saint-Nicolas e Paray-le-Monial, Verso il Vuoto, ospitata nel 2024 alla Civica Biblioteca “Pietro Bazzini” di Stradella e presentata da Sergio Siraj Signorini, e Storie di luce, tra nuvole e schegge, mostra del 2025 alla Galleria Biffi Arte di Piacenza insieme alla pittrice Donatella Sommariva, curata da Susanna Gualazzini. Sono esperienze diverse, ma non isolate: tornano il vuoto, la materia, la sospensione, il confronto con altri linguaggi e con una luce che resta uno dei fili più riconoscibili del suo lavoro.
Accanto alla produzione artistica, Maccini ha costruito negli anni anche un’importante attività didattica. Tiene corsi e workshop di mosaico di diverso livello, individuali e di gruppo, in Italia e all’estero. L’allievo viene accompagnato dall’idea iniziale fino alla realizzazione dell’opera: scelta del soggetto, disegni preparatori, taglio dei materiali lapidei e degli smalti con martellina, tagliolo e tenaglie, posa e composizione finale. Nei corsi si affrontano il metodo diretto su calce provvisoria, il metodo diretto su supporto definitivo e il metodo indiretto, passando dal mosaico antico romano e bizantino al mosaico moderno. Il corso base è un percorso intensivo di quaranta ore, distribuite dal lunedì al venerdì, con la possibilità per ciascun corsista di lavorare anche su una propria progettazione.
Nell’intervista, parlando dei corsi, Maccini cita Stati Uniti, Brasile, Argentina, Londra, Belgio, Turchia, Israele. A chiamarlo sono scuole d’arte, giovani artisti, laboratori privati. Nel 2021 risultano workshop in Israele presso lo Studio Tsufia Peled a Moshav Ometz, lo Studio Orit Ram al Kibbutz Naan e lo Studio Shirley Shabiro a Rishon Letzion. Più di recente il suo nome è legato anche alla masterclass di mosaico moderno alla London School of Mosaic, un corso intensivo di tre giorni dedicato alla creazione di superfici tridimensionali ondulate e andato rapidamente sold out.
Chi racconta i suoi corsi insiste spesso sulla disponibilità e sulla precisione con cui segue gli allievi. Del resto, insegnare mosaico non significa soltanto spiegare una tecnica. Significa portare chi arriva in laboratorio a misurarsi con tempi diversi, con la pazienza del taglio, con l’errore, con il modo in cui un colore cambia quando viene accostato a un altro. È una scuola di sguardo prima ancora che di mano.
Nel laboratorio oggi lavora anche il figlio Daniele Maccini, quarantadue anni, accanto al padre da circa quindici. Questa presenza aggiunge un tratto familiare a una storia nata da una scelta molto personale. Il mosaico, per Maccini, è stato prima una rottura con il lavoro precedente, poi un mestiere costruito pezzo dopo pezzo. Oggi è anche uno spazio condiviso, una bottega contemporanea in cui il fare quotidiano conta quanto l’opera finita.
Quando gli si domanda dove si immagini fra dieci anni, Dino Maccini risponde con una battuta asciutta: «In pensione». Poi, riportato sul terreno dei desideri professionali, lascia emergere un pensiero più preciso: «Mi piacerebbe realizzare un’opera pubblica per la mia città, qualcosa che resti».
La città è Piacenza, il luogo da cui è partito e in cui ha dato forma alla sua seconda vita professionale. Dopo Istanbul, Ravenna, le mostre, i corsi, le opere per spazi privati, pubblici e religiosi, il desiderio guarda di nuovo vicino. Non un’altra tappa da aggiungere all’elenco, ma un segno stabile, aperto, attraversato dallo sguardo di chi passa.
Forse è questo il punto più semplice e più concreto del suo percorso: fare un’opera che non appartenga soltanto a chi la commissiona o a chi la conserva, ma a una città. Un mosaico pubblico, dentro Piacenza, capace di restare nel tempo e di cambiare ogni giorno con la luce.
