Il padre Vincenzo era un agricoltore, la madre Ottavia aveva il carattere concreto di chi conosce il valore delle cose semplici. Nel racconto di Lidia Antonacci, lui è diventato l’albero e lei la terra: due immagini che spiegano il nome scelto per l’azienda e, insieme, il legame profondo con la sua storia familiare. Nata a Lucera e cresciuta a San Severo, Lidia ha conosciuto la campagna fin da bambina, molto prima che diventasse il centro della sua vita professionale. Gli studi universitari le hanno permesso di costruire il proprio percorso, ma quella terra è rimasta una presenza costante, fino alla decisione di raccogliere l’eredità paterna e darle una forma nuova.
Mio Padre è un Albero nasce così: da una memoria personale che incontra una storia agricola più che centenaria. Prima di lei e di suo padre, infatti, ci fu Vincenza Antonacci, la bisnonna che riuscì a farsi riconoscere proprietaria esclusiva dell’oliveto di Sant’Andrea, nell’agro di San Severo. La vicenda dell’Azienda Agricola Antonacci comincia dunque da una donna e continua attraverso generazioni che hanno lavorato la stessa campagna, imparandone i tempi. Per molto tempo la tenuta è stata identificata soprattutto dai suoi settecento ulivi, presenze secolari alle quali si sono aggiunti nuovi alberi. Intorno rimangono le tracce di un’antica masseria fortificata della Daunia.
Quando nel 2011 ha dato vita al proprio progetto imprenditoriale, ha scelto di partire da questa eredità senza lasciarla ferma nel passato. Ha mantenuto gli insegnamenti ricevuti dal padre e li ha accompagnati con una visione attuale, fondata sulla qualità, sulla riconoscibilità delle materie prime e sul controllo della filiera. Il nome restituisce bene questo equilibrio. L’albero richiama Vincenzo, la continuità e il senso di protezione; la terra rimanda a Ottavia e alla concretezza domestica che torna nella cura della dispensa. Tra i due si colloca la figlia, con le radici dell’infanzia e i rami di un presente costruito giorno dopo giorno. Un’immagine poetica dalla sostanza molto concreta: ulivi, grano duro, lavoro quotidiano e la responsabilità di far crescere ciò che si è ricevuto.
L’olio extravergine d’oliva occupa un posto centrale in questa storia. È il prodotto che ha incuriosito Lidia fin da piccola, quando seguiva il lavoro degli adulti e imparava a riconoscere il profumo delle olive appena frante. Con il tempo quel ricordo è diventato competenza e l’olio ha preso il posto principale nella sua attività di imprenditrice agricola. La cultivar più rappresentativa dell’oliveto è la Peranzana, varietà di origine francese che da secoli ha trovato nell’Alto Tavoliere pugliese il proprio ambiente ideale. Diffusa soprattutto nella parte settentrionale della provincia di Foggia, è ormai uno dei segni più riconoscibili della cultura olivicola di quest’area.
Dalle sole olive di questa varietà nasce il monovarietale che porta lo stesso nome dell’azienda. Ha un fruttato medio erbaceo, con sentori che richiamano il carciofo, la foglia di pomodoro e la mandorla; all’assaggio, amaro e piccante trovano un equilibrio che lascia emergere il carattere della Peranzana. È un olio capace di raccontare il territorio senza bisogno di sovrastrutture e rappresenta il risultato più maturo del lavoro svolto in campo. I riconoscimenti ricevuti negli anni ne confermano la costanza qualitativa: per quattro volte ha ottenuto le Tre Foglie del Gambero Rosso e nel 2021 è arrivato anche il riconoscimento del Leone d’Oro. Nel 2026 la Peranzana dell’azienda ha conquistato il Leone Monovarietale Italia, un risultato che la colloca tra le migliori espressioni italiane della sua categoria e dà nuovo valore a un percorso cominciato molto tempo prima.
Nell’oliveto crescono anche la Marinese di Capitanata e la Rotondella, varietà essenziali per favorire l’impollinazione della Peranzana. La linea “Le Impollinatrici” valorizza proprio il loro ruolo. Il monovarietale di Marinese di Capitanata presenta richiami alla mandorla fresca e al carciofo, con note amare e piccanti misurate; quello di Rotondella ha un fruttato più intenso, nel quale ritornano carciofo, mandorla e un leggero sentore di pomodoro. Anche gli alberi che sostengono la cultivar principale acquistano così una propria identità. Completa la proposta “L’ho scelto per te”, un blend selezionato da Lidia e capace di assumere sfumature differenti secondo gli oli impiegati e l’annata.
La filiera corta, per lei, comincia dalla conoscenza diretta di ciò che cresce e continua nella scelta delle persone alle quali affidarne la trasformazione. Olive e grano provengono dai terreni aziendali; le lavorazioni successive coinvolgono artigiani in grado di rispettare la materia prima e l’identità che porta con sé. È una scelta produttiva, ma anche un modo per mantenere un rapporto chiaro tra il campo e il prodotto finito. Seguire ogni passaggio permette a Lidia di intervenire sui dettagli, migliorare di anno in anno e offrire alimenti dei quali conosce davvero origine e percorso.
Accanto agli ulivi, il grano duro costituisce l’altra anima della campagna. Dopo la raccolta e un breve riposo, una parte viene macinata in un mulino artigianale per ottenere la semola rimacinata. Da questa nasce una pasta trafilata al bronzo ed essiccata lentamente, lavorazioni che le conferiscono ruvidità e consistenza, preservando il profumo del cereale. Perciatelli, scialatielli e spaghetti si affiancano a maccheroncini, schiaffoni, fusilloni e calamarata: formati diversi accomunati dal grano coltivato nei terreni aziendali.
Olio e semola sono anche le basi della “Dispensa di Lidia”, nata da un insegnamento di Ottavia. Sua madre le ricordava che chi possiede un pezzo di terra avrà sempre delle provviste e qualcosa da portare in tavola. Lidia ha trasformato quella sapienza familiare in un progetto capace di seguire le stagioni e utilizzare con attenzione ciò che la campagna offre. La dispensa comprende così la pasta, la semola, i sottoli e i paté della linea “Le conserva”, preparati a partire da ortaggi rappresentativi della tradizione della Capitanata.
Lampascioni, carciofi, pomodori secchi e melanzane vengono lavorati da un artigiano conserviere e accompagnati dall’extravergine aziendale, che partecipa realmente alla costruzione del gusto. Gli stessi ortaggi diventano creme spalmabili arricchite da spezie mediterranee. Più che allungare un catalogo, queste preparazioni consentono di dare continuità al raccolto e portare in tavola sapori che appartengono alla cucina familiare pugliese. Ogni prodotto rimane così collegato agli altri: l’olio nato dagli ulivi entra nelle conserve, il grano diventa semola e pasta, mentre le ricette della tradizione suggeriscono come valorizzare gli ortaggi. La dispensa racconta l’azienda con semplicità, senza perdere il legame con la sua origine agricola.
Negli ultimi anni questa storia ha trovato una nuova forma anche nell’oleoturismo. La campagna si apre a chi desidera conoscere da vicino l’extravergine, partecipare a degustazioni e capire quanto lavoro preceda l’arrivo di una bottiglia sulla tavola. Visite ed esperienze su prenotazione permettono di incontrare direttamente la produttrice, osservare i luoghi nei quali tutto nasce e avvicinarsi alla cultura dell’olio attraverso il racconto e l’assaggio. La conoscenza passa così dai sensi: profumi, sapori e caratteristiche delle diverse cultivar diventano più comprensibili quando vengono ricondotti agli alberi e al paesaggio che li ha generati.
Attorno a questa apertura è cresciuta l’idea de “La mia casa è un campo”, espressione con cui Lidia racconta una campagna vissuta anche come spazio di accoglienza. Eventi tra gli ulivi, appuntamenti legati alle coltivazioni, esperienze nel campo di lavanda e serate dedicate al cibo, alla natura e all’osservazione del cielo compongono un programma che avvicina pubblici diversi al mondo agricolo. È quella che lei definisce “agricoltura delle relazioni”: il campo resta un luogo produttivo e diventa, allo stesso tempo, uno spazio nel quale incontrarsi, ascoltare storie e riscoprire un rapporto più diretto con i ritmi della terra. L’oleoturismo completa così il lavoro aziendale, perché consente di condividere la cultura che accompagna l’olio e di far comprendere il valore delle scelte compiute durante tutto l’anno.
Anche l’immagine del marchio segue la stessa volontà di raccontare. Il packaging dell’olio mette in relazione l’albero e la figura femminile, traducendo in segni grafici l’incontro tra memoria e presente. Nel 2019 il progetto ha ricevuto una menzione d’onore al concorso internazionale “Le Forme dell’Olio”. La confezione in cartone alveolare è stata pensata per avere una seconda vita come contenitore. La comunicazione prosegue nella “Casa sull’albero”, il blog aziendale in cui Lidia ha raccolto riflessioni, ricette e frammenti della vita nei campi, compresi l’attesa, gli imprevisti e le stagioni sempre diverse.
Oggi Mio Padre è un Albero è il risultato di molte vite tenute insieme dalla stessa terra. C’è Vincenza, che rivendicò il proprio oliveto; ci sono Vincenzo e Ottavia, diventati nel racconto della figlia l’albero e la terra; c’è Lidia, che ha trasformato quei ricordi in un’impresa riconoscibile, capace di produrre qualità e di aprirsi all’accoglienza. I premi ottenuti dalla Peranzana raccontano l’eccellenza dell’olio, mentre la pasta, le conserve e le esperienze in campo mostrano l’ampiezza di un progetto cresciuto senza perdere il proprio centro.
Un pezzo di terra può essere un’eredità, una responsabilità e un’occasione professionale. Lidia Antonacci lo ha reso anche un luogo di incontro e il racconto concreto di un’appartenenza. Le radici rimangono quelle della sua famiglia; i rami continuano a crescere attraverso nuovi alberi, nuovi prodotti e persone che arrivano in azienda per conoscere da vicino il mondo dell’olio. È così che un albero riesce davvero a durare una vita e, attraverso chi se ne prende cura, anche molto di più.
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