“I COLORI DELL’ANTICO. MARMI SANTARELLI AI MUSEI CAPITOLINI”. LA COLLEZIONE DELLA FONDAZIONE SANTARELLI IN ESPOSIZIONE A ROMA.

L’esposizione: “I Colori dell’Antico. Marmi Santarelli ai Musei Capitolini”, presenta una vastissima quantità di pietre importate a Roma, un’opportunità irripetibile per riattraversare mediante forme, colori e fantasie, la storia millenaria della città eterna sotto il profilo artistico ma anche socioculturale, politico ed economico.

Nei Musei Capitolini, infatti, in due sale di Palazzo Clementino, è mostrata dal 13 al 30 aprile 2022 una ricca e insigne selezione di oltre 660 marmi policromi di età imperiale provenienti dalla collezione capitolina e dalla Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli. In virtù di un comodato gratuito decennale, la loro rilevante collezione determinata da sculture, marmi colorati, frammenti architettonici, dipinti su pietra e glittica, abbracciano 5 millenni di storia con la città di Roma e non solo. Essi costituiscono sicuramente la più grande collezione privata di marmi policromi al mondo, grazie al conseguimento nel tempo di pezzi dalle collezioni di Federico Zeri, di Raniero Gnoli, di Franco Di Castro, di Enrico Fiorentini e da prestigiose aste internazionali. La Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli è una non profit, che ha come scopo basilare la promozione e la divulgazione della storia della Capitale mediante l’interpretazione dei marmi e delle pietre colorate. L’importante famiglia, per un lungo periodo ha radunato marmi e pietre appunto fra aste e contatti attraverso ulteriori collezionisti, realizzando una raccolta di raccolte tramite uno spirito di appartenenza alla città di Roma, anche per ridare ad essa opere che negli anni per molteplici motivi sono state portate via.

Considerando che dall’età repubblicana la storia della Capitale italiana è basata sul marmo, è stato reputato necessario dalla Fondazione Santarelli che un ambito museale autorevole come i Musei Capitolini potesse ospitare una mostra su questo tema, in maniera di descrivere il legame fra Roma e il marmo, concepito non soltanto come materia ma anche come idioma di potere e componente che caratterizza le architetture di epoca imperiale.

La rassegna è promossa da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e dalla Fondazione Santarelli, è curata da Vittoria Bonifati e Andrea G. De Marchi, e il progetto di allestimento Cookies è di Alice Grègoire, Clèment Pèrissè e Federico Martelli. I servizi museali sono di Zètema Progetto Cultura e il catalogo è edito da Treccani.

L’allestimento si articola in due sale.

Nella prima sono presenti 82 frammenti policromi della Fondazione Santarelli, e per assicurare una migliore comprensibilità al pubblico, le quattro pareti sono state organizzate secondo i quattro punti cardinali per mostrare la precisa provenienza dei marmi, di differente taglio, peso e colore, sistemati su griglie metalliche e derivanti per lo più da Paesi del Sud Est come Grecia, Turchia, Algeria ed Egitto.

La seconda sala, espone due coppie di campionari, una del primo Ottocento con 442 pezzi, sempre della Fondazione, l’altra pertinente alla collezione capitolina, cominciata nella seconda metà dell’Ottocento dalla Famiglia Gui e composta da 288 formelle. Nella stessa sala vi è anche una testa di Dioniso, montata su busto non pertinente femminile, formata da otto tipologie marmoree diverse e una selezione di strumenti per la lavorazione del marmo provenienti dalla bottega Fiorentini.

In loop è proiettato uno straordinario documentario di Adriano Aymonino e di Silvia Davoli che guida i visitatori fra le bellezze marmoree romane riferite alla politica espansionistica di Roma.

Poiché le vaste strade dell’impero iniziano dal centro della città antica, la disposizione dei marmi si identifica con le cardinali da cui arrivarono nella Capitale, come già citato,e da ciò ne deriva la spiegazione delle civiltà più esperte nella lavorazione del marmo nel periodo della conquista romana. Una attenta e precisa carta geografica coadiuva il pubblico ad orientarsi tra le importazioni imperiali: il granito rosso da Assuan in Egitto, l’alabastro fiorito da Hierapolis in Turchia, il giallo antico da Chemtou in Tunisia, la Breccia di Settebasi dall’isola di Skyros in Grecia, il porfido nero e l’alabastro cotognino dall’Egitto, l’alabastro marino dall’Algeria ecc..

L’uso di determinati marmi colorati viene dal periodo neolitico e dalla tarda età del bronzo, come il duro serpentino verde.

Nell’antico Egitto, i faraoni utilizzarono differenti qualità e la loro ultima dinastia, i Tolomei, estese l’assortimento con porfidi e alabastri, in seguito apprezzati a Roma.

La diffusione di alcuni marmi colorati viene dall’età repubblicana, come il giallo antico e il pavonazzetto, bensì la loro distribuzione è collegata all’imperatore Augusto. La più grande gamma di marmi colorati deriva dai Flavi. Tante cave divennero imperiali con gli Antonini, che accrebbero quelle extra italiche. Le tinte erano ravvivate da levigature, grassi o cere ed erano messe in relazione con dipinti e decorazioni, quasi tutti purtroppo persi.

Il graduale disfacimento militare, politico, amministrativo ed economico occidentale, riferito all’Alto Medioevo, vide cessare l’attività della maggior parte delle cave e più tardi la grande propensione al riuso di materiali antichi. Vi fu la creazione di un’arte innovativa che adoperò in forma originale i marmi colorati, si ebbero i pavimenti con lastre reimpiegate intere o sminuzzate, con la realizzazione di motivi geometrici.

Nel Rinascimento , invece, le colorate tinte della città eterna furono rappresentate in modo sbiadito o reinventato. A metà Cinquecento, a Firenze, si diffuse la tarsia marmorea, che pare riferirsi allo stile del Bronzino. Si ebbero all’epoca, anche i dipinti su ardesia e poi su ulteriori qualità lapidee.

I vivaci colori di Roma crearono velocemente uno stereotipo: sarebbero infatti risultati eccessivi, lontani dall’equilibrio e dalla semplicità greca. Questa è un’idea presente nella storia dell’arte, nelle critiche sul Manierismo e sul Barocco, quali espressioni dell’alterazione della misura e armonia rinascimentale. Infatti, nel primo Rinascimento erano molto più vivi di oggi, in modo particolare in riferimento ai marmi, che non erano stati oggetto di secoli di spoglio né sottoposti all’inquinamento terribile dei nostri giorni. Nonostante ciò, moltissime effigi di Roma rappresentano i colori sbiaditi, sino ad arrivare al Neoclassicismo e ancora dopo.

“Può darsi che quel filtro servisse a rendere credibili le immagini riferite al passato, poiché qualcosa di simile si vede nel flashback cinematografico, spesso in bianco e nero o con colori alterati. Tali modifiche possono aver aiutato ad usare l’immagine artistica come macchina del tempo”.

Nella mostra: “I Colori dell’Antico. Marmi Santarelli ai Musei Capitolini” si rimane affascinati dalla varietà infinita di colori, fantasie, accostamenti fra porfidi, serpentini, onici, pavonazzetti, e di come l’identità della Roma classica riesce a diffondere risonanze lontane nel tempo e nello spazio, dalla Magna Grecia all’Egitto, dalla Turchia all’Algeria.

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