Il Cimitero delle Fontanelle e il culto delle anime pezzentelle: una pagina profonda della Napoli sotterranea

Nel Rione Sanità, lungo via Fontanelle, Napoli conserva uno dei luoghi in cui il suo rapporto con la memoria si mostra nella forma più intensa e meno convenzionale. Il Cimitero delle Fontanelle racconta molto più di un antico ossario: custodisce secoli di storia urbana, dolore collettivo, fede popolare e cura per chi, in vita come in morte, era rimasto ai margini. Per comprenderlo davvero bisogna entrare nel modo in cui la città ha imparato a dialogare con i suoi defunti, trasformando una cavità di tufo in uno spazio di preghiera, racconto e riconoscimento.

Il nome Fontanelle rimanda alle piccole sorgenti d’acqua e ai rivoli che un tempo attraversavano questa zona, modellata dalla natura e dal lavoro dell’uomo. Prima di diventare un cimitero, la grande cavità era parte del sistema di cave da cui per secoli venne estratto il tufo, il materiale con cui Napoli ha costruito case, chiese, palazzi e una parte fondamentale della propria identità sotterranea. La collina di Materdei e il vallone che scendeva verso la Sanità erano segnati anche dalla cosiddetta Lava dei Vergini, il flusso d’acqua e fango che, durante le piogge, trascinava detriti dalle alture verso il basso. In questo paesaggio scavato e instabile, la cava delle Fontanelle avrebbe assunto nel tempo una funzione diversa, nata dalla necessità e poi trasformata dalla devozione.

A partire dal Seicento, quando Napoli si trovò davanti a emergenze sanitarie e demografiche sempre più difficili da gestire, le chiese e gli spazi di sepoltura non bastarono più. La peste del 1656 lasciò una ferita enorme nella popolazione e rese urgente trovare luoghi in cui accogliere un numero altissimo di corpi. Le cave abbandonate divennero così depositi di resti umani, spazi lontani dalla vita quotidiana ma ancora interni alla città, abbastanza ampi da contenere ciò che le sepolture tradizionali non riuscivano più ad assorbire. Nei secoli successivi l’ossario accolse anche ossa provenienti da parrocchie, confraternite e altre emergenze, fino al colera dell’Ottocento. Le Fontanelle finirono così per raccogliere la parte più fragile della storia napoletana: vittime di epidemie, poveri, persone senza nome, defunti privi di una tomba riconoscibile.

Per molto tempo quelle ossa rimasero ammassate in modo disordinato. La svolta arrivò nella seconda metà dell’Ottocento, quando il canonico Gaetano Barbati, insieme ad alcune donne del quartiere, avviò un lavoro di sistemazione dei resti. Fu un gesto pratico, ma anche profondamente simbolico. Dare ordine a quelle ossa significava restituire dignità a esistenze anonime, creare uno spazio in cui la memoria potesse trovare una forma e offrire alla città un luogo in cui pregare per chi non aveva più nessuno. Da quel momento il Cimitero delle Fontanelle cominciò a essere vissuto come ossario sacro e popolare, attraversato da una devozione destinata a diventare uno dei tratti più singolari della spiritualità napoletana.

Al centro di questa storia si colloca il culto delle anime pezzentelle, le anime abbandonate, povere, bisognose di preghiere per abbreviare la loro permanenza in Purgatorio. I fedeli sceglievano una capuzzella, un cranio anonimo, e se ne prendevano cura. Lo pulivano, lo sistemavano, gli portavano fiori, immagini sacre, lumini, piccoli oggetti, a volte lo proteggevano in una teca. Per chi lo viveva dall’interno, quel rito non aveva nulla di macabro. Era una forma di adozione spirituale: il vivo pregava per il morto e il morto, in cambio, poteva offrire protezione, intercedere per una grazia, apparire in sogno, mandare un segno, talvolta suggerire numeri da giocare al lotto.

Questa relazione tra vivi e morti è una delle chiavi più delicate per comprendere le Fontanelle. Il teschio anonimo diventava qualcuno a cui rivolgersi. La morte, invece di chiudere ogni legame, apriva un dialogo fatto di preghiere, attese, sogni e promesse. Nella devozione popolare napoletana il Purgatorio non era percepito come un luogo lontano, ma come una dimensione vicina alla vita quotidiana, abitata da anime che avevano bisogno dei vivi e che, proprio per questo, potevano restare accanto a loro. La fede cattolica, la pietà verso i poveri, la paura della solitudine e il bisogno di protezione si intrecciavano in un rito semplice e potentissimo, capace di dare nome all’anonimato e compagnia all’abbandono.

Ancora oggi il cimitero conserva la forza di quella relazione. Le grandi navate scavate nel tufo non assomigliano a un camposanto ordinario. Le ossa sono disposte lungo le pareti, accanto a cappelle, teche, piccoli altari e segni devozionali che raccontano la lunga consuetudine dei fedeli con questo luogo. Alcuni spazi richiamano le ossa provenienti da parrocchie e congreghe, altri rimandano alle vittime delle epidemie o alla folla dei poveri senza sepoltura. Più che una divisione rigida, questa organizzazione aiuta a leggere il cimitero come un archivio umano della città, dove la storia collettiva si mescola alla vicenda minuta di chi non ha lasciato documenti, ritratti o monumenti, ma ha trovato comunque un posto nella memoria popolare.

Tra le presenze più note delle Fontanelle ci sono alcune capuzzelle entrate nel racconto del quartiere. Il Teschio del Capitano è forse la figura più famosa. La tradizione narra che fosse stato adottato da una giovane donna in cerca di marito e che, dopo la grazia ricevuta, si fosse manifestato nel giorno delle nozze sotto le sembianze di un soldato spagnolo. Il marito, spaventato e geloso, lo avrebbe colpito, lasciando sul cranio un segno destinato ad alimentare la leggenda. Molto conosciuta è anche Donna Concetta, detta “’a capa che suda”, un cranio dalla superficie particolarmente lucida, interpretata dai devoti come manifestazione di una presenza benevola. Sono racconti che non vanno liquidati come semplice folklore: danno voce a un bisogno antico, quello di riconoscere nelle ossa anonime una storia, un carattere, una possibilità di relazione.

Il fascino delle Fontanelle nasce proprio da questa convivenza tra storia documentata e racconto popolare. Le epidemie, le cave, i trasferimenti degli ossami, gli interventi di sistemazione e i provvedimenti della Chiesa appartengono alla dimensione concreta del luogo. Accanto a tutto questo vivono i sogni, le grazie richieste, i biglietti lasciati nelle teche, le donne del quartiere che accompagnavano i fedeli nella scelta della propria capuzzella, le voci tramandate nelle famiglie e nei vicoli. Le due dimensioni non si escludono. Al contrario, spiegano insieme perché il Cimitero delle Fontanelle sia diventato uno dei luoghi più rappresentativi della Napoli sotterranea, non per spettacolarità, ma per profondità umana.

Nel 1969 il cardinale Corrado Ursi dispose la chiusura dell’ossario, considerando il rito delle adozioni ormai troppo vicino a pratiche difficili da ricondurre alla devozione ufficiale. Da allora il sito ha vissuto una storia complessa, segnata da aperture parziali, nuove chiusure, interventi di messa in sicurezza e lunghi periodi di attesa. Custodire un luogo come questo richiede un equilibrio particolare. Bisogna renderlo accessibile senza consumarlo, raccontarlo senza semplificarlo, proteggerne la struttura materiale e allo stesso tempo rispettarne il valore spirituale, storico e antropologico.

La riapertura del 2026 ha segnato un passaggio importante. Dopo i lavori di manutenzione, sicurezza e valorizzazione, il Cimitero delle Fontanelle è tornato visitabile attraverso un progetto che coinvolge il Comune di Napoli e la Cooperativa La Paranza, realtà già legata alla rinascita culturale del Rione Sanità. La gestione del sito si inserisce in un percorso più ampio, quello di un quartiere che negli ultimi anni ha saputo trasformare il proprio patrimonio nascosto in occasione di conoscenza, lavoro e partecipazione. Le catacombe, le chiese, gli spazi sotterranei e i luoghi della memoria sono diventati parte di una narrazione nuova, costruita con il coinvolgimento della comunità e con un’attenzione concreta alla formazione dei giovani.

Il ritorno delle Fontanelle alla città non ha avuto il carattere freddo di una semplice riapertura museale. La marcia inaugurale partita da Largo Totò, con scuole, parrocchie, associazioni e cittadini del Rione Sanità, ha mostrato quanto il cimitero appartenga ancora al quartiere. È un bene identitario, un luogo che parla della Sanità e della sua capacità di tenere insieme ferite, bellezza, memoria e riscatto. Prendersi cura di questo patrimonio significa anche restituire fiducia a una comunità, creare opportunità e riconoscere il valore di ciò che per troppo tempo è rimasto ai margini dei percorsi più frequentati.

La visita contemporanea prova a rispettare questa complessità. L’accesso avviene con prenotazione obbligatoria e può essere accompagnato da strumenti di racconto pensati per guidare il visitatore senza sovraccaricare il luogo. L’audioguida e l’app dedicata introducono le Fontanelle attraverso voci e memorie legate alla comunità, scelta preziosa perché evita di trasformare l’ossario in una pura attrazione visiva. Nei giorni dedicati alla preghiera resta anche uno spazio riservato al raccoglimento, segno che la dimensione devozionale continua a convivere con la valorizzazione culturale. Anche il lavoro sull’accesso e sullo spazio esterno contribuisce a questa nuova stagione. Il progetto collegato al gruppo G124, promosso da Renzo Piano e sviluppato con giovani architetti e docenti dell’Università Federico II, ha ragionato sul rapporto tra il cimitero e la città, migliorando il modo in cui il visitatore arriva al sito e ne percepisce l’ingresso.

Attraversare oggi il Cimitero delle Fontanelle significa entrare in una pagina profonda della storia napoletana. Ogni cranio, anche quando resta senza nome, racconta il desiderio di non essere dimenticato. Ogni teca parla di una cura ricevuta, di una preghiera, di una promessa. Ogni leggenda conserva la traccia di chi ha cercato conforto nei morti perché nella vita non sempre trovava protezione. È forse questo l’aspetto più toccante del luogo: alle Fontanelle la morte non interrompe il legame sociale, ma lo trasforma in una relazione più fragile, silenziosa e resistente.

Napoli ha spesso elaborato il dolore attraverso forme di vicinanza concreta. Lo ha fatto nelle processioni, nelle edicole votive, nelle preghiere domestiche, nei racconti tramandati nei vicoli. Alle Fontanelle questa capacità diventa visibile nella materia stessa del luogo. Le ossa sistemate lungo il tufo ricordano tragedie collettive, ma anche la volontà di dare ordine all’abbandono e dignità alla povertà. La devozione verso le anime pezzentelle nasce da qui, da una pietà popolare ruvida e tenerissima, che custodisce un pensiero semplice: nessuno dovrebbe restare solo, nemmeno dopo la morte.

Per questo il Cimitero delle Fontanelle continua a esercitare una forza così intensa. Non è un luogo da attraversare in fretta né una curiosità macabra da aggiungere a un itinerario. È una soglia dentro il sottosuolo materiale e morale di Napoli, dove la città costruita nel tufo incontra quella costruita nelle relazioni. Racconta le epidemie e le preghiere, i poveri senza sepoltura e le donne che hanno rimesso insieme le ossa, la paura e la speranza, l’anonimato e il bisogno ostinato di dare un volto a chi lo aveva perduto. Restituito al pubblico dopo anni di attesa, il Cimitero delle Fontanelle torna così a occupare il posto che gli appartiene: dentro il racconto più profondo, umano e necessario di Napoli.

 

 

https://cimiterodellefontanelle.it/

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