Cantine Pallotta, il vino di Leonardo Pallotta tra famiglia e terra di Daunia

Leonardo Pallotta ha intrapreso la professione di architetto, ma il vino e i terreni di famiglia non sono mai rimasti ai margini della sua vita. Lo racconta lui stesso con una frase che restituisce bene questo legame: «“Ufficialmente” sono un architetto, ma mai ho trascurato i terreni che i miei genitori mi hanno lasciato in eredità. I weekend sono sempre stati tutti per il mio vino!». È proprio da questa continuità, coltivata negli anni accanto al lavoro e agli impegni professionali, che ha preso forma Cantine Pallotta, nell’agro di San Severo.

Il rapporto con la campagna, del resto, viene da lontano. Nei ricordi di Pallotta tornano le uova raccolte nel pollaio per preparare i maccheroni della domenica, le colazioni nei vigneti, la frutta mangiata direttamente dagli alberi. Episodi semplici, legati alla quotidianità di una famiglia per la quale la terra era parte della vita di ogni giorno. Quando, da adulto, ha cominciato a occuparsi direttamente dei terreni ereditati dai genitori, quindi, il vino rappresentava qualcosa che aveva continuato ad accompagnarlo anche mentre il suo percorso professionale prendeva un’altra direzione.

Dopo la morte del padre, nel 1986, Pallotta inizia a seguire più da vicino le proprietà familiari. Il primo passo decisivo verso quello che diventerà il progetto vitivinicolo arriva però nel 2000, quando impianta un vigneto scegliendo varietà legate al territorio: Uva di Troia, Montepulciano e Negroamaro tra le rosse, Bombino, Moscato e Malvasia tra le bianche. All’inizio si tratta soprattutto di sperimentare, conoscere meglio le uve e produrre vino destinato alla famiglia e agli amici. La passione cresce insieme all’esperienza e nel 2005 arriva un’altra scelta importante: il vecchio vigneto allevato a tendone viene trasformato in filari a spalliera, mentre l’attenzione si concentra sempre di più sull’Uva di Troia.

Sono anni nei quali architettura e campagna procedono affiancate. Il tempo libero viene assorbito dai vigneti e dalle prove in cantina, finché nel 2012 quel lavoro portato avanti quasi parallelamente alla professione assume una forma più definita. Nascono ufficialmente Cantine Pallotta e le prime etichette destinate al mercato, con la collaborazione dell’enologo Cristoforo Pastore. La produzione rimane volutamente limitata e ancora oggi conserva proporzioni artigianali: circa un ettaro vitato e una produzione che si aggira intorno alle ottomila bottiglie. Numeri che permettono a Pallotta di seguire personalmente buona parte del lavoro e di mantenere un rapporto molto diretto con ogni fase, dal vigneto fino alla bottiglia.

Al centro c’è soprattutto il Nero di Troia, vitigno sul quale Pallotta ha deciso di investire già dalle prime sperimentazioni. Nella Daunia quest’uva ha una storia importante e nei terreni di San Severo trova condizioni che gli permettono di esprimere carattere, struttura e capacità di evolvere nel tempo. La scelta di dedicarle uno spazio così rilevante nasce quindi sia dalle caratteristiche del vitigno sia dal desiderio di lavorare con qualcosa profondamente legato alla propria terra. Anno dopo anno, il Nero di Troia è diventato il principale terreno di ricerca della cantina, interpretato in modi differenti e senza allargare inutilmente la produzione.

Da questo lavoro nasce Donna Clelia, l’etichetta dedicata alla moglie e probabilmente quella che più identifica Cantine Pallotta. Il Nero di Troia viene proposto sia in rosso sia in rosato, mostrando due lati molto diversi della stessa uva. Nel rosso si cercano struttura, profondità e una maggiore capacità di evoluzione, con affinamenti più lunghi che comprendono anche il passaggio in rovere francese e il successivo riposo in bottiglia. Nel rosato, invece, il lavoro punta maggiormente sulla freschezza e sull’immediatezza, mantenendo comunque riconoscibile la personalità del vitigno.

Nel corso degli anni Donna Clelia ha raccolto riscontri in contesti diversi. Le etichette sono state recensite e selezionate da alcune delle guide enologiche più autorevoli, dalla Guida Oro I Vini di Veronelli a Vitae e Bibenda, e hanno ottenuto riconoscimenti nel circuito del Merano WineFestival. Particolare valore assume la scheda analitico-descrittiva redatta dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa per i vini della cantina, un approfondimento che affianca allo sguardo delle guide una valutazione di carattere tecnico-scientifico. A questi risultati si aggiungono i premi ottenuti a Radici del Sud e, nel 2025, l’ingresso del Donna Clelia San Severo Nero di Troia DOP Rosato 2022 nella selezione dei 100 Best Italian Rosé. È un insieme di segnali che ha contribuito a far conoscere la piccola realtà di San Severo anche fuori dalla Puglia. La maggiore visibilità, tuttavia, non ha modificato l’impostazione iniziale: produzione contenuta, attenzione alla vigna e pochi vini sui quali lavorare con continuità.

Anche in cantina le scelte seguono questa linea. Le rese vengono mantenute basse e gli interventi sono ridotti allo stretto necessario. Le fermentazioni sono spontanee, l’impiego dei solfiti è limitato e i vini non vengono filtrati. Alcune lavorazioni mantengono inoltre una componente manuale significativa, dai rimontaggi all’utilizzo del torchio. Gli affinamenti cambiano naturalmente secondo il vino: per i rossi entrano in gioco il legno e tempi più lunghi, mentre bianchi e rosati vengono lavorati soprattutto in acciaio. Più che una ricerca dell’effetto, interessa preservare le caratteristiche delle uve e seguire ogni annata per ciò che realmente offre.

Accanto a Donna Clelia trova spazio I Tre Volti, una linea che amplia il racconto della cantina attraverso gli assemblaggi. Il nome rimanda ai tre grandi profili geografici che Pallotta riconosce nella Daunia: i Monti Dauni, il Tavoliere e il mare del Gargano con le Isole Tremiti. Allo stesso tempo richiama le tre varietà utilizzate nelle diverse versioni del vino. Il rosso nasce dall’incontro tra Uva di Troia, Montepulciano e Negroamaro, mentre per il bianco si incontrano Bombino, Malvasia di Candia e Moscato. Anche il rosato lavora sulle varietà a bacca rossa della proprietà, con proporzioni e modalità differenti.

Il nome scelto per questa linea permette di comprendere bene quanto il territorio entri nel progetto senza bisogno di trasformarlo in uno slogan. San Severo si trova in una Puglia diversa da quella raccontata più spesso attraverso il Salento o le località costiere più conosciute. Qui il paesaggio è quello del Tavoliere, con il Gargano poco distante e i Monti Dauni sullo sfondo. È un’area dalla lunga tradizione agricola nella quale il vino rimane strettamente legato alla coltivazione e alle caratteristiche delle singole varietà. Pallotta parte proprio da questo patrimonio, lavorando su vitigni che conosce da anni e scegliendo per ciascuno un ruolo preciso all’interno della produzione.

A completare la gamma c’è Goneis, un passito da Malvasia, Moscato e Bombino. Il nome deriva dal greco antico e significa “genitori”, una dedica esplicita alla madre e al padre dai quali Pallotta ha ereditato i terreni. Le uve vengono lasciate appassire sulla pianta prima della vinificazione; seguono la fermentazione spontanea, il passaggio in legno e l’affinamento in bottiglia. È probabilmente il vino nel quale il rapporto tra storia personale e produzione emerge in maniera più immediata. Quei terreni ricevuti dalla famiglia diventano così anche il punto di partenza di un’etichetta che alla famiglia ritorna già dal nome.

La produzione nel suo complesso rimane essenziale. Donna Clelia approfondisce soprattutto il Nero di Troia, I Tre Volti permette di lavorare sugli assemblaggi e sulle altre uve presenti nei vigneti, Goneis introduce il passito. Invece di moltiplicare le referenze, Pallotta ha preferito sviluppare negli anni un numero limitato di vini, tornando sulle stesse varietà e verificandone il comportamento nelle diverse vendemmie. Una scelta coerente anche con le dimensioni della proprietà, dove seguire direttamente le lavorazioni rimane ancora possibile.

Lo stesso spazio produttivo mantiene un rapporto con la storia familiare. Pallotta ha recuperato una struttura appartenuta al padre, affiancandovi gli ambienti necessari per la trasformazione delle uve e l’affinamento. Nel 2015, dopo i primi risultati ottenuti dalle etichette, è arrivato anche l’impianto di un

altro piccolo vigneto. La produzione è cresciuta gradualmente, passando dalle quantità iniziali alle circa ottomila bottiglie attuali, ma senza trasformare l’azienda in qualcosa di diverso da ciò che era all’origine.

È proprio questa continuità a rendere interessante il percorso di Leonardo Pallotta. La professione di architetto ha occupato e continua a occupare una parte importante della sua vita, mentre i vigneti hanno seguito una strada parallela costruita nel tempo. Prima delle etichette e dei riconoscimenti ci sono stati anni di prove, di lavoro sui terreni e di vino prodotto quasi per passione personale. Solo dopo è arrivata la decisione di presentarsi sul mercato con un progetto strutturato.

Oggi Cantine Pallotta conserva molto di quella impostazione iniziale. I numeri restano piccoli, il Nero di Troia continua a essere il principale punto di riferimento e il lavoro si concentra sulle uve della proprietà. Donna Clelia, I Tre Volti e Goneis raccontano aspetti diversi dello stesso percorso: la scelta di approfondire un vitigno fortemente legato alla Daunia, il paesaggio nel quale nascono le vigne e il rapporto con una storia familiare che continua a trovare spazio in ogni vendemmia.

È una cantina cresciuta senza forzature, seguendo negli anni una direzione precisa: lavorare bene sulle proprie uve, mantenere una produzione contenuta e dare al territorio di San Severo una voce riconoscibile attraverso il vino.

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