“BIGAIGNON ATTO 3/3: NELLO SPAZIO, CAPITOLO CONCLUSIVO. L’IMMAGINE COME ESPERIENZA SPAZIALE PRESSO PALAZZO RHINOCEROS A ROMA.

Presso Palazzo Rhinoceros, fondato da Alessia Caruso Fendi, è stata prentata la bella mostra: “Atto 3/3 : Nello spazio (Within Space)”, terzo e ultimo capitolo della trilogia espositiva attuata in collaborazione con la Galleria Bigaignon di Parigi.

Con l’esposizione collettiva, visitabile fino al 15 marzo, termina un ciclo dedicato ai tre elementi basilari della fotografia: luce, tempo e spazio.

Lo spazio non è mai neutro, è ciò che attraversiamo, ciò che ci contiene e ciò che proiettiamo, in fotografia lo spazio viene inquadrato, frammentato, ricostruito, diviene superficie, volume, profondità, illusione.

Dalla prospettiva rinascimentale alle sperimentazioni contemporanee, lo spazio è sempre stato un campo di tensione tra reale e immaginario, tra visibile e invisibile.

A Roma lo spazio si fa memoria incarnata, un insieme di vuoti e di pieni, di rovine e costruzioni, di proiezioni mentali e realtà fisiche.

Gli artisti si esplicano tramite approcci differenti che vanno dall’architettura all’archeologia, da paesaggi estremi a spazi interiori, dalla fotografia alla scultura, da effigi bidimensionali a creazioni tridimensionali.

Risulta uno spazio non più rappresentato ma attivato, spostato ma perpetuato.

Nelle sale del piano terra della Galleria sono mostrate 27 opere di 13 artisti che indagano lo spazio come esperienza percettiva, mentale e fisica.

Vittoria Gerardi esplora il concetto di materia come stato di transizione dove la visione esiste prima di essere espressa e adopera tale concetto per esaminare traccia, tempo e ricordo.

L’artista propone un’intima connessione tra struttura fotografica, processo tecnico e passato, lega la fotografia tradizionale con processi basati sui materiali.

Il suo lavoro su Pompei si rivolge verso uno spazio congelato dalla distruzione, sospeso tra estinzione e conservazione.

Le sue fotografie velate di gesso congiunte a sculture minimali ad enigmatiche celebrano uno spazio sepolto in cui l’idioma diviene contemporaneamente memoria e ricostruzione, fragile impronta di un luogo in modo definitivo mutato dal tempo e dalla materia.

L’ampia esperienza professionale di Jean de Pomereu include la fotografia polare, l’editoria, il giornalismo scientifico, la formazione e la curatela.

La sua ricerca si concentra su due temi distinti ma interconnessi: uno è la storia scientifica e politica delle calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide, l’altro è la cultura visiva e materiale dell’Antartide che comprende fotografia, disegno, pittura e oggetti scientifici.

Egli esegue nuove topografie che manifestano la trasformazione umana degli ambienti terrestri, ispirandosi a fotografie d’archivio scattate in Antartide dall’esercito statunitense durante la Guerra Fredda.

Accostate ad una scultura Carl Andre, presenta lo spazio come dimensione geopolitica e concettuale, proiezione strategica e campo di astrazione minimale.

I paesaggi pseudo-immaginari di Marco Tagliafico realizzati tramite l’associazione di immagini digitali e stampe analogiche, si dissolvono attraverso il confine tra realtà e finzione.

Tali volumi fotografici quasi scultorei creano spazi mentali in cui la percezione indugia, mostrando come la fotografia è mezzo di fabbricazione dello spazio.

Il tipico blu di Prussia della cianotipia è il colore della spiritualità e dell’infinitamente grande, del cielo e del mare.

Lo storico e saggista francese Michel Pastoureau, in riferimento al significato di immensità che esso sembra effondere afferma che il blu è: “un colore che si lascia definire, ma non si lascia rinchiudere”, evidenziando pertanto l’intrinseca inafferrabilità.

Non è un caso che la sua opera ne sia intrisa, all’interno della sua produzione artistica infatti il blu acquisisce la prerogativa di poetica incertezza, di effimera indeterminatezza della visione.

Yannig Hedel sonda la luce, il tempo e l’architettura urbana, per oltre cinquant’anni cattura forme geometriche modellate fra ombre e luce tramite una costante analisi di purezza e silenzio.

Con una istallazione tra fotografia e volumi scultorei desunti dall’architettura urbana Yannig Hedel interroga la città come matrice formale, lo spazio urbano viene frammentato, ricostituito e trasformato, la rappresentazione abbandona il piano per farsi oggetto.

Tutte le composizioni di Elyn Zimmerman sono state spesso concepite come una sequenza di esperienze spaziali integrate come l’architettura. Generalmente sono sviluppate secondo materiali, situazioni e ambienti specifici ed è la sua acuta attenzione verso tali aspetti che conferisce alla sua arte il suo carattere esclusivo.

Un’istallazione storica degli anni Settanta con un disegno su mylar rievoca come lo spazio sia primariamente un’esperienza percettiva e luminosa.

Intensamente legata alle risonanze materiali la sua produzione è in rapporto diretto con l’ambiente che lo ospita. Con la fotografia Mary-Ellen Bartley rivela valori di semplicità, silenzio, pace, ordine e ponderazione.

Mediante il suo omaggio a Giorgio Morandi ella propone uno spazio intimo ai limiti del silenzio in cui la fotografia diventa luogo di contemplazione.

Lo spazio si semplifica e si polarizza dimostrandosi di eccezionale intensità in grado di mostrare la profondità racchiusa nelle cose più semplici.

Il lavoro di Renato D’Agostin può essere descritto come grafico, contrastante. Le sue rappresentazioni ruotano attorno alla relazione tra gli spazi che si evolvono durante i suoi molteplici viaggi e le persone incontrate, trasmettendo alle sue effigi un’atmosfera specifica.

Egli esprime una visione maestosa ed estrema di Venezia con il progetto Veni Etiam, le stampe dei suoi canali congiunte ai suoi iconici rilievi Briccole esposti mutano lo spazio della città veneta in un’atmosfera grafica e scultorea in cui essa si fa ritmo, linea e materia.

Il lavoro fotografico di Thierry Urbain sonda il rapporto fra architettura, archeologia e paesaggio, invece di dimostrare un presente sconfinato o un passato esotizzato, le sue visioni costituiscono archetipi che ogni osservatore può abitare tramite la propria cartografia interiore.

L’architettura è materia poetica manifestata mediante la luce, la geometria e la linea, un contenuto sublimato che apre lo spazio all’immaginazione.

Ex residente di Villa Medici mostra le sue architetture immaginarie, spazi mentali e lirici in dubbio tra rovina e costruzioni, luoghi inesistenti ma familiari che interrogano la nostra dimensione tra sogno, utopia, ricordo e proiezione.

Nella pratica di Bernard Joubert la memoria delle forme, la stratificazione dei gesti e lo slittamento della temporalità sono parte di una ricomposizione perpetua.

Denis Malartre nelle sue creazioni presenta stratificazione e slittamento della temporalità. Le sue riflessioni portano a immagini non figurative, strisce di carta sospese o quadrati attaccati al muro con nastro adesivo.

Le sue fotografie simili a oggetti assumono le dimensioni di un dipinto (esecuzioni del suo ultimo periodo), un’opportunità per sperimentare grandi formati ed intervenire sull’immagine a volte graffiando i negativi o aggiungendo una delicata pennellata alle strisce.

Nelle opere di Olivier Ratsi vi è una decostruzione della realtà oggettiva aprendo un campo centrale in cui l’idioma diventa fluido, instabile e multiplo.

Le sue istallazioni immersive uniscono precisione concettuale, esperienza sensoriale e coinvolgimento attivo dello spettatore all’interno di uno spazio configurato.

Francois Kenesi ha una metodologia progettuale in cui ogni tematica viene affrontata come un’esperienza nuova e distinta, ogni progetto è unico anche se generato dal medesimo processo.

Kenesi realizza disegno, pittura, istallazione e fotografia, tracciando con sottigliezza un percorso per la nostra percezione tramite varie elaborazioni: protocollo, trasposizione e griglie di presentazione dell’immagine sfiorando in maniera costante i margini dell’astrazione.

Il primo piano di Palazzo Rhinoceros ospita una grande istallazione “Un tempo che si espande” di Olivier Ratsi.

L’istallazione è un complesso di barre luminose all’interno di una stanza tinteggiata di rosso che dilatano il concetto di tempo.

L’artista effettua uno spazio in cui la luce diviene un vettore di espansione, una modo di attraversarlo come se fosse un intervallo temporale.

“Atto 3: Nello Spazio”, svela approcci molteplici: rallentare, abitare le forme, relazionarsi oggettivamente con l’ambiente circostante poiché i lavori esposti sono creati dalla luce e dal tempo e sono anche modi di pensare e di vivere lo spazio.

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