Autentica appartenenza: la Massoneria come via iniziatica nel tempo del nichilismo occidentale

Parlare di Massoneria , oggi, significa spesso confrontarsi con un immaginario distorto, fatto di semplificazioni, stereotipi o, al contrario, di indebite sacralizzazioni. Una trattazione rigorosa e filosoficamente fondata di questo tema risponde, dunque, a un’esigenza eminentemente culturale: restituire complessità a ciò che viene banalizzato, chiarire categorie spesso confuse, offrire strumenti interpretativi adeguati a comprendere una realtà che, per sua natura, sfugge alle letture superficiali. In questa prospettiva, l’obiettivo non è apologetico né polemico, ma conoscitivo: si tratta di comprendere la Massoneria nella sua struttura essenziale, nei suoi rischi contemporanei e nelle sue possibilità future.

Se si volesse cogliere, in una formula sintetica ma non riduttiva, l’essenza della Massoneria , si potrebbe dire che essa è, anzitutto, una società iniziatica orientata al perfezionamento dell’uomo. Non si tratta di una definizione occasionale, ma di una tesi che trova sviluppo sistematico nel mio lavoro Per una filosofia della Massoneria , di prossima pubblicazione, e che ho avuto modo di sostenere anche in diversi contesti pubblici e in diversi convegni ai quali ho preso parte come organizzatore e relatore. In essa è contenuto un nucleo teorico decisivo: la Massoneria non è comprensibile se non a partire da una prospettiva antropologica ed etica che assume l’essere umano come realtà in divenire, come forma aperta, come possibilità da attuare (e gli strumenti muratori, concettuali e simbolici, sono a disposizione per quest’opera di perfezionamento e sgrossamento).

L’aggettivo “iniziatica” che accompagna la corretta definizione della società massonica non rinvia qui a un generico alone di mistero, ma indica un preciso dispositivo di trasformazione. L’iniziazione, infatti, non è semplice accesso a un gruppo, bensì attraversamento di una soglia simbolica che segna l’ingresso in un cammino di consapevolezza. In questo senso, la Massoneria non trasmette semplicemente contenuti, ma attiva processi e soprattutto non comunica nozioni, ma suscita una riorganizzazione interiore del soggetto (la Massoneria ha, in un certo senso, un potere ontologico sull’essere umano). Il perfezionamento cui essa tende non è né tecnico né specialistico, ma riguarda la totalità della persona, nella sua dimensione etica, relazionale e riflessiva. È qui, infatti, che trova fondamento il concetto platonico di conversione dello sguardo.

Proprio per questo, la Massoneria può essere detta “scuola”, ma solo a condizione di intendere tale termine in senso analogico e non letterale. Non è una scuola nel senso accademico del termine: non vi sono cattedre, programmi ministeriali, verifiche o titoli da conseguire (e anche l’istruzione massonica realizzata dai Maestri Liberi Muratori ha un’ispirazione diversa rispetto al medesimo processo attuato in ambito formativo profano). Il sapere che vi si coltiva non è oggettivabile in un sistema di valutazione esterna, perché riguarda una trasformazione che è insieme interiore e qualitativa. Il percorso massonico non si misura in voti, ma in gradi di consapevolezza, di sapienza e di correttezza morale. Allo stesso modo, la Massoneria non è una sede psicoterapeutica. Pur incidendo profondamente sulla dimensione personale, non si configura come spazio clinico né come pratica terapeutica in senso proprio (la pace che vi si trova è più un acquietamento dello spirito che un palliativo psicologico, e tale concetto è ben espresso dalla raffigurazione Il colle della sapienza – precisamente dalla situazione che descrive la sommità del colle – che adorna il pavimento del Duomo di Siena). La cura che essa esercita è di natura etica e simbolica e mira ad orientare

l’individuo verso una forma più compiuta di sé. La distinzione è essenziale, perché impedisce di ridurre il lavoro iniziatico a un processo di mera compensazione o riequilibrio psichico.

Parimenti, la Massoneria non è una chiesa e non persegue finalità religiose in senso confessionale. Essa non propone dogmi, non amministra sacramenti, non esige atti di fede né prospetta una soteriologia. Il riferimento al trascendente, laddove presente, si colloca su un piano simbolico e filosofico, non cultuale (in altri contesti ho mostrato che il concetto di GADU è, sostanzialmente un dispositivo metafisico generalissimo non un polo di sintesi teologico). Ciò consente di preservare uno spazio di libertà interiore in cui il soggetto non è chiamato ad aderire a verità rivelate, ma a interrogarsi sul senso della propria esistenza. E tuttavia, proprio nella sottrazione a queste forme istituzionali — scuola, terapia, religione — emerge con maggiore chiarezza la specificità della Massoneria come via di perfezionamento. Il suo metodo è simbolico: essa opera attraverso immagini, riti, allegorie che non si esauriscono in un significato univoco, ma aprono a una pluralità di livelli interpretativi. Il simbolo, lungi dall’essere un ornamento, è lo strumento attraverso cui si realizza il lavoro su di sé: esso interpella, disloca, costringe a pensare.

Accanto al metodo simbolico, vi è un orientamento etico che costituisce la trama portante dell’esperienza massonica (che ancora in altre sedi di ricerca ho cercato di ricollegare all’etica delle virtù di chiara ispirazione aristotelica). Il perfezionamento dell’uomo non è concepito in termini autoreferenziali, ma implica una responsabilità nei confronti dell’altro e del mondo. L’interiorità non è fuga, ma fondamento di un agire più giusto, più consapevole, più misurato. In questa linea si inserisce, con straordinaria lucidità, una riflessione di René Guénon, il quale in un articolo intitolato Gli alti gradi massonici pubblicato su La Gnose nel maggio del 1910 metteva in guardia da fraintendimenti destinati a rivelarsi, nel tempo, sempre più attuali. Egli osservava, in sostanza, che la Massoneria non è un club politico né un’associazione di mutuo soccorso e che molti dimenticano come essa sia, anzitutto, un fatto personale. Questa affermazione, se letta superficialmente, potrebbe apparire quasi ovvia; ma, a ben vedere, racchiude un’indicazione decisiva. Negare che la Massoneria sia un club politico significa sottrarla a ogni riduzione ideologica, a ogni strumentalizzazione contingente. Escludere che sia un’associazione di mutuo soccorso implica il rifiuto di una lettura utilitaristica, secondo cui l’appartenenza sarebbe giustificata da benefici materiali o da vantaggi relazionali. Ma è soprattutto l’ultima parte — la Massoneria come “fatto personale” — a rivelare la profondità del discorso di Guénon: il centro dell’esperienza massonica non è l’istituzione in quanto tale, ma il soggetto nella sua trasformazione interiore.

Dire che la Massoneria è un fatto personale non significa affatto individualismo, né chiusura autoreferenziale. Significa, piuttosto, che il lavoro iniziatico non può essere delegato, non può essere vissuto per procura, non può ridursi a una semplice partecipazione esterna. Ogni simbolo, ogni rito, ogni parola acquista senso solo nella misura in cui viene interiorizzata, elaborata, vissuta. L’istituzione offre il quadro, ma è l’individuo che deve attraversarlo.

Il fraintendimento più grave, nel nostro tempo, si produce quando questa dimensione personale viene meno e la Massoneria viene interpretata come una società similprofana, ossia quando la si riduce a una delle tante forme associative presenti nello spazio sociale. In questa prospettiva, essa viene letta secondo categorie che le sono estranee: utilità, networking, interesse, appartenenza. Ma così facendo, si smarrisce il suo nucleo iniziatico e si neutralizza la sua tensione trasformativa.

Considerare la Massoneria come una semplice associazione significa privarla della sua dimensione simbolica, svuotarla del suo orientamento etico e, in definitiva, dissolverne la ragion d’essere. È proprio contro questa riduzione che si impone una riflessione filosofica capace di restituire profondità a ciò che, troppo spesso, viene banalizzato.

In ultima analisi, la Massoneria si configura come uno spazio liminale, sottratto alle categorie ordinarie, in cui l’uomo è chiamato a lavorare su di sé non per diventare altro, ma per diventare pienamente ciò che è in potenza. È in questa tensione tra ciò che si è e ciò che si può essere che si gioca il senso più autentico del suo progetto iniziatico.

E tuttavia, questa configurazione ideale non si dà mai in astratto. La Massoneria è situata nella storia, attraversa il tempo presente e ne condivide, inevitabilmente, le tensioni. E il nostro tempo si presenta segnato da una diffusa crisi di senso, da una rarefazione dei valori, da una progressiva dissoluzione delle strutture simboliche che un tempo orientavano l’agire umano. La cifra del nichilismo, insieme alla liquidità delle forme sociali, non costituisce soltanto lo sfondo, ma penetra nei vissuti, nei linguaggi, nelle istituzioni. In questo orizzonte, la Massoneria può certamente essere intesa come presidio: uno spazio che, almeno nelle sue intenzioni originarie, si oppone alla deriva della superficialità, riaffermando la centralità del lavoro interiore, della misura, della riflessione. Ma proprio perché immersa in questo stesso tempo, essa non è affatto immune dalle sue dinamiche disgregative. La tensione tra vocazione iniziatica e condizionamento storico diventa allora un punto critico, una linea di frattura che attraversa l’esperienza massonica contemporanea.

È in questo scarto che si comprende il rischio, tutt’altro che marginale, di una trasformazione interna: la possibilità che la Massoneria venga progressivamente assimilata a una forma associativa simil-profana. Non si tratta semplicemente di un mutamento organizzativo, ma di uno slittamento più profondo, che investe il senso stesso dell’appartenenza. Quando il legame iniziatico si attenua, subentra una logica di adesione che ricalca modelli esterni: si appartiene, ma non si è trasformati; si partecipa, ma non si è coinvolti nel lavoro su di sé.

Il primo effetto di questo processo è la perdita della tensione verso l’alto, di quella apertura alla trascendenza che, pur non configurandosi in termini confessionali, rappresenta una dimensione essenziale dell’esperienza simbolica. Il simbolo, infatti, non si esaurisce mai in ciò che mostra, ma rinvia sempre a un oltre, a un eccedente che invita a superare il piano dell’immediato. Quando questa apertura si indebolisce, il simbolo si appiattisce, diventa segno tra i segni, perde la sua capacità di orientare. Ma, in modo forse ancora più radicale, si perde anche la trascendenza verso il basso, quella profondità interiore che costituisce l’altra polarità del cammino iniziatico. Se la prima trascendenza apre all’alterità, la seconda scava nell’intimità dell’essere, costringendo il soggetto a confrontarsi con le proprie zone d’ombra, con le proprie possibilità inespresse. È in questa duplice direzione — verso l’alto e verso il profondo — che si struttura l’esperienza massonica. La loro perdita congiunta produce un effetto di svuotamento che investe l’intero impianto simbolico.

Il simbolo, che è per sua natura densità di senso, rischia così di ridursi a superficie. Ciò che era strumento di trasformazione diventa elemento decorativo; ciò che era chiamata a un lavoro interiore si trasforma in gesto ripetuto senza incidenza. Il rito, in questa prospettiva, perde la sua funzione generativa e si cristallizza in cerimoniale. Non è più evento che accade e che coinvolge, ma sequenza formalizzata che si esegue. E quando il rito si svuota, anche il lavoro massonico ne risente. Esso non agisce più nella profondità dell’interiorità umana, non produce scarti, non genera crisi feconde. Si limita a riprodurre forme, a reiterare linguaggi, senza che questi incidano realmente sul soggetto. Il lavoro diventa parvenza di lavoro: una simulazione che conserva l’apparato esteriore ma ne ha smarrito la forza trasformativa (difatti il rito scade in mero cerimoniale). In questo contesto, l’appartenenza stessa muta di segno. Non è più il risultato di un attraversamento, di un’iniziazione che segna un prima e un dopo, ma tende a configurarsi come semplice iscrizione, come collocazione entro una struttura. Si è “dentro”, ma senza che questo “dentro” corrisponda a un reale mutamento dell’essere. La dimensione istituzionale prende il sopravvento su quella iniziatica.

È qui che si gioca, forse, la questione più urgente per una riflessione filosofica sulla Massoneria contemporanea: comprendere come sia possibile custodire — o riattivare — la profondità simbolica e la tensione trasformativa in un tempo che tende strutturalmente a dissolverle. Non si tratta di opporsi al presente in modo nostalgico, ma di abitare criticamente la propria tradizione, sottraendola alle logiche della banalizzazione. Per queste ragioni, diventa decisivo chiarire un punto spesso frainteso: la differenza tra ciò che è “profano” e ciò che appartiene alla dimensione iniziatica. Con il termine profano non si intende qui qualcosa di negativo in senso morale, ma ciò che sta fuori da uno spazio simbolicamente orientato alla trasformazione interiore. È il mondo della vita ordinaria, delle relazioni sociali, delle istituzioni, delle associazioni che operano secondo logiche funzionali e aggregative. In questo senso, un club o un’associazione sono realtà legittime, ma collocate su un piano differente.

La Massoneria , proprio in quanto via iniziatica, non può essere ricondotta a queste forme senza perdere la propria specificità. Per questo essa è chiamata a sottrarsi alla tentazione del mero accrescimento numerico, logica tipicamente profana che misura il valore in termini quantitativi. Una comunità iniziatica non si rafforza aumentando semplicemente i suoi membri, ma custodendo e approfondendo la qualità del lavoro interiore.

L’impegno massonico non è primariamente orizzontale. È anche sociale, certo, ma è anzitutto trascendente: si articola in una tensione verso l’alto e in una discesa verso l’interiorità. Queste due direttrici costituiscono il cardine della vita massonica e richiedono una custodia vigile. Chi ricopre responsabilità apicali è chiamato a questa custodia con particolare intensità: non una mera gestione, ma una vigilanza sul senso, sulla qualità, sulla profondità del percorso. In questa prospettiva, il richiamo alle tradizioni iniziatiche non è nostalgia, ma criterio orientativo: in esse la cura delle iniziazioni era centrale, attentamente vigilata, mai affidata al caso. Il nodo, allora, è il rapporto tra apertura e selezione. La Massoneria è, per sua natura, universale: riconosce in ogni uomo la possibilità del perfezionamento. Ma questa apertura non può tradursi in apertura indiscriminata. Se viene meno un criterio qualitativo nell’ingresso, il rischio è lo snaturamento: accogliere tutti senza discernimento significa perdere identità. La vera sfida consiste nel tenere insieme universalità e rigore, apertura e qualità. Solo in questo equilibrio la Massoneria può continuare a essere ciò che è chiamata a essere: non una semplice associazione, ma uno spazio autentico ed esigente di trasformazione dell’uomo.

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